L’orgia semantica di Romeo Castellucci

In prima nazionale, arriva al Teatro Metastasio di Prato, Democracy in America. Una riflessione teatrale su un testo politico-filosofico di de Tocqueville, che moltiplica i segni fino a svuotarli di significato.

Negli anni 30 dell’Ottocento Alexis de Tocqueville visitò gli Stati Uniti (non l’America in generale), e precisamente il Nord del Paese (non certo gli Stati schiavisti del Sud) dove si confrontò con una nuova democrazia basata sui principi puritani (o evangelici), una società in nuce che Castellucci, con i mezzi propri del teatro, traduce come luogo dove non si ha “più nessun sacrificio, ma ancora nessuna politica. Più nessun Dio, ma ancora nessuna città dell’uomo. […] Rimane il cerimoniale vuoto che celebra la grandezza di questa perdita”.
Questo cosa significa? Facciamo un breve inciso per spiegare da quali considerazioni partiva il giurista francese e i limiti del suo pensiero. Al di là della mancanza di un’analisi sui diritti delle donne, delle minoranze native e degli afroamericani, che Castellucci stesso sottolinea (anche se la previsione che gli afroamericani, senza una reale integrazione, sarebbero diventati cittadini di serie B, è diventata una tragica realtà statunitense). Aggiungeremmo che non ci convince nemmeno l’importanza che il giurista – forse ateo ma sicuramente laico – dà alla religione come fattore moralizzatore delle masse – con un timore verso le masse stesse da autentico snob aristocratico; e la sua fede in una religione che non viri verso il bigottismo e nemmeno interferisca con la laicità dello Stato – due speranze che sappiamo entrambe vane, dato che ogni religione parte dalla certezza della verità, una e sola, che, in quanto tale, va imposta a tutto e tutti, anche limitando fortemente quelle libertà individuali che propugna lo stesso de Tocqueville e che sarebbero messe in pericolo – secondo lui – dalla democrazia come volere imposto a tutti dalla maggioranza. E infine, una naïveté totale sulla differenza tra democrazia formale e sostanziale (per de Tocqueville il puritanesimo avrebbe livellato la società dando a tutti i cittadini condizioni di partenza similari). Quando è facile constatare come la prima, persino oggi, sia in parte disattesa negli Stati Uniti (dove per votare bisogna iscriversi alle liste elettorali e vige il sistema dei Grandi Elettori) e, la seconda, nemmeno lontanamente agognata in un Paese dove l’individualismo è l’unico vero motore di affermazione personale per un solo fine: l’arricchimento – esclusivamente economico e individuale (Trump docet).
Contraddizioni ottocentesche che Castellucci mette in scena con uno spettacolo diviso in due parti sia a livello etico che estetico.
Il sipario si apre su un gioco di anagrammi (come si possono ricombinare le lettere che compongono Democracy in America?), effettuato da 18 ragazze con altrettante bandiere e qualche difficoltà nell’esecuzione, a volte farraginosa. Gli anagrammi stessi, dopo qualche trovata geniale, non convincono, in quanto non ricostruiscono un messaggio chiaro. Se si vuole affermare che la democrazia statunitense, basata sulle guerre (interne ed esterne), è macchiata dal sangue di milioni di individui (data anche la scena successiva con la donna che si denuda per imbrattarsi di vernice rossa), non si comprendono alcuni anagrammi. In parole povere, sicuramente gli Stati Uniti hanno appoggiato il colpo di Stato militare in Myanmar; ma altri anagrammi non hanno senso: cosa c’entrano gli Stati Uniti con Macao?
Si prosegue, quindi, dopo il succitato denudamento (un cliché ormai insopportabile a teatro), e la fustigazione di un’altalena da parte dell’attrice con i capelli infradiciati di vernice rossa, con una scena da dramma à la Ibsen e scelte, a livello estetico, per luci e costumi, che rimandano a I mangiatori di patate di Van Gogh. La scena si conclude con la madre che, dopo essere stata presa da una frenesia da menade o da posseduta (tipo L’esorcista), ammette di avere venduto una figlia per un sacco di semi e un aratro. Decisione, in fondo, comprensibile se storicizzata e contestualizzata: in un mondo di fame, malattie e miseria, si può sacrificare un figlio (Abramo non avrebbe fatto lo stesso?, ricorda la madre) per salvare gli altri. Eppure, la scena non convince del tutto, sia per le forzature interpretative sia perché la bambina è venduta (scopriremo poi) a una donna nativa americana. Bella, al contrario, la conclusione di questa vicenda, anche da un punto di vista estetico, con la madre che se ne va con il suo aratro d’oro (ma la morale, troppo semplicistica, sembrerebbe essere che negli States ci si vende persino un figlio pur di fare i soldi).
