L’immortale musica di Mozart incontra gli incantevoli mondi luccicanti di Eugenio Monti Colla: note, colori e antichi meccanismi teatrali disegnano al Teatro Sociale la tenera storia del principe con il flauto fatato e tracciano la strada del suo viaggio di iniziazione alla ricerca dell’amore e di se stesso.

Come spesso succede, tutto comincia con un motivo per partire, per cominciare un viaggio. Questa volta il motivo, il motore, è uno dei più arcaici e frequenti: una fanciulla da liberare.

Il resto viene da sé: il compagno di viaggio – Papageno, un interessante creatura più simile agli uccelli che dice di vendere che a un essere umano -, gli aiutanti misteriosi, l’antagonista, gli imprevisti, i tranelli, i divieti, le prove e gli oggetti magici: un flauto per Tamino, l’eroe, e dei campanellini per il suo buffo scudiero. La fiaba è fatta, la trama de Il Flauto Magico è pronta; eppure i livelli interpretativi dell’ultimo Singspiel del compositore viennese sono molti, complessi e intricati, spaziano dall’intimistico alla simbologia massonica, senza dimenticare le metafore illuministiche e quelle giusnaturaliste. Eugenio Monti Colla, regista dell’ultima messinscena dell’opera, a tal proposito si esprime così: «Non ho assolutamente voluto vivisezionare questo straordinario capolavoro musicale per enumerare ed analizzare riposte o palesi simbologie e recondite semplificanze». E così è. Per tutto lo spettacolo il posto da protagonista è lasciato alla musica, all’ottima musica mozartiana, che grazie alla direzione sicura del giovane Oliver Gooch e alle voci consapevoli di tutti i cantanti in scena riesce a conquistare interamente il pubblico.

A fare da accompagnamento visivo, le belle scene di Monti Colla. Il regista, nato e cresciuto nell’alone artistico della rinomata Compagnia Marionettistica Carlo Colla e figli (di cui ha anche assunto la direzione artistica) colora questa fiaba tedesca di immagini che sembrano rubate da un libro di fiabe illustrate.

Il serpente fumoso annientato dalle bacchette magiche delle tre fatine, con tanto di effetti speciali classici e precisi, mai eccessivi; i costumi luccicanti, i tanti finti strumenti musicali, i fantastici animali feroci che muovono la testa da dietro i cespugli come in un antico libro pop-up, gli illusionistici fondali dipinti, dalla tridimensionalità stilizzata ma sempre ad effetto, tutto questo trasporta lo spettatore in una dimensione gioco
sa e infantile, riporta ad uno stupore più puro e istintivo, senza domande o ragionamenti, ma non per questo banale o scontata. Geniali le gabbie con palline colorate al posto degli uccelli, un po’ meno belle le porte che invece di chiudersi salgono aperte fino a sparire, interessante l’idea di utilizzare il legno a vista per tutti i praticabili, i muri e le scale. Ma davvero lodevole, soprattutto, la scelta di costruire tutti gli ambienti, gli effetti e le entrate con meccanismi teatrali antichi e tradizionali, e di conseguenza di creare un’atmosfera e un’estetica che richiamano un tempo che fu, a ricordi e rimandi a mezzi e modi che potevano essere stati usati ai tempi della prima rappresentazione di Die Zauberflöte. Bellissime, in particolare, le apparizioni dei tre bambini misteriosi e della regina della notte, che sarebbe ingiusto e inutile descrivere a parole. Macchinari perfetti nella loro semplicità e nella loro immagine, pulita, chiara, incantevole e così diversa nella sua tradizionalità da ciò a cui i nostri occhi sono omai abituati. Peccato solo che tutte le entrate dei fanciulli nelle quasi tre ore di spettacolo siano state fatte nello stesso identico modo, tanto da diventare scontate, e peggio ancora noiose, stancanti proprio a causa della lentezza che la prima volta aveva così estasiato.
In questi scenari fatati, tra le magie della musica, della storia e del teatro, i cantanti, nei loro bei costumi fiabeschi, si fermano, e cantano. Non che questo sia un errore. Per essere cantanti lirici, anzi, hanno una capacità attoriale decisamente buona, e comunicano molto, e bene, tenendo conto che l’intera opera è in tedesco. Purtroppo però, fin dall’apertura del sipario, lo spettacolo pecca di staticità. Le immagini, perfette, sembrano illustrazioni, ma come tali sono immobili, poco mutevoli, e alla lunga ripetitive, come se il regista avesse curato più il funzionamento degli oggetti che la presenza scenica e l’azione degli interpreti, pedine su un magnifico sfondo. Addirittura la musica, di per sé così allegra e vitale, con lo scorrere dei minuti si appesantisce, perde limpidezza ed energia e, sembrerebbe, rallenta. A riportare tutto ad un ritmo gioioso ed effervescente, Laura Catrani, Papagena, che fa della famosissima scena dell’incontro con il suo innamorato, già molto coinvolgente per la sublime musica del pezzo, un vero momento emozionante, così che quando le luci si riaccendono sulla platea (in anticipo, mentre ancora le note scorrono), i visi siano, tutti, sereni e sorridenti.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Sociale

via Bellini, 3 – Como
Die Zauberflöte
musica di Wolfgang Amadeus Mozart
con Stefano Rinaldi Milani (Sanastro), Leonardo Cortellazzi (Tamino), Clