L’autenticità delle identità plurali

Ai Cantieri Teatrali Koreja, l’omonima compagnia «di mani, pensieri, piedi e parole / di cuori, di occhi e di sogni» fondata e diretta da Salvatore Tramacere presenta all’interno di Teatro dei Luoghi l’ultima creazione Cumpanaggiu, il pane e il resto, un allestimento teatrale virtuosamente post-identitario.

Restituire a parole le impressioni e le riflessioni determinate da uno spettacolo dichiaratamente sensoriale è impresa ovviamente ardua. Cumpanaggiu, il pane e il resto vuole, infatti, «rappresentare una filosofia di vita mettendo in scena i suoi prodotti tipici, commestibili e non, a partire dal pane, personaggio centrale» e si presenta come uno spettacolo in cui «gli spettatori vengono coinvolti attivamente in un percorso multisensoriale» e in cui «l’assaggio segue la modalità della degustazione sensoriale condotta con un linguaggio metaforico che allarga gli orizzonti della percezione».

Dunque, se in scena si assiste al «dialogo tra il pane pugliese e il suo companatico», in platea la percezione si “consuma” non solo visivamente, ma «avviene […] sia nella bocca che nella mente degli spettatori» grazie a «due aspiranti fornai-attori, una celebrante dei prodotti tipici salentini, un pedagogo fornaio in pensione e una traduttrice simultanea» che, nell’interpretare i propri ruoli drammatici, si prestano a servire gli elementi culinari al pubblico seduto e distanziato su sgabelli.

Quindi, se il racconto a posteriori di un’esperienza cova ineliminabile il rischio di cristallizzarne le dinamiche vitalistiche, nel caso di Cumpanaggiu, il pane e il resto eviteremo di porre attenzione sulla sua organizzazione scenica, che evidentemente necessita di ulteriori limature nel ritmo e nell’impianto visivo, e ci soffermeremo sull’intenzione d’autore: volgere a fare del Salento «anche un viaggio» capace di non ignorare le distorsioni di «un paesaggio che da cartolina di bellezza atavica divengono desolazione di ulivi morti a causa del virus della Xylella». Questa microregione assume così la forma di «un luogo, quindi, da reinventare e rinverdire, ricreando con il rispetto della diversità della natura una nuova armonia», armonia che si fa conditio sine qua non affinché tutti gli esseri umani possano riscoprirsi compartecipi del destino planetario.

Con Cumpanaggiu, il pane e il resto siamo di fronte a un evento che si pone in equilibrio, sul limes tra l’essere irripetibile (perché vissuto intimamente ed emotivamente da ogni astante) ma non “unico”, rappresentando un format nato all’interno di un progetto ministeriale di valorizzazione del territorio salentino (Vivere all’italiana sul palcoscenico).

L’esplorazione dei materiali da cui il pane pugliese («di grano duro, plasmato in grosse forme. Per conoscerlo bisogna toccare e assaggiare la sua farina, bere l’acqua con cui è impastato, succhiare il sale che lo insaporisce») e il companatico («cibi che precisano i contorni geografici di un luogo») prendono forma accompagnano, tra l’amaro e il dolce e in una costante e arguta sottotraccia ironica, la presenza degli spettatori (che ipotizziamo possa essere ulteriormente radicalizzata in un tempo post-pandemico utilizzando più liberamente il contatto e la percezione “nuda” degli odori, per esempio, e della degustazione).

Ma sarebbe un grave errore pensare di assistere a uno spettacolo finalizzato alla banale ricerca di un’identità perduta, magari adagiato su contenuti nazional-populistici secondo la vulgata qualunquista attualmente assunta da tali termini.

Agile – e, come detto, ancora perfettibile – nel muoversi tra rappresentazione e performance, Cumpanaggiu, il pane e il resto sedimenta in profondità processi che potranno essere di crisi e/o di crescita – e dell’uno attraverso l’altro – offrendo a trenta spettatori alla volta l’opportunità di orientarsi tra esperienze individuali, “ricordi” collettivi e valori archetipici del Salento. Il palco della suggestiva “cittadella” dei Cantieri Teatrali, una costruzione nella prima periferia di Lecce, isolata dalla movida metropolitana, ma allo stesso tempo capace di offrire un polo di aggregazione e attrazione territoriale, diventa un contesto in cui «i caratteri fondamentali di una terra: la geologia, l’orografia, il clima, la storia e l’antropologia della popolazione» vengono avvalorati dal rispetto dell’alterità, per cui non si celebrano astrattamente il pane e il companatico salentino, magari esaltandoli come i “migliori”. L’operazione è più sottile e riesce a donare enfasi all’individualità di un territorio e dei suoi prodotti riconoscendo e rispettando e valorizzando le specificità degli altri luoghi.

Il godimento provocato dalla “contemplazione” del racconto, l’indugiare su un’atmosfera ironica (in tal senso, la traduzione simultanea recitata e dal vivo assume una doppia valenza, funzionale per l’esportazione dello spettacolo e drammaturgica per i lapsus e le divertenti gag), la problematicità del rapporto tra il bello di una terra e il brutto del suo sfruttamento, la drammatica “desertificazione” ecologica e culturale, una civiltà storico-geografica che contiene fermenti di bellezza, ma solo a patto di saper andare al di qua o al di là della sua patina commerciale e di impossibili atteggiamenti volti a restaurarne una ipotetica/ipocrita antica purezza: Paolo Pagliani e Salvatore Tramacere scrivono un testo lineare, essenziale e comprensibile, in cui i momenti lirici cedono i passo alla celebrazione prosaica di un rito – quello del pane e del companatico – che diventa metafora di una temporalità dell’esistenza alternativa a quella odierna della società dei “beni di consumo.”

«Pomodori secchi sott’olio, lampascioni, scapece, biscotti africani, e tarantata, cioè donna morsa dalla tarantola, vengono assaggiati e dagli spettatori» hic et nunc, ed ecco perché è possibile parlare virtuosamente di format. Perché significa dar merito a un’operazione culturale che, pur avendo margini di miglioramento dal punto di vista della “tenuta” e densità scenico-ritmica, risulta già capace di segnare una “rotta” credibile per vivere questi tempi bui attraverso il “magico” e “materico” strumento teatrale.

Il viaggio sensoriale è ancora all’inizio, la sua conformazione performativo-allegorica si muove tra confini narrativi da affinare, ma la catarsi, complice anche la convincente naturalezza degli interpreti e la semplicità della regia, si plasma in suggestioni tipicamente concrete, dando forma al romanzo di una messa in scena coerente e autenticamente ermeneutica.

Lo spettacolo è andato in scena all’interno di Teatro dei Luoghi Fest XV edizione – Lecce e Valona 2021
Cantieri Teatrali Koreja

Via Guido Dorso, 70, 73100 Lecce

Cumpanaggiu, il pane e il resto
scritto da Paolo Pagliani e Salvatore Tramacere
regia Salvatore Tramacere
aiuto regia Andelka Vulic
con Giorgia Cocozza, Carlo Durante, Maria Rosaria Ponzetta, Andelka Vulic
con la partecipazione straordinaria di Paolo Pagliani
scenografia, videomapping, footage, luci, costumi Luca Ruzza, Zeno Maria Ruzza
traduzione di Andelka Vulic
tecnico audio/luci Mario Daniele
si ringrazia Edoardo Winspeare per la concessione delle immagini
progetto promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese, in collaborazione con la Direzione Generale Spettacolo del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, nell’ambito del progetto Vivere all’italiana sul palcoscenico

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