La logica del delirio

«La tartaruga e la chiocciola sono la stessa bestia?». Lui e Lei – i protagonisti della pièce ioneschiana in scena al Teatro Vascello dal 15 al 24 febbraio scorsi – dibattono alacremente sulle affinità e sulle differenze morfologiche di questi due piccoli animali, calando sin da subito lo spettatore in un’atmosfera illogica e senza tempo, dove il buon senso e le classificazioni comuni vengono corrosi, fino ad esplodere.

«Entrambe hanno un corpo corto, un guscio, sono bavose e lente» – asserisce Lei; «le differenze sono palesi, anche a fronte di alcune somiglianze» – controbatte Lui, sebbene non sia in grado di elencarle. Ogni piccola o grande differenza che permetterebbe di definirle come due specie diverse viene da Lei ridotta a un’equivalenza: «entrambe hanno le corna, sono commestibili, al massimo sono una la varietà dell’altra…». La discussione prosegue da 17 anni, cioè da quando i due si sono incontrati: Lei ha lasciato suo marito per Lui, che aveva già divorziato; la scelta di vivere assieme è stata dal principio motivo di pentimento per entrambi, com’è evidente dal logorio dei loro dialoghi.
Ionesco colloca i due protagonisti in una stanza modestamente arredata: una finestra, due porte (una a destra e una a sinistra), un tavolo con dei giochi, una toeletta munita di specchiera. Che cosa accade lì dentro, da anni? Lei insulta Lui per averla sedotta, sottratta all’uomo che l’avrebbe resa felice, impedendole di avere dei figli e di crescerli, lo accusa di essere un cretino, incapace di provare caldo o freddo quando li prova Lei. Dal canto suo, Lui è consapevole di essere stato un uomo dalle frequentazioni importanti, che avrebbe potuto viaggiare o fare il pittore, e che invece per amore di Lei – o come punizione la fine del primo matrimonio – è destinato a «rompersi l’anima», litigando sulle questioni più futili.
Fuori impazza la Guerra, altra protagonista “sonora” della pièce, come testimoniano esplosioni di bombe, grida, colpi di arma da fuoco, un proiettile che – irrompendo da fuori – spacca il vetro della finestra. A tratti si sentono persone che salgono e scendono le scale, come se fuggissero o venissero ad arrestare qualcuno. All’improvviso, cessano i bombardamenti e inizia la sfilata dei vincitori. Ma, si domandano i nostri due protagonisti, «la pace è per forza meglio della guerra?». In fondo, tanto l’una quanto l’altra sono dei modi inventati dagli uomini per reagire alla noia, sempre sul punto di rovesciarsi nel proprio opposto. La guerra c’è quando «la gente, invece di morire per proprio conto, si fa uccidere dagli altri; gente senza pazienza»; la pace quando una ghigliottina – per esempio, quella sistemata al piano di sopra – fa saltare le teste dei perdenti, come dimostra la pioggia di bambole mozzate dal soffitto che conclude lo spettacolo. In un caso come nell’altro, è meglio non uscire e otturare la finestra rotta con il materasso, per non vedere cosa accade là fuori.
Lui e Lei, felicemente interpretati da Fabio Galadini e Valentina Morini, squadernano durante tutta la rappresentazione il delirio a due scritto da Ionesco, senza perdere colpi, con senso del ritmo e sapiente impiego della voce: cantilenante e lamentosa, quella di Lui; acuta e a tratti isterica, quella di Lei. Ne derivano due profili esistenziali, diversi eppure simili (come la tartaruga e la chiocciola?), ossessivamente barricati in se stessi, incapaci di ascoltarsi realmente, indifferenti a tutto, eppure caratterizzati da un paradossale attaccamento alla vita, che ha come unico scopo quello di annientare la personalità dell’altro. Per una piena riuscita dello spettacolo, a nostro avviso, sarebbe tuttavia servito un allestimento diverso: le immagini di guerra proiettate ripetitivamente sullo schermo al centro della scena addomesticano l’immaginazione del fuori e, anziché suscitare terrore, portano lo spettatore all’assuefazione. Non così nell’originale ioneschiano, dove la “crudeltà” del fuori e del dentro – seppure senza spargimenti di sangue, carni martoriate, esplicite manifestazioni di sadismo – si rilanciano a vicenda, con effetti di asfissiante parossismo. La “crudeltà”, cui qui si allude e che l’allestimento a tratti disperde, è quella di cui parla Artaud e che Ionesco stesso porta sulla scena: “Non si ha crudeltà senza coscienza, senza una sorta di coscienza applicata. È la coscienza a conferire all’esercizio di qualsiasi atto della vita un colore di sangue, una nota crudele, perché è chiaro che la vita è sempre la morte di qualcuno” (A. Artaud, Lettera a J.P., 13 settembre 1932).

In questo lavoro scritto nel 1962, Ionesco sottopone a dura prova il principio che guida i nostri discorsi – quello di non-contraddizione – e che ne sostiene la coerenza, facendo ricorso a espedienti discorsivi mirabolanti, controintuitivi, con effetti talora perturbanti talora marcatamente ironici. I principi logici – cui spetta il compito di ordinare la realtà e vigilare sui contenuti ammissibili nella sfera cosciente – lasciano il posto a calembours e ad associazioni libere, come accade durante una seduta di analisi, in cui al paziente viene chiesto di dare libero sfogo al flusso di pensieri che affiorano alla sua mente. Anche la durata della pièce, in un unico atto di circa 45 minuti, assomiglia a quella di un appuntamento dall’analista. Il controtrasfert, nella psiche del pubblico, restituisce un senso vuoto, di inconsistenza, di immobilità: terminata la Guerra, Lui dice a Lei che «ora si starà meglio»; Lei sottolinea che «si sta comunque male», ma per Lui «stare male è meglio che stare peggio». La ragione misura il bene e il male, ma la filosofia non serve a vivere, se tutto appare privo di valore.
In Delirio a due sono presenti tutti i grandi temi della poetica ioneschiana: “ecco quello che un’opera d’arte riuscita è per me: comunicazione di ciò che è incomunicabile; qualcosa che coglie dal vivo ciò che altrimenti è inafferrabile… un misto di lucidità molto penetrante e d’incoscienza” (Lettera a Gabriel Marcel, 1958). La pulsione di morte attanaglia il mondo esterno come quello interno, entrambi votati all’autodistruzione; la mancanza di alternativa opprime e, allo stesso tempo, fa riflettere sulla precarietà di tutte le scelte umane; lo sguardo posato sulle insensate vicende umane non conduce alla connivenza con il nulla (come in Beckett), ma all’umorismo che con la sua forza vitale vuole far saltare la meccanicità delle situazioni. Teatro della derisione, più che teatro dell’assurdo, in cui anche il delirio può sprigionare una sua logica veritativa e un’energia rivoluzionaria, in grado di destabilizzare gli stili discorsivi del senso comune e le convenzioni borghesi.

Come direbbe il filosofo romeno Cioran, in piena sintonia con Ionesco e i suoi personaggi, “il fatto che la vita non abbia alcun senso è una ragione di vivere – la sola, del resto” (É. Cioran, Confessioni e anatemi, 1987).

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Vascello
Via Giacinto Carini, 78
dal 15 al 24 febbraio presso la Sala Studio

Delirio a due
di Eugène Ionesco
traduzione di Gian Renzo Morteo
regia Fabio Galadini
con Fabio Galadini – Lui, Valentina Morini – Lei
Assistente alla regia Raffaele Balzano
video Laura Girolami
scene e costumi Lorenzo Rossi
sound design Mauro Lopez

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