Si avvicina l’autunno, ma quale autunno?

Il 23 febbraio 2020 i teatri furono chiusi e restarono tali fino a metà giugno, quando ormai le Stagioni erano finite (ma forse il mondo della politica non ne era a conoscenza) e in Italia, al massimo, si organizzavano i festival estivi – più per operatori di settore che non per il pubblico. In quei mesi più di una voce si levò nel mondo del teatro per rivendicarne la specificità dal vivo e il valore culturale, ma molti si arrangiarono trasmettendo spettacoli di repertorio in streaming – forse credendo che il pubblico, così facendo, non li avrebbe dimenticati. Altri si inventarono forme di teatro online, ancora legate alla performance dal vivo e, quindi, ontologicamente inadatte alla fruizione su schermo e men che meno ai tempi (di fruizione e comunicazione del messaggio) del cellulare, più vicino allo spot che non alla tivù. E per finire, qualcuno si inventò nuovi mezzi e nuovi linguaggi espressivi vicini alla video-arte o sconfinando palesemente nel teatro televisivo in stile mamma Rai o in prodotti ibridi, altrettanto démodé, per radio o tivù locali (a seconda dei mezzi economici a disposizione dei teatri e delle offerte delle emittenti sempre attente allo share e al bacino d’utenza).

Dopo il primo lockdown
Approntate tutte le misure per evitare i contagi, quei nostri “artisti che ci fanno tanto ridere” (Conte docet forever) credevano di poter tornare a esercitare il loro mestiere – come gli operai in fabbrica e le commesse nei supermercati. Eppure, nonostante l’assenza di prove di contagi tra il pubblico a teatro (o in musei, cinema e biblioteche), le entrate contingentate, la distanziazione, le mascherine, la misurazione della temperatura e l’igienizzazione delle mani, le prenotazioni comprensive, oltre che del nominativo, del numero di telefono per essere prontamente avvertiti in caso di focolai teatrali (mai verificatisi), il 24 ottobre del 2020 con la nuova ondata dovuta alla mancanza di mezzi di trasporto sufficienti e di tutte quelle misure – aumento del numero delle classi, degli insegnanti, dei letti in ospedale e delle terapie intensive, dei medici e degli infermieri – che avrebbero potuto tenere l’epidemia sotto controllo, ovvero evitare di sovraccaricare il sistema sanitario – e che non sono state approntate nemmeno in vista dell’autunno 2021 dal deficitario Governo Draghi che, del resto, è retto da Pd e Pentastellati come i due precedenti – i teatri senza alcuna colpa furono chiusi (come cinema e ristoranti, palestre e piscine, eccetera).

Un nuovo lockdown, durato ben sei mesi, che ha azzerato la vita sociale pubblica, mentre le persone continuavano a contagiarsi in fabbrica ma, soprattutto, tra amici e in famiglia. Nel contempo i teatri, dopo idee fantasiose sostenute anche da assessori alla cultura, i quali ritenendoli inadatti a ospitare il pubblico (nonostante i protocolli di sicurezza) li consideravano, però, adatti a ospitare aule per liceali – e l’optional di trasformarli in hub vaccinali (pensate se avessero proposto di fare altrettanto con lo stabilimento Fiat di Mirafiori o la catena di supermercati estesa in tutta Italia) – nell’inverno 2020/2021 tornavano al loro utilizzo canonico, ossia la produzione teatrale, ma a porte chiuse. Tutti ci siamo dimenticati che senza spettatori il teatro non esiste o, se si vuole essere biecamente monetaristi, nessuna entrata al botteghino equivale a nessuna vendita del prodotto esposto al pubblico. Mentre l’Amazon (più che la Netflix) della cultura, ossia ItsArt, non sembrava dare una risposta altrettanto esauriente dell’originale rivenditore online che, da anni, offre prodotti più o meno spazzatura con i quali riempiamo le nostre abitazioni. Questo perché se ItsArt fosse anche il non plus ultra della comunicazione e promozione culturale multimediale (cosa che non è), non risolverebbe due problemi basilari. Il primo è che il turismo si sostiene sulla presenza diretta dei turisti e non su quella virtuale. Il secondo, che le esperienze dal vivo non hanno senso se smettono di essere tali. Diventano altro. Cosa? Di questo abbiamo già scritto (https://www.inthenet.eu/2021/01/15/itsart-pillola-azzurra-o-pillola-rossa/ e https://www.inthenet.eu/2020/12/11/teatro-online-contraddizione-in-termini/) e non ci ripeteremo. 

