La macelleria della storia

logo-Teatro-Alla-Scala-80x80Debutta alla Scala di Milano uno dei grandi capolavori del Novecento: Die Soldaten di Bernd Alois Zimmermann.

C’era molta attesa per Die Soldaten di Bernd Alois Zimmermann alla Scala di Milano.
L’opera infatti è stata eseguita in Italia solo nel 1977 al Teatro Comunale di Firenze e vanta la triste fama di essere irrappresentabile, per l’altissimo numero di strumentisti (circa cento, comprendendo tra questi un clavicembalo, molte percussioni e strumentazione elettronica) e per la tessitura impervia della scrittura vocale. In questi ultimi anni c’è pero stato un rinnovato interesse di pubblico e di critica per Die Soldaten, che nel giro di due anni ha conosciuto in Europa ben tre nuove importanti edizioni: nel 2013 a Berlino (ripresa a Zurigo) diretta da Marc Abrecht e con la regia dissacrante di Calixto Bieito ed è stato uno dei grandi successi dell’anno; nel 2014 a Monaco (Kirill Petrenko, direttore, Andreas Kriegenburg, regista); e a Salisburgo, coprodotta dalla Scala, quella che ora vediamo sul palcoscenico milanese.
L’edizione scaligera presenta stesso direttore (Ingo Metzmacher), stesso regista (Alvis Hermanis) e stesso cast.
La realizzazione dello spettacolo ha però un po’ deluso. Intendiamoci, non si tratta di una cattiva esecuzione (né da un punto di vista musicale, né da quello scenico), ma di una lettura morbida e rotonda di un testo che invece ha la sua forza proprio nelle aguzze asperità. Metzmacher e Hermanis hanno lavorato su Die Soldaten come se fosse un classico da spiegare, hanno voluto razionalizzare il materiale di Zimmermann con il risultato di tradurre la visione apocalittica dell’autore in una più malinconica denuncia sociale, raffreddata dalla distanza storica.
Zimmermann (classe 1918, morto suicida nel 1970) iniziò la composizione nel 1957, partendo dall’omonimo dramma tedesco di Jacob Lenz. Inizialmente doveva essere rappresentata all’Opera di Colonia nel 1960, ma fu giudicata “ineseguibile” da Oscar Fritz Schuh e Wolfgang Sawallisch. L’autore intervenne ancora sulla partitura fino al 1964, data del suo debutto.
Zimmermann era partito dal dramma omonimo di Jacob Lenz, una delle figure più significative dello Sturm und Drang: Die Soldaten, nati da una fascinazione del teatro shakespeariano e costruiti con l’intento di violare il regolismo classicista (abolizione drastica dell’unità di luogo e di tempo), racconta le disavventure di una ragazza borghese, Marie, che abbandona il fidanzato Stolzius per cedere al corteggiamento del barone Desportes. Il nobile ben presto si stanca di lei e la cede volgarmente al suo attendente. La storia poi precipita e la donna diviene una puttana di strada, che neppure il padre riconosce più. Il fidanzato di un tempo la vendica uccidendo il nobile seduttore e si suicida. Un dramma a tinte fosche, come si vede, rapido nel racconto delle singole stazioni della via crucis di Marie e durissimo nel denunciare la violenza dei soldati e della guerra.
Zimmermann, che ha ridotto personalmente il libretto (aggiungendo anche tre poesie dello stesso Lenz), compone la sua opera dopo la Seconda Guerra mondiale, in anni pieni di angoscia anche per la minaccia nucleare. La sua visione della vita è irrimediabilmente apocalittica: la Storia è per lui una macelleria senza speranza.
Il musicista Zimmermann segue rigorosamente la scrittura dodecafonica (Berg è il suo autore di riferimento), ma è contemporaneamente un eclettico (si era spesso occupato di musica d’uso, scrivendo per il teatro, il cinema e la radio) e mescola senza scrupolo motivi popolari e Bach, il Jazz e i madrigalisti del Cinquecento. Per questo aspetto, e anche perché rifugge dalle punte più radicali dell’avanguardia di quegli anni, può in qualche modo essere avvicinato all’estetica del postmoderno. Per quanto riveli un dominio assoluto del compositore sulla forma, Die Soldaten vuole espimere il caos della vita e lo fa con una brutalità, che nasce dalle pagine espressioniste del Wozzeck di Alban Berg, ma giunge a risultati più estremi e disperati. Come dimostra la violenta e inaspettata introduzione strumentale, l’ascolto dell’opera vuole e deve essere un vero pugno nello stomaco. Cosa che appunto non accade in questa edizione scaligera.
Ingo Metzmacher, che è ottimo concertatore e uno specialista di musica contemporanea, opta stranamente per la razionalizzazione del materiale sonoro, un po’ come se volesse spiegare al pubblico che non si tratta di rumore, ma che dietro c’è molta finezza compositiva. In questo modo spegne la forza e l’urgenza della scrittura musicale di Zimmermann.
In una direzione simile si muove il regista lettone Alvis Hermanis. Con la scenografa Uta Gruber-Ballehr costruisce una scenografia modulare composta da sei grandi finestroni, disposti su due piani, che danno su un maneggio (per scrupolo informiamo che nell’ampio palcoscenico di Salisburgo la scena era più efficace proprio perché tutta orizzontale)
Lo spazio scenico, così suddiviso nei diversi luoghi in cui si svolge l’azione (una camera da letto, un salotto, un pagliaio, un osteria…), permette rapidi cambi e soprattutto favorisce quella simultaneità che la partitura richiede.
Hermanis sottolinea il tema dello scandalo sessuale (rappresenta una soldataglia perennemente infoiata e denuncia il perbenismo delle classi sociali più benestanti) e così, pour épater le bourgeois, ci le fa vedere anche dei soldati che si masturbano, ma lo fa, se è possibile dirlo, in modo castigato. Con lo stesso intento proietta dagherrotipi pornografici d’inizio secolo. Ma appunto queste immagini vintage, che dovrebbero ricordarci, che dietro quelle foto ci sono vicende umane non molto diverse da quelle che si rappresentano sul palcoscenico, non solo sono ammorbidite dal tempo, ma anche banalmente moralistiche. A parte il fatto che non si capisce perché mai in questa storia Sturm und Drang, musicata negli anni 50 e 60 e rappresentata oggi, debba esserci un altro tempo di riferimento.
Al centro del palcoscenico c’è una teca di vetro, dove la povera Marie subisce le avances del barone ed è esibita alla soldatesca. Il maneggio dietro le vetrate vede passare in scene suggestive, ma ripetitive, la ragazza a cavallo (con l’ovvio rimando sessuale), in alto una equilibrista cammina su un filo. La recitazione è appena un po’ caricata, ma, ancora una volta, senza nessun eccesso espressionista.
Di qualità il cast dei cantanti. E dal momento che la scrittura vocale è quasi impraticabile, non è poco. Laura Aikin è una Marie di forte presenza scenica, che evita di dare alla ragazza una eccessiva fragilità, ma le conferisce determinazione e carattere; Thomas Bauer è un ottimo Stoltius; Daniel Brenna riesce a risolvere con sicurezza un ruolo davvero impossibile; profondamente umana la Contessa di Gabriela Beňačková .
Prevedibili fischi alla fine della rappresentazione, ma sala piena come raramente capita per un’opera contemporanea.

