Ritratti d’autore

Persinsala incontra Davide Tassi che, da autentico mattatore, porta sul palco del Teatro Planet di Roma, per il DOIT Festival – Drammaturgie Oltre Il Teatro, L’Intruso, un spettacolo – selezionato per la Scena Romana dalla rivista Teatroecritica al Roma Fringe Festival del 2015 – spartano nell’allestimento ma denso nelle emozioni, complessivamente efficace e ambizioso nel mostrare il lato oscuro della Luna che alberga in ognuno di noi.

Come e quando nasce, dal punto di vista artistico e personale, l’avventura de L’Intruso?
Davide Tassi: «Stavo ascoltando un fatto di cronaca, un presunto caso di pedofilia. Nel servizio non c’era traccia degli elementi di indagine mentre tutta l’attenzione era concentrata sulla vita dei protagonisti della vicenda: chi erano, che lavoro facevano, che problemi avevano i figli, le mogli, i parenti più stretti. Uno di loro era stato addirittura condannato per una multa non pagata.
A me, spettatore giudicante, bastava questo per esprimere una sentenza di condanna. Era sufficiente unire i punti per dare forma alla figura del mostro. In quel momento nacque l’idea de L’Intruso, un uomo che si metteva a nudo, che si raccontava senza «inutili sotterfugi, senza quel pelame di buonismo che amate tanto quando ascoltate e ancora più quando raccontate di voi stessi». Un uomo che voleva essere giudicato per ciò che era e non per come si mostrava, per come appariva».

Muovendosi all’interno della soggettività del personaggio, L’Intruso oscilla tra immedesimazione ed estraniamento, tra l’offerta di una impossibile tentazione catartica e l’esplicita richiesta di una presa di posizione critica. Teme o sfida il “disorientamento” degli spettatori?
DT: «Lo sfida. Racconta se stesso senza tralasciare nulla. «Ascoltare e giudicare, questo è il vostro compito» – dice nel prologo. Nel momento in cui inizia il suo racconto è già tutto accaduto. Deve solo far rivivere ogni istante in chi lo ascolta, portare lo spettatore dentro i vicoli bui della sua solitudine e della sua depressione. Molto spesso ci mostriamo agli altri per ciò che vorremmo essere (come nei selfie su facebook), non per ciò che siamo. Questo ci rende deboli, incapaci di prendere consapevolezza di noi stessi, dei nostri limiti, delle nostre paure e quindi inadatti a intraprendere un cammino che ci possa rendere migliori. L’Intruso è esattamente il contrario: si mostra esattamente per ciò che è e ciò che è stato. Credo che sia più che altro questo che disorienti il pubblico: abbiamo bisogno di etichette chiare, di buoni e cattivi, di un titolo che riassuma tutto. Abbiamo perso l’abitudine all’elaborazione di un pensiero critico, al passare dall’opinione alla tesi. Di fronte all’Intruso spesso il pubblico non sa che posizione prendere, è come se l’Intruso tracciasse una strada nuova che, appunto, disorienta chi è abituato a muoversi nell’universo del conosciuto».

Alcuni riferimenti culturali, come il rapporto con il padre quale freudiana origine del malessere esistenziale del protagonista, patiscono una certa banalità: è una scelta consapevole di voler arrivare con immediatezza al pubblico, anche a costo di un certo didascalismo, o c’è altro?
DT: «Il rapporto con il padre, l’omosessualità, i sogni, sono appunto elementi di facile comprensione, adatti a costruire lo stereotipo che hanno l’obiettivo di tracciare una strada nota, per arrivare poi a virare improvvisamente creando appunto quel disorientamento di cui dicevamo prima».

Più che la resa vocale, che, pur notevole, in un monologo di così lunga durata non sempre è riuscita a evitare il rischio della ridondanza, a determinare un allestimento autenticamente immaginifico, è stata una portentosa restituzione gestuale di «angosce e frustrazioni», di «manie [e] psicosi» attraverso la vibrante gestione fisico-espressiva di uno spazio scenico fatto di assenze (scenografie ed esistenze autentiche). In tal senso, come ha lavorato alla costruzione del personaggio?
DT: «Credo nello stesso modo in cui lo fa qualsiasi attore ovvero dimenticandosi di essere chi sei per entrare nel corpo e nella mente di qualcun altro. Una volta dentro, tutto il resto prende forma».

Ha firmato le regie dei suoi ultimi due spettacoli, L’Intruso e  Avrei voluto essere Patani: come è nata la collaborazione con Francesca Rizzi?
DT: «Su suggerimento di un amico che aveva lavorato con lei ed è stato uno dei migliori consigli che mi abbia mai dato.
Francesca è uno di quei rari casi di registi che si mettono completamente a disposizione dell’attore, che non vogliono apparire o che vogliono farlo solo attraverso quello che tu riuscirai a restituire sul palcoscenico. Un lavoro lungo e a volte faticoso, in cui si possono trascorrere ore su un singolo respiro. A Francesca devo tantissimo».

Uno sguardo all’altra parte del cielo: cosa pensa del pubblico teatrale, che vox populi vuole praticamente scomparso, e della critica, su cui pesa una considerazione oggi ai minimi termini? Condivide con Harold Bloom quando tuona sull’ormai avvenuta «morte della critica», perché strumento di omologazione e autoreferenzialità, e con i molti che la interpretano quale mero esercizio amatoriale, in particolare nella sua versione web?
DT: «Nell’odierno sistema della comunicazione, in cui i pensieri non devono superare i 140 caratteri, il teatro ha un grande valore e una grande responsabilità perché è uno dei pochi luoghi che obbligano lo spettatore a riflettere (almeno per un certo tipo di drammaturgie). Va da sé che un pubblico impigrito, reso tale dall’abitudine a riportare il pensiero o spesso anche solo il titolo dei pensieri di qualcun altro, faccia fatica ad andare a teatro. Ma sinceramente è un problema che non mi pongo. Io sono lì anche perché non saprei dove altro andare.
La considerazione della critica ai minimi termini, invece, trovo che sia figlia della nostra supponenza e della nostra incapacità di metterci in discussione. Il critico non è altro che uno spettatore che esprime pubblicamente un proprio parere, qualcuno che ha impegnato il proprio tempo per venire a vedere un tuo lavoro e che poi ne ha anche scritto. Inutile incazzarsi: il suo lavoro consiste nel giudicare il lavoro di qualcun altro. È così e basta. E come qualsiasi altro lavoro c’è chi lo fa bene, con passione e onestà, e chi lo fa male».

Uno sguardo rivolto al futuro: i suoi prossimi progetti?
DT: «Due figli in arrivo».

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