Ritratti d’autore

Assistere, a Inequilibrio Festival, a Rzeczy/Cose, e poi incontrare Daria Deflorian e Antonio Tagliarini per un’intervista è, stranamente, come ripercorrere per ben due volte lo stesso percorso, addentrandosi in un bosco abitato dai loro e dai nostri ricordi. L’affastellarsi di titoli di libri, film, brani musicali – che non sono sfoggio, bensì condivisione culturale – mescolati con le mille facezie e minuzie della nostra quotidianità e con il peso della storia (quella con la S maiuscola), che ha travolto la vita di noi tutti dalla caduta del Muro di Berlino a oggi, è un viaggio senza soluzione di continuità dal singolo al collettivo, dall’io al noi, e ritorno. Un’epopea di piccoli fatti e oggetti che confluiscono a dare un senso alla fiumana umana alla quale apparteniamo. E così, frammento dopo frammento, Daria e Antonio, quasi passandosi la staffetta a ogni frase, a ogni abbozzo di pensiero, ricostruiscono il loro e il nostro mondo, con la delicata bellezza del fare teatro consapevolmente.

Perché affrontare, a distanza di sei anni, Rzeczy/Cose? E perché scegliere la performance/installazione e non lo spettacolo, Reality?
Antonio Tagliarini: «Noi siamo una Compagnia che mantiene vivo il repertorio. Gli spettacoli possono continuare a vivere, rinnovandosi ogni volta grazie anche a un pubblico sempre diverso. Chiaramente, per i lavori in cui siamo in scena solamente Daria e io è più semplice ritrovarsi, come nel caso di questa performance».
Daria Deflorian: «Sono d’accordo con la questione del repertorio, ovviamente. Anche per andare avanti, per creare dei nuovi lavori, tornare su quanto si è fatto è fondamentale. Sui primi spettacoli, soprattutto, che erano dei risultati un po’ inconsapevoli e, con il passare del tempo e la crescita della consapevolezza, si riscoprono diversi. Tornare indietro, a quando la tua natura c’era già, senza che tu lo sapessi, aiuta a proseguire nel percorso che si è scelto».
A. T.: «Rzeczy/Cose, qui a Castiglioncello, si è anche giovato della piccola dimensione. Perché l’intimità è importante, per noi».
Daria Deflorian: «Tra l’altro, chi l’ha visto ieri sera, a causa dei tempi stretti dovuti all’inizio di altri spettacoli, si è perso il gusto dell’installazione. Nella replica in mattinata, alle 11.30, al contrario, invitando le persone a guardare le cose abbandonate negli scatoloni, con noi in scena, si è potuto chiacchierare, rispondere alle domande e il rapporto instaurato è stato diverso da quello che potrebbe ricrearsi fuori – in un foyer o al bar. Il gioco continua, e parrebbe quasi dirsi infinito».
A. T.: «E non dimentichiamo che questa “coda” fa, in realtà, parte del progetto».

Come sviluppate i vostri progetti mantenendo un’apparenza di provvisorietà, di in progress? Come riuscite a conservare la vostra freschezza?
D. D.: «L’apparenza di provvisorietà è assolutamente voluta. E tutto ciò che può sembrare, sulla scena, parte della nostra natura, è in realtà frutto di un grande lavoro. Noi proviamo tantissimo. Anche quando riprendiamo vecchi spettacoli, li rimettiamo in prova. Perché, per ritrovare quella freschezza, non conta improvvisare quanto allargare, aggiornare, ridiscutere il bagaglio che c’è sotto, dietro o prima di un testo. Solo così una certa frase potrà essere detta come se fosse sempre la prima volta. Inoltre, abbiamo la fortuna di poter includere progettualmente il pubblico…».
A. T.: «…Incontrare il pubblico rinnova noi e lo spettacolo. Proviamo davvero il piacere di condividere. La grande questione nel nostro lavoro è come riuscire a non impacchettare uno spettacolo. È chiaro che da un punto di vista drammaturgico, quando completiamo la scrittura scenica, scriviamo letteralmente il testo. Però il nostro obiettivo è lasciare sempre una specie di spiraglio, che ci renda fragili di fronte allo spettatore».