Lo spettacolo continua
Teatro alla Scala

Milano
fino al 3 febbraio

Die Soldaten
di Bernd Alois Zimmermann
Direttore: Ingo Metzmacher
Regia: Alvis Hermanis
Scene: Alvis Hermanis e Uta Gruber-Ballehr
Costumi: Eva Dessecker
Luci: Gleb Filshtinsky
Video designer: Sergej Rylko
Interpreti
Wesener: Alfred Muff
Marie: Laura Aikin
Charlotte: Okka von der Damerau
La vecchia madre di Weseners: Cornelia Kallisch
Stolzius: Thomas E. Bauer
Madre di Stolzius: Renée Morloc
La contessa de la Roche: Gabriela Beňačková
Un giovane fuciliere: Matthias Klink
Desportes: Daniel Brenna
Pirzel: Wolfgang Ablinger-Sperrhacke
Eisenhardt: Boaz Daniel
Mary: Morgan Moody
Haudy: Matjaž Robavs
Obrist: Johannes Stermann
Tre giovani ufficiali: Paul Schweinester, Andreas Frueh, Clemens Kerschbaumer
L’andalusa (danzatrice): Donatella Sgobba
Il servitore della contessa de la Roche: Werner Friedl
Tre alfieri, tre capitani: Stephan Schäfer; Justus Wilcken (27 gen.), Volker Wahl. Michael Schefts
Madame Roux: Anna-Eva Köck
Un giovane alfiere: Rupert Grössinger
L’ufficiale ubriaco: Aco Biscevic
Ufficiali: Il Canto di Orfeo
Orchestra del Teatro alla Scala

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