La seconda parte dello spettacolo – del resto anche de Tocqueville suddivise il suo lavoro in due libri – si discosta totalmente dalla prima, puntando su mezzi teatrali altri, quali la pantomima e la danza, le scenografie mobili à la Gordon Craig, un’idea di teatro di figura. Un’orgia di mezzi per un’orgia di significati, spesso sfuggenti. Se Castellucci voleva affermare che la nuova democrazia dovrà sviluppare la propria forma teatrale nella quale riconoscersi (come la tragedia greca era specchio della democrazia ateniese), mette purtroppo troppa carne al fuoco. E nella proliferazione dei mezzi perde il filo del discorso (o lo perde lo spettatore). Facciamo giusto qualche esempio. A cosa mira quella struttura aerea, quei bracci meccanici che si muovono come gambe da cancan, su una musica e in un’atmosfera che rimandano stranamente a 2001: Odissea nello spazio? E l’ombra di uno stivale che, calato dall’alto, schiaccia la donna nuda a terra? O la danza delle quattro donne imparruccate, ovviamente nude, che mimano un minuetto alla Corte di Versailles? E ancora, quella sfilza di leggi, battaglie, accordi, che sfila in sovrascritte pedanti su uno dei tanti, troppi teloni più o meno trasparenti (l’unico uso davvero interessante dei teloni, quello che regala un’aureola flou alla scena del contadino del campo, ottimamente illuminata) calati sul palcoscenico, a cosa mira? Per la maggioranza degli individui presenti a teatro, cosa comunica l’accenno al secondo emendamento? E perché elencare il diritto a possedere armi (personalmente, uno tra gli aspetti atroci della cosiddetta democrazia statunitense) affiancato da rimandi ad altre leggi, sicuramente più condivisibili? O ancora, tutti quei girotondi di esseri incappucciati, vestiti di rosso, intorno al corpo nudo della donna che, nel frattempo, si è anche imbrattata un seno con del fango, e che, sicuramente in maniera involontaria, riportano alla mente le orge di Eyes Wide Shut, hanno un qualche significato o sono virtuosismi che dovrebbero rimandare a una mancanza di senso di quel teatro, ancora agli albori, nella nuova democrazia?
Il finale, poi, lascia basiti. Dopo che quattro tecnici, a vista, girano il fregio (fin troppo chiara metafora che lo spettacolo volterà le spalle alla democrazia e, quindi, alla tragedia ateniesi per volgersi verso culture altre), ecco comparire due nativi americani che disquisiscono sull’importanza di imparare l’inglese. Al di là dell’ovvio rimando al buon selvaggio di rousseauiana memoria, il dialogo è farraginoso, e i due nativi sembrano due snob in stile Phileas Fogg che, in un circolo inglese, disquisiscano su qualche pelo di lana caprina.
Quando le interpreti, alla fine, si denudano per l’ennesima volta, togliendosi un pesante costume di lattice che doveva conferire loro fattezze più maschili, vi è l’ultimo colpo di capelli contro l’altalena, e le due escono avvolte da coperte (forse quelle infettate che decimarono i nativi), il vuoto diventa voragine.
E qui sorge l’ultimo, fatale dubbio. Ma davvero la società puritana, che rinnegava e inorridiva di fronte al teatro (vedasi quello che fece Cromwell in Inghilterra), avrebbe mai avuto bisogno di elaborare un proprio mezzo di espressione teatrale nel quale rispecchiare i limiti della propria democrazia? Non avrebbe avuto più senso mettere letteralmente in scena il processo alla coppia protagonista (processo del quale si fa cenno alla fine della prima parte), quale rappresentazione teatrale e metateatrale della nuova forma di democrazia e di rispecchiamento della società puritana? E un regista, oggi, deve riempire il palcoscenico di mezzi e segni, i più disparati (e spesso costosi), per rievocare quell’amalgama? Un mondo, quello statunitense, che ha del resto prodotto forme teatrali similari a quelle europee e, in subordine, di ascendenza greca. E infine, non avrebbe avuto più senso, se si voleva tornare al coro dionisiaco, inteso come pre-tragico, ripensare lo spiritual, autentica innovazione teatrale ma di matrice afroamericana? Il vuoto non avrebbe, forse, bisogno di assenza, mancanza, minimalismo – un lavoro in sottrazione per cercare le radici antropologiche del fare teatro, dell’esprimere l’immensa sofferenza di un mondo incapace di comprendersi?

Lo spettacolo continua:
Teatro Metastasio

via Benedetto Cairoli, 59 – Prato
fino a domenica 30 aprile, feriali ore 20.45, sabato ore 19.30, domenica ore 16.30

Romeo Castellucci presenta:
Democracy in America
liberamente ispirato all’opera di Alexis de Tocqueville
regia, scene, luci, costumi Romeo Castellucci
testi Claudia Castellucci e Romeo Castellucci
musica Scott Gibbons
con Olivia Corsini, Giulia Perelli, Gloria Dorliguzzo, Evelin Facchini, Stefania Tansini e Sophia Danae Vorvila
e con Irene Bini, Sara Bolici, Mariagiulia Da Riva, Laura Ghelli, Virginia Gradi, Giuditta Macaluso, Sara Manzan, Sara Nesti, Cristina Poli, Elisa Romagnani, Irene Saccenti e Fabiola Zecovin
coreografie liberamente ispirate alle tradizioni folkloriche di Albania, Grecia, Botswana, Inghilterra, Ungheria e Sardegna
con interventi coreografici di Evelin Facchini, Gloria Dorliguzzo, Stefania Tansini e Sophia Danae Vorvila
assistente alla regia Maria Vittoria Bellingeri
maître répétiteur Evelin Facchini
sculture di scena, prosthesis e automazioni Istvan Zimmermann e Giovanna Amoroso
realizzazione costumi Grazia Bagnaresi
calzature Collectif d’Anvers
direzione di scena Pierantonio Bragagnolo
tecnici di palco Andrei Benchea, Giuliana Rienzi
datore luci Giacomo Gorini
tecnico del suono Paolo Cillerai
costumista Elisabetta Rizzo
fotografo di scena Guido Mencari
produzione esecutiva Socìetas
in coproduzione con deSingel International Artcampus; Wiener Festwochen; Festival Printemps des Comédiens à Montpellier; National Taichung Theatre in Taichung, Taiwan; Holland Festival Amsterdam; Schaubühne-Berlin; MC93 Maison de la Culture de Seine-Saint-Denis à Bobigny con Festival d’Automne à Paris; Le Manège – Scène nationale de Maubeuge; Teatro Arriaga Antzokia de Bilbao; São Luiz Teatro Municipal, Lisbon; Peak Performances Montclair State University (NJ-USA)
con la partecipazione di Théâtre de Vidy-Lausanne e Athens and Epidaurus Festival
l’attività di Societas è sostenuta da Ministero dei beni e attività culturali, Regione Emilia-Romagna e Comune di Cesena

1 commento

  1. Brava Simona.
    Spettacolo irritante. Un sistema di segni insignificante. Castellucci ha la presunzione dell’ignoranza e la boriosità dell’esaltato. Non è solo colpa sua. La critica, i teatri, (quasi) tutti allineati ad un conformismo che sposta l’attenzione degli spettatori diseducati su registi e spettacoli che non hanno nulla da dire intenti solo a riempire i palchi di immagini gratuite e scopiazzate altrove. Sono andato a vedere lo spettacolo incuriosito dalla scheda di presentazione, ma di quello scritto, sul palco, non ho trovato traccia. Chi lo ha redatto? IL RE E’ NUDO.
    fabio

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