L’altra faccia del teatro contemporaneo

Davide Ambrogi. Nato a Genova nel 1978, appassionato fin da piccolo di musica e teatro, dopo la laurea in DAMS, come arrangiatore musicale, autore teatrale e produttore, ha avuto differenti esperienze lavorative in Italia e all’estero (in Svezia, nel Regno Unito e negli Stati Uniti). Oltre a seguire differenti progetti periodici, è presidente di Fringe Italia e direttore artistico del Roma Fringe Festival.

1) Quali sono le problematiche che deve affrontare chi produce teatro contemporaneo fuori dagli ex Stabili?

2) Quali dovrebbero essere i parametri e i principi di una Legge quadro sul finanziamento della produzione teatrale dal vivo che risponda alle esigenze delle Compagnie off?

D.A.: «L’elargizione di fondi pubblici per gli spettacoli dal vivo è un celebre campo minato. Prima di tutto, sarebbe necessario analizzare e prendere come esempio le metodologie virtuose internazionali, naturalmente epurate da influenze sociali proprie del luogo di attuazione. Laddove il teatro e, soprattutto, il suo pubblico si siano evoluti grazie a una certa metodologia, bisognerebbe riprendere quel procedimento e innestarlo nel contesto italiano, nel migliore dei modi possibili. 

A proposito delle Compagnie off, essendo queste borderline e dal valore il più delle volte ancora imponderabile, si dovrebbe agire con la diffusione di servizi, quali attrezzature in prestito e quant’altro, con agevolazioni burocratiche e fiscali (agibilità e Siae, in primis), e nella promozione su canali mediatici principali. Anziché concedere fondi diretti per una produzione o per una stagione teatrale intera, dove i fondi non restituiti immediatamente al mittente (tramite Enpals o Siae) vanno persi in allestimenti “monouso”, per gli occhi di pochi amici o addetti ai lavori (in questa maniera, fini a se stessi). 
Il sostentamento di una Compagnia tramite fondi diretti mi sembra una forma di gestione controproducente, che il più delle volte crea dipendenza, sopprime gli stimoli e, sicuramente, non pare lungimirante. In breve, sono dell’idea che, citando il celebre proverbio cinese: “Se hai fame, non ti dono del pesce, ma una canna da pesca”.

 Il mestiere teatrale è per sua natura differente da quello impiegatizio ed è più assimilabile a quello imprenditoriale, dove il capitale d’impresa diventa il talento stesso. Questo prevede imprescindibili dosi di rischio, di coraggio e di intraprendenza, e non si può pretendere un salario minimo o un’eventuale “assunzione” da parte del Ministero nella qualità di “artista” o di “produttore” (voce che diventa quasi un ossimoro in questo contesto). Concludendo, il teatro è un mondo che, come spesso accade per i mestieri più affascinanti, o lavorandoci ti senti appagato sia finanziariamente che professionalmente, oppure ti ritrovi una vita piena di frustrazioni e sconfitte. Ma questo fa parte del gioco e io stesso, da produttore e autore, lo accetto: l’importante è avere delle strutture tecniche e burocratiche che ti permettano di “giocare” nel migliore dei modi e, poi, ben vengano le partite, le sfide».

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