Com’è finita la seconda Stagione a serrande abbassate?
Durante l’inverno e la primavera del 2021 le voci contro la chiusura della cultura, come dell’Università, si sono fatte molto più flebili. I teatri hanno optato in gran parte per investimenti su proprie produzioni in attesa di riaprire le porte agli spettatori. I pachiderma finanziati più dagli investimenti pubblici che dallo sbigliettamento non se la sono vista male, dato che i fondi sono entrati comunque nonostante rimanessero chiusi al pubblico e non tutti hanno pensato di redistribuire una parte degli stessi tra compagnie e artisti indipendenti, offrendo residenze e costruendo progetti per il presente e il futuro. Alcuni – soprattutto tra i tecnici e gli artisti senza contratto a tempo indeterminato, ossia oltre la maggioranza dei lavoratori del settore che pare sopravviva con cifre che variano dai 5.000 ai 20.000 euro lordi annui – ha cambiato mestiere o almeno ha cercato di farlo; altri è da anni che pesano sulle economie familiari e, per loro (in un sistema, come quello italiano, dove lo stato sociale va tradotto in sostegno familiare), non è cambiato nulla. Si è però parlato di intermittenza, ossia di riconoscere ai lavoratori del settore (attori, registi, musicisti, tecnici, scenografi, danzatori, eccetera) un contratto simile a quello francese – o a quello italiano degli stagionali, il che non pare idea tanto innovativa – ossia dar loro una specie di sussidio di disoccupazione, denominato indennità di discontinuità, finanziato coi fondi in attivo della cassa di settore per coprire non solamente i periodi di chiusura dei teatri – dovuti alla stagionalità dei loro eventi – ma anche giornate o settimane di studio o preparazione a una parte. L’esempio che è capitato di leggere è che se un attore deve dimagrire 20 chili o imparare ad andare a cavallo (esempi molto hollywoodiani del mestiere e, comunque, se al cinema ci sono le controfigure per le attività equestri, a teatro è raro vedere una bella galoppata sul palco), sarà questa specie di indennizzo a mantenerlo (ovviamente se nell’anno precedente ha lavorato un certo numero di giornate – si pensa a 51 – e non supera un certo reddito ancora da definire). 

Ma a questo punto sorgono almeno tre dubbi. Il primo è perché a questo sussidio non dovrebbe accedere chiunque fa arte e cultura (dal pittore allo scrittore passando per il critico o il giornalista indipendente) e non solamente chi lavori nello spettacolo (visto sempre più come forma di intrattenimento turistico e, per questo, da tutelare). Secondo, perché se un produttore cinematografico vuole che il suo protagonista, scelto per le capacità si immagina attorali, impari anche ad andare a cavallo, non se ne faccia carico in proprio come fa un normale imprenditore quando vuole che un impiegato apprenda una lingua straniera. E terzo, siamo certi che il regime ridotto in cui operano i nostri teatri e altri enti di produzione culturale sia l’unico possibile? Perché in molte, troppe regioni italiane i teatri restano aperti solo cinque mesi l’anno e offrono non più di una decina di spettacoli – in gran parte ospitalità da botteghino? Abbiamo davvero necessità di continuare a finanziare il ‘teatro di tradizione’ che sperpera fondi in produzioni operistiche di second’ordine, senza futuro, e nell’acquisto di qualche nome commerciale – magari da circuiti anch’essi finanziati con i soldi delle nostre tasse – per una prosa stantia, vetusta e noiosa più dei polpettoni della tivù in bianco e nero, riproposti da Rai5 e RaiStoria?

Meditare gente, meditare…

Per la mia Avvelenata e per rispondere alla domanda: “ci sarà una terza Stagione senza teatro?” vi rimandiamo alle pagine di https://inthenet.eu.

Foto di Bigter Choi da Pixabay.

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