Questo vostro mantenervi in equilibrio tra verisimile e realtà, tra dato autobiografico e invenzione drammaturgica fa parte della vostra ricerca, aldilà di questa performance?
D. D.: «Sì, è profondamente nostro. Volendo sintetizzare le nostre discussioni, c’è sempre una tensione che ci porta anche a giocare in contrasto, durante la costruzione di un lavoro, muovendoci tra il qui e ora e l’altrove. In effetti, non riusciamo a rinunciare al qui e ora, che è maggiormente performativo e ha a che fare con il denunciare la nostra presenza in quanto performer. Nello stesso tempo, l’altrove permette di non annoiarsi di se stessi, diventando altro, spaziando, recuperando la figura. In Rzeczy/Cose si nota meno perché la figura di Janina Turek appare per un attimo, quando mi vesto e dico: “Cosa sembro? Mi sento un po’ una dell’Est”. Un accenno. Negli altri lavori, l’arrivo della figura comporta, per un attimo, un cancellarci. D’altro canto, i nostri non sono spettacoli dove ci presentiamo al pubblico nascosti dalle figure. Naturalmente, questo è un discorso a più trasparenze, a seconda dei progetti e di quello che vogliamo, in quel momento, dal teatro. Perché non è solamente lo spettatore che cerca qualcosa in teatro, ma anche noi – per rinnovarci – dobbiamo approfondire. È una questione costitutiva della nostra Compagnia».
A. T.: «Per quanto riguarda il fatto che parliamo di cose che riguardano sia noi che il pubblico, aggiungerei che questo è un principio fondante del nostro fare teatro, a cui tendiamo sempre. Partiamo da noi stessi per onestà di pensiero. Però cerchiamo di superarci: noi siamo un tramite per arrivare agli spettatori. Non sollecitiamo lo sguardo voyeuristico di fronte a un prodotto finito».

Come mai partite sempre da libri o film nella costruzione dei vostri spettacoli, piuttosto che da un dato sociale, politico o più personale?
D. D.: «Essendo in due ci aiuta molto avere un oggetto tra di noi, verso il quale riflettere le nostre differenze e similitudini. Dopodiché è ovvio che esistano le passioni al di fuori del teatro, e queste nutrono il lavoro di un autore. La letteratura tout court è tra le nostre ed è naturale che per riflettere qualcosa che ci appartiene, noi si utilizzi come mezzo un libro. Facciamo un esempio concreto. In Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni, il tema era la crisi economica e quanto stesse devastando il nostro lavoro e la prospettiva di una serietà del teatro. La domanda che ci ponevamo era come portare in scena questa tematica. Quando, attraverso delle letture estive, abbiamo colto l’immagine delle quattro pensionate, nel romanzo di Markaris, abbiamo capito di aver trovato la chiave giusta. Avevamo la questione e, contemporaneamente, un qualcosa al di fuori di noi, in cui si riflettevano anche le nostre vite».

State lavorando su un nuovo progetto dedicato a Deserto rosso. Come mai la scelta di questo film di Antonioni? La crisi del ruolo della donna o nei confronti di un mondo borghese nel quale non ci si rispecchia oltre?
A. T.: «Abbiamo rincontrato Deserto rosso mentre lavoravamo su Il cielo non è un fondale. Uno spettacolo nel quale indagavamo il rapporto tra la figura e il paesaggio urbano, inteso anche come condizioni di vita. Quindi, riguardando il film per motivi di studio, a un certo punto ci siamo resi conto che c’erano temi che ci riguardavano e che dovevano germinare. Ma solo adesso, dopo un lasso di tempo, ci stiamo immergendo nell’intera opera di Antonioni. Le tematiche affrontate dal regista sono tante e, come per altri artisti, è incredibile rendersi conto della loro preveggenza».
D. D.: «Non intendiamo fare un lavoro sulla condizione al femminile, anche se Deserto rosso non è solamente un film di Antonioni ma anche di Monica Vitti. Non vogliamo, però, riprodurre la questione del triangolo e, per questo, saremo in cinque sul palco. Ci interessa molto la scena della baracca rossa, dove le figure sarebbero anche di più e la questione non è soggettiva bensì universale. Quindi, per quanto il femminile emerga, così come il maschile e il rapporto eterosessuale come relazione con l’altro da sé, che è insieme attrazione e inconoscibilità eterna, non affronteremo un problema di coppia, ma di relazioni e di mancanza. Del resto, in questo periodo, stiamo anche leggendo un filosofo francese che ci appassiona, François Jullien, che tratta della perdita del senso dell’intimità arrivando, a un certo punto della sua analisi, a chiedersi perfino, in merito al desiderio sessuale, cosa sia davvero tale desiderio».
A. T.: «A cui si aggiunge un’altra questione, ossia quella relativa al vuoto – allo stato che si vive quando non si ha chiaro quale sia il proprio desiderio, da un punto di vista relazionale ma anche sociale. Non a caso la nostra domanda è: “Cosa voglio?”. Molto simile a quella della Vitti quando chiede: “Cosa debbono guardare i miei occhi?”, e a quella di Richard Harris che risponde: “Come devo vivere?”».

Alcuni vostri lavori sono site-specific, come Quando non so cosa fare cosa faccio – ispirato al film Io la conoscevo bene di Pietrangeli. Come si è innescato, in questo caso, il cortocircuito film/luogo, aldilà dell’ovvio Roma/Cinecittà?
A. T.: «Tutto è cominciato con un progetto sul territorio intitolato Gli anelli di Saturno. Abbiamo trascorso un intero anno portando avanti le nostre indagini, e poi abbiamo organizzato un laboratorio invitando degli urbanisti. La nostra attenzione era concentrata su quella zona intorno al Teatro India, che è nata alla metà degli anni 60, e dove si trasferisce anche la protagonista del film nel suo avvicinamento verso Roma. Le domande che ci ponevamo erano: “Cos’è moderno? Cosa sono il progresso e l’attrazione nei confronti della città?”».
D. D.: «Il film serve a riagganciare il paesaggio e un’esistenza, quella della protagonista ma anche la nostra, con l’arrivo a Roma. Il sognare comune a tutti di fare qualcosa in una particolare città».

Deflorian/Tagliarini come la Madeleine di Proust?
D. D.: «Nel presente ci sono tracce di futuro ma anche germinazioni del passato. Per noi vivere nel presente è immergersi continuamente in un altrove. L’immanenza cosa significa? L’oggi necessita di un continuo pescare nel passato. Già nel titolo, Quando non so cosa fare cosa faccio, denunciavamo una condizione ormai solo anelata, anche da Antonio e me, ossia quella del perdere tempo, come nella tradizione dei flâneur, ossia poter essere nient’altro che qualcuno che guarda».
A. T.: «E pur essendo uno spettacolo site-specific, è bello che stia avendo una lunga vita. È il terzo anno che ci chiedono di replicarlo ed è già programmato per il prossimo».

Le vostre tournée girano anche all’estero. Superando uno scoglio che frena molti vostri colleghi. Come ci siete riusciti? E, dato che il vostro lavoro è sempre un passare il testimone al pubblico, come rispondono gli spettatori di altre nazionalità?
A. T.: «Siamo stati fortunati. Quattro anni fa, Francesca Corona e Pav [organismo di promozione, riconosciuto dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, che si occupa anche di internazionalizzazione, n.d.g.] ci hanno invitati a partecipare al progetto Face à Face, che è uno scambio di produzioni drammaturgiche contemporanee tra Italia e Francia. Didier Juillard, allora condirettore del Teatro nazionale La Colline, vide una nostra prova e decise di non chiederci solo una lettura bensì di mettere in scena alcuni spettacoli…».
D. D.: «… anche grazie alla semplicità degli allestimenti».
A. T.: «Per cui abbiamo avuto la fortuna di presentare Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni, Reality e Rzeczy/Cose al Teatro La Colline per due sere – che sono pochissime a Parigi – ma, grazie a Francesca Corona, sono arrivati molti operatori, tra i quali la direttrice del Festival d’Automne e quella del Théâtre de la Ville, che si sono innamorate del nostro lavoro. Da quel momento abbiamo instaurato dei rapporti che ci hanno permesso di superare i confini».
D. D.: «A La Colline abbiamo fatto il tutto esaurito e, con nostra grande sorpresa, abbiamo dovuto aggiungere altre date. È chiaro che ci si trova immersi in un sistema che funziona, dove il pubblico è informato, e le recensioni teatrali hanno lo stesso valore di quelle cinematografiche. I francesi, inoltre, sono abituati ad accogliere, a vedere gli spettacoli con i sovratitoli e, probabilmente, a tutto questo si aggiunge il fatto che noi portiamo all’estero un’immagine dell’Italia un po’ diversa…».
A. T.: «… meno stereotipata».
D. D.: «Ma con una vivacità di pensiero, meno intellettuale e più diretta, che ci è propria – come italiani. Perché la vena della Commedia dell’Arte non si è completamente esaurita nel nostro dna e, quindi, come nel passato si andava in Francia, anche oggi il Paese d’Oltralpe ci accoglie».
A. T.: «Alla fine abbiamo replicato per dieci giorni Reality e per altrettanti Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni. E per tornare alla questione della risposta del pubblico, va sottolineato che gli spettatori de La Colline sono eterogenei, anche perché il teatro si trova in una zona di Parigi non certo abitata dall’alta borghesia. Ma l’attenzione che dimostrava il pubblico era sconcertante e quando cominciava ad applaudire, lo faceva in maniera quasi politica. Si capiva che gli spettatori comprendevano perfettamente le valenze del nostro lavoro, sebbene il messaggio politico non fosse diretto».

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