Il Teatro Basilica riparte e propone il nuovo spettacolo della Gruppo della Creta, D.N.A. Dopo la Nuova Alba, un testo di Anton Giulio Calenda portato in scena con la regia Alessandro Di Murro.

L’identificazione del (non)luogo in cui ci troviamo è controversa. Per un verso, i richiami all’attualità e alla situazione italiana sono evidenti (e un po’ stucchevoli) con la presenza di un «Ministro dell’Interno […] personaggio politico di estrema destra» e l’annuncio dell’Apocalisse. Inoltre, dall’altoparlante che annuncia l’apparizione di «due intellettuali che speculano sul futuro dell’arte mentre oziano in un aeroporto postmoderno» al vagare di «un giovane che segue il suo maestro attraverso un deserto senza confini», passando per il quadro principale abitato da due donne «rinchiuse in un centro di recupero per malate psichiatriche», l’ambientazione denota in maniera sempre chiara le coordinate della stanza di appartenenza. D’altro canto, l’atmosfera è costantemente rarefatta, onirica, distopica, routinaria e post-atomica e i vari protagonisti vi si muovono con fare laconico e istrionico, esaltato e disperato, struggente e orgoglioso.

Neanche la scenografia si sottrae a questo spirito di auto-contraddizione e le grandi porte/finestre che la compongono – oltre a plasmare lo spaziotempo dei vari ambienti in cui la storia va via via strutturandosi fino a diventare i due pseudomanichini dell’aeroporto, il manifesto propagandistico del Ministro e le mura su cui sono crocifisse le due donne, delle quali una scopriremo essere anoressica – palesano l’assenza di una collocazione esistenziale stabile.

Dai costumi caricaturali ma corrispondenti all’interiorità di chi li indossa alle dissertazioni vorticosamente oscillanti tra spersonalizzante crudezza (del dottore della clinica), viscida retorica (del politico di turno) e alternanza tra prosa e poesia (restituita nella dialettica tra le due prigioniere), un’analoga doppiezza si riscontra nella stessa caratterizzazione dei protagonisti. Caratterizzazione che, d’altronde, si polarizza tra – da un lato – coloro che, per sadismo, opportunismo o semplicemente mancanza tecnica di empatia, sono gli evidentemente cattivi, quelli che rappresentano il male del mondo e sono i carnefici da abbattere, e – dall’altro – le vittime, che sono fondamentalmente donne, ma anche tutto l’alveo delle buone intenzioni e dei buoni sentimenti ricercato dai due peregrini nel deserto. Tra i due insiemi non c’è alcuna relazione e lo evidenzia in maniera esemplare l’impostazione sostanzialmente monologica dei vari discorsi, i quali oltre a dire qualcosa indugiano a riflettere sulle strutture di cui stanno parlando e, così facendo, enucleano meta-discorsi sulla psichiatria, sulla politica e sull’arte.

Il semplicismo delle argomentazioni su medicina, estetica, comunità e sorellanza, la stereotipata composizione della storia attraverso il montaggio alternato, la confusione ritmica – almeno allo stato dell’arte – dell’allestimento nel suo complesso sono compensate solo in parte dalle buone prove attoriali, dalla cura nei costumi di Laura Giannisi e dall’ambizione performativa del Gruppo della Creta, tuttavia – e proprio tra le pieghe di queste sfumature di grigio – D.N.A. Dopo la Nuova Alba accenna a interessanti margini teatrali su cui sviluppare un progetto che già adesso riesce a mostrare la sostanziale omogeneità di ogni nocciolo narrativo rispetto a sé stesso e in relazione agli altri.

Al di qua di una composizione eccessivamente barocca nella restituzione tecnica, scopriamo in D.N.A. Dopo la Nuova Alba la possibilità di una lettura trasversale di quel mondo della crisi che, dopo esser stato scomposto quadro dopo quadro, non sembra ancora essere stato adeguatamente ricostruito in un percorso drammaturgicamente coerente, la qual cosa permetterebbe invece di superare gli attuali limiti di originalità e profondità.

Rispetto all’ambizione di presentare – oltre che rappresentare – la catastrofe planetaria, D.N.A. mostra comunque un’organicità di narrazione capace di tenere fede al proprio proposito di parlare delle crisi globali e sociali (per cui si attende la nuova alba dell’umanità) attraverso le crisi individuali di una ex anoressica rivoluzionaria, di un politico dilaniato tra l’apparire pubblico e l’amore per la famiglia e di uno scienziato nazificato nel suo afflato ippocratico.

Stornato dall’inutile sforzo di classificare la psichiatria come cura peggiore del male e la politica come puro sfoggio di abilità retoriche e dittatoriali, snellito il testo dalle pesanti contorsioni grammaticali e svecchiata l’impostazione attoriale dalla pedante ricerca del grottesco, dunque affinato il linguaggio drammaturgico di un prodotto tutt’altro che ben confezionato e definitivo, D.N.A. Dopo la Nuova Alba esibisce la sua maggiore e lodevole virtù nell’immagine e non nella parola, vale a dire non nella chiarezza con cui racconta, ma nella forza con cui – spostando incessantemente il baricentro dell’attenzione da un contesto, da un personaggio e da una tematica in direzione del relativo opposto – innesta nella visione dello spettatore la mancanza del proprio stesso centro di gravità.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Basilica

10 ottobre, ore 21

D.N.A. Dopo la Nuova Alba
di Anton Giulio Calenda
regia Alessandro Di Murro
un progetto del Gruppo della Creta
con Jacopo Cinque, Alessio Esposito, Maria Lomurno, Eleonora Notaro, Laura Pannia
musiche originali di Enea Chisci
scene e costumi Laura Giannisi
aiuto regia Tommaso Cardelli
assistente alla regia Jessica Miceli
vocal coach Pamela Massi
direttore di produzione Pino Le Pera
grafica Studio Turandò
compagnia Gruppo della Creta
prodotto da Fattore K.

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