Let’s Gaga

Decadance, della Batsheva Dance Company dell’israeliano Ohad Naharin, è una sorta di manifesto celebrativo di Gaga, grammatica della danza che, focalizzandosi su propri originalissimi stilemi, «incoraggia i danzatori a potenziare la qualità del loro movimento», ad «ascoltare il corpo, prima di dirgli cosa fare».

Stile che è anche «metodo di allenamento», tecnica che allora è pedagogia, Gaga è concepito da Naharin nei termini di una vera e propria competenza linguistica, di un sistema di segni e strumenti disciplinari che, attraverso proprie regole coreografiche e una pratica di estrema e minuziosa scoperta del corpo, offre la possibilità di un loro utilizzo in modalità creativa e non coercitiva, riuscendo così a formalizzare un contesto di regole teoriche e di movimenti da utilizzare per il libero gioco dell’improvvisazione.

Andando oltre la mera contrapposizione tra l’accademico e lo sperimentale, Naharin ne realizza una rigorosa e superba sintesi qualitativa in un poetico abbraccio – tra l’aderenza a una struttura canonica (il classico) e la sua consapevole e libera alterazione (il contemporaneo) – che Decadance rappresenta con ludica esemplarità ormai dal ventennale della sua direzione (2000).

Ballerini preparatissimi e potenti, precisi ed esplosivi, capaci di esaltare ed esaltarsi per la pulizia di movimento e l’efficacia espressiva, compongono in Decadance un mosaico di alcune delle coreografie di una delle più celebri compagnie del mondo che il Ravenna Festival, confermandosi come uno dei pochi contesti italiani dove ammirare il meglio della danza planetaria, ospita con sold out nell’enorme Pala de André, location purtroppo non particolarmente indicata per i limiti logistici e di visuale tra palco e platea.

L’ensemble di nove danzatori e nove danzatrici è strepitoso sia per la singolare bellezza (individuale ed estetica), quanto per la corale armonia, anche dissonante, di movimenti con cui materializzano la sostanziale omogeneità formale, atletica e virtuosistica di uno spettacolo concepito non tanto dal punto di vista tematico, quanto quale efficace  (eccezion fatta per un momento, anche particolarmente lungo, di discutibilissimo coinvolgimento del pubblico) testamento della propria poetica.

In quest’ottica, infatti, va vista la scelta di Naharin di tracciare con continue e minime variazioni le linee plastiche di una trama non narrativa, ma sempre densa e dal grande impatto fisico e visivo che ha vissuto un picco di inaudita intensità con Ejad Mi iodea, incipit di Decadance, dedicato alla festività della pasqua ebraica con gli invasati danzatori in giacca e cravatta seduti in un ampio semicerchio su sedie pieghevoli, curvi e pensosi, gomiti sulle ginocchia. In Ejad Mi iodea si assiste a un folgorante momento di incontro tra l’apollineo controllo della forma e l’esuberante ebbrezza del dionisiaco, con corpi, braccia, teste che si dimenano in una sequenza imperfetta di stupefacente sincronia e in un continuo complicarsi di movimenti che si aggiungono fino alla calma del climax finale.

Per il pubblico italiano che avesse perduto l’occasione non c’è da disperarsi. Sarà possibile ammirare Ohad Naharin e la Batsheva Dance Company, con le rirprese di Three, il 3 settembre a Rovereto per l’Oriente Occidente Dance Festival e il 6 settembre al Teatro Regio per il Torino Danza Festival.

La coreografia è andata in scena all’interno del Ravenna Festival:
Palazzo Mauro de André

Viale Europa, 1 – Ravenna
6 luglio 2016, ore 21:30

Decadance
estratti da opere di Ohad Naharin
luci e stage design Avi Yona Bueno (Bambi)
costumi Rakefet Levi
estratti da Sadeh 21 (2011), Zachacha (1998), Bolero (1983), Mabul (1992), Three (2005), Naharin’s Virus (2001), Zina (1995)
interpreti Olivia Ancona, William Barry, Mario Bermudez Gil, Omri Drumlevich, Bret Easterling, Iyar Elezra, Hsin-Yi Hsiang, Rani Lebzelter, Or Moshe Ofri, Rachael Osborne, Shamel Pitts, Oscar Ramos, Nitzan Ressler, Ian Robinson, Or Meir Schraiber, Maayan Sheinfeld, Zina (Natalya) Zinchenko, Adi Zlatin

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