Requiem della morale silente

Sulla drammaturgia dell’autore padovano è scesa la notte

Già presentato come lettura scenica al Piccolo Eliseo Patroni Griffi, ospite dei lunedì degli Artisti Riuniti, il nuovo spettacolo scritto e diretto da Luca De Bei acquista corpo, in forma robusta e richiama, al suo debutto, un folto numero di spettatori intervenuti al Teatro Lo Spazio di Roma. Concepito come sequel ideale di Le mattine dieci alle quattro – presto in trasferta a Milano – lo sguardo di De Bei, in questa occasione, scruta nell’oscurità esistenziale di un’epoca contemporanea ipocrita e avvilente, calata nelle luci sghembe dei lampioni di periferia, troppo fioche per lasciare immaginare l’alba.

Di notte che non c’è nessuno è la storia di tre solitudini, o meglio di tre sagome ritagliate intorno a un nulla cosmico dall’aspetto umano. Una coppia di giovani sprovveduti – emarginati e privi di ogni senso della misura che permetta loro di valutare e decodificare i fatti della vita – si annoia lungo i binari in disuso di una ferrovia che arriva e va da nessuna parte. Bevono da una bottiglia un non ben identificato alcolico e sniffano coca mentre perdono tempo con discorsi insulsi, intercalati da imprecazioni e maliziosi ammiccamenti. Due infelicità deragliate, una cassiera di supermercato marinata nel disprezzo del genere umano e un ragazzo che batte le strade come un pervertito venditore ambulante assiduo nel mostrare il proprio catalogo. Gioventù bruciata emersa dai sotterranei bui della sottocultura di massa. Con calma, si rivela il piano che i due giovani hanno improvvisato per riscattare in una notte la loro situazione, soffocare la frustrazione della miseria sotto mazzi di banconote estorte con un folle e malamente pianificato rapimento ai danni di un avvocato alla sua prima frequentazione di prostituti, mentre la moglie piange al capezzale della madre malata e il figlio di appena pochi mesi è parcheggiato in macchina. Il piano però è più che disorganizzato: l’avvocato è costretto ad aspettare che il neonato gli venga restituito e nell’attesa prorompe in un viscido resoconto della sua vita, fatta di compromessi, errori di calcolo, bugie, latenze e opportunismo. Inseguendo il sogno di un’agiata vita borghese si è trovato costretto a un matrimonio di convenienza con figlio a carico, oppresso e pure sbeffeggiato dal suocero, suo datore di lavoro, tutto a causa della propria inettitudine, prostituzione inespressa all’illusione del denaro.
Per quanto la storia sia interessante, sgradevole e scomoda quanto le verità che non ci piace ascoltare, la rappresentazione resta però sospesa, involuta nell’atmosfera che indubbiamente riesce a creare. In questo senso si potrebbe definire Di notte che non c’è nessuno come un’opera atmosferica e a tale scopo Francesco Ghisu contribuisce brillantemente ricostruendo sul palco il trancio morto della ferrovia occupando la scena con un lungo piano inclinato di finto cemento armato, che scivola dai binari sopraelevati fino al limite della platea, in quello che potrebbe essere il canale di scolo – una discesa verso le fogne come all’inferno. Ottimo poi il supporto sonoro che riempie il silenzio pesante con la minaccia di lontani ululati, squilli inopportuni di cellulari e il rombo del treno a distanza. All’interno di questo ambiente lunare gli attori si muovono vacillando alla ricerca di equilibrio, ma l’intento di palesare il nulla di cui i tre si fanno veicolo non gli permette di raggiungerlo mai. Obbligatorio quindi distinguere l’aspetto concreto della rappresentazione da quello testuale. Le giustifiche alle azioni assurde che i tre compiono sono esageratamente funzionali al tema tanto da ispirare un sottile senso di superficialità che stona con la qualità tecnica dell’allestimento. Rapire un neonato pensando di ottenere da un avvocato qualsiasi i soldi necessari per intraprendere la strada della celebrità a partire dalla Costa Smeralda è anche plausibile, ma dedicare un intero spettacolo alle vicende di tre personaggi di tale peso specifico senza offrire alternativa, spiegazione o magari esprimere una condanna alla società che volta la testa di fronte a problematiche di questo tipo è quanto meno limitante. Inoltre, il mimetismo linguistico non dovrebbe inficiare la brillantezza dei dialoghi. Nel panorama contemporaneo, autori come Yasmine Reza, David Harrower, Mike Bartlett sono penne affilate che scelgono di affrontare tematiche scottanti. Sebbene il linguaggio sia appropriato all’ambiente che rappresentano, i dialoghi serrati azzannano alla giugulare lasciando lo spettatore stordito da certe parole e non sempre il dialetto della periferia romana è all’altezza del compito. D’altra parte, non tutti gli allestimenti di Shakespeare sono impeccabili e non tutte le rappresentazioni ben realizzate possono avere dialoghi memorabili e tant’è.

Lo spettacolo continua:
Teatro Lo Spazio
via Locri, 43 – Roma
fino a domenica 27 maggio
orari: da martedì a sabato ore 21.00, domenica ore 18.30 (lunedì risposo)
(durata 1 ora e venti circa senza intervallo)

Gianluigi Polisena e Artisti Riuniti presentano
Di notte che non c’è nessuno
scritto e diretto da Luca De Bei
con David Sebasti, Azzurra Antonacci, Gabriele Granito
aiuto regia Fabio Maffei
disegno luci Marco Laudando
costumi Sandra Cardini
scenografia Francesco Ghisu
foto di scena Pietro Pesce

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