Tutto il boccaccesco del Decamerone

Al Teatro Puccini di Firenze in scena Decameron: le novelle oscene per la regia Paolo Biribò e Marco Toloni.

Firenze 1348. La peste imperversa e miete vittime, un senso di instabilità mortifera pervade la città e i cittadini. La vita si fugge tuttavia e il sano di oggi non può dirsi certo di esserlo anche domani. I bubboni della peste e le sue orrende macchie nere compaiono improvvisamente sull’inguine, poi sotto le ascelle, e riducono vecchi e giovani, uomini e donne in ammassi di carne senza speranza. I genitori non si curano più dei figli, i fratelli delle sorelle, i mariti delle mogli. Ciò che conta è godersi la vita fintanto che è concessa. La coscienza della precarietà e il terrore che la morte giunga subitanea a togliere una vita non ancora vissuta, allentano i freni inibitori e spingono a dare libero sfogo ai desideri più reconditi, alle fantasie più inconfessabili relegate dal pudore nei meandri dell’inconscio. E così i giovani si ingegnano per trarre il massimo del godimento dalla loro bramosia, le novizie si rendono conto che la loro scelta così radicale non è poi tanto definitiva, le mogli stanche deragliano spesso da quella noiosa monogamia alla quale gli umani sono costretti dalle convenzioni.

Boccaccio non ha ritegno di spiare nelle vite intime degli uomini e di raccontare ciò che accade quando cala il sipario dell’intimità. Il voyeurismo boccaccesco individua con facilità le figure più lascive, che sono quelle che la società maggiormente reprime negli istinti: le fanciulle tenute ancora come bambine, le suore e i frati, le donne sposate. Gli uomini, forse anche grazie alla maggiore libertà concessa loro dalle convenzioni, escono dall’osservazione di Boccaccio meno dissoluti, spesso arguti nella licenziosità. Le donne, più che argute, appaiono scaltre e il motteggio è funzionale a nascondere le loro vergogne.

La resa scenica delle novelle ha reso forse onore all’intento originale del Boccaccio di mostrare la realtà nuda e cruda, senza edulcorare la carnalità, a volte oscena, dei rapporti, togliendo all’atto sessuale il carico di sentimentalismo dal quale spesso, per fortuna, è gravato. Fatta eccezione per la novella dal titolo L’usignolo – nella quale la carnalità è solo un aspetto del tenero amore giovanile – nella rappresentazione degli altri racconti, la trivialità è portata sulla scena ma senza valore aggiunto: al di là della fedeltà a Boccaccio, infatti, non si coglie una motivazione altra a tanta profusione di nuda carne, non si sente quella vena provocatoria che pulsava forte in Boccaccio, lui che – smascherando la lussuria di preti e monache – voleva dileggiare l’intoccabile potenza della Chiesa di fine Quattrocento. Ai giorni nostri non si percepiscono i toni aspri della polemica, ma si comprende solo l’aspetto goliardico del dileggio.

Pregevole la scelta di mantenere la lingua delle novelle, parlata con disinvoltura dall’affollatissima compagnia di attori.

Una selezione ardua di racconti, operata sul criterio della sensualità spinta presente in essi, ha portato sulla scena gli episodi che mostrano, in concreto, tutto il significato del termine boccaccesco.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Puccini
via delle Cascine, 41- Firenze
fino a giovedì 14 aprile

L’Associazione culturale Es Teatro presenta:
Decameron, le novelle oscene
regia Paolo Biribò e Marco Toloni
con Alessandro Riccio, Valeria Vitti, Anna Collazzo, Claudio Spaggiari, Rosy Ranaudo, Sabrina Tinalli e Dhemetra di Bartolomeo
luci Beatrice Ficalbi
scene e costumi Antonio Musa
(durata: due ore circa)

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