L’altra faccia del teatro contemporaneo

Dario Marconcini e Giovanna Daddi. Colonne portanti del teatro di ricerca e innovazione italiano, tra gli ideatori del progetto culturale e artistico di Pontedera, animatori del Teatro di Buti, hanno collaborato con alcuni dei più grandi maestri della scena, tra i quali resta emblematico il rapporto pluriennale con Jean-Marie Straub e Danièle Huillet.

1) Quali sono le problematiche che deve affrontare chi produce teatro contemporaneo fuori dagli ex Stabili?

2) Quali dovrebbero essere i parametri e i principi di una Legge quadro sul finanziamento della produzione teatrale dal vivo che risponda alle esigenze delle Compagnie off?

D. M.: «Le difficoltà nel lavorare al di fuori degli Stabili ci sono e sono molte. Innanzi tutto, non abbiamo persone che vendano i nostri spettacoli e la mancanza di queste figure professionali rientra nell’impossibilità, per noi, di poterle pagare. Oltre al fatto che Buti è lontano dai luoghi frequentati dalla critica che conta. Questo significa che non godiamo di alcuna visibilità perché nessun critico che, attraverso recensioni pubblicate a livello nazionale, può dare visibilità al nostro lavoro, viene a Buti. Spesso, certi miei lavori arrivano al grande pubblico ora, dopo trent’anni e oltre. Il teatro deve essere considerato un servizio pubblico e, al di là della qualità, è necessaria la volontà dello Stato di distribuire dei fondi in perdita – altrimenti si innesta un’operazione para-industriale o commerciale di finanziamento in cambio di un rientro economico. Ma investire nel teatro dovrebbe avere la stessa valenza dell’investire nella viabilità o nel dissesto idrogeologico. Il teatro è un servizio pubblico e, come tale, in perdita. Altrimenti, tutti quelli che, come noi, fanno operazioni culturali e non commerciali, finiremo per chiudere. Noi siamo, come diceva molti anni fa Franco Quadri, inutili. E come uomini e donne di teatro dobbiamo ringraziare la comunità proprio per la nostra inutilità. D’altro canto, in questa inutilità dobbiamo trovare il senso per andare avanti. Dobbiamo ripagare la comunità attraverso il nostro impegno quotidiano in questo lavoro. Cercando testi non conosciuti, facendo operazioni off (o in, non conta) ma valide culturalmente, non smettendo mai di cercare e sperimentare. Questo è il nostro modo per ringraziare per la nostra inutilità».

G.D.: «La Legge sullo spettacolo dal vivo dovrebbe puntare a che i fondi siano distribuiti in base alla qualità, alla diversità, salvaguardando i luoghi dove nascono realtà che producono teatro contemporaneo e sono radicate anche in piccoli centri. Senza tener conto del numero degli spettatori, intesi come mero sbigliettamento o incassi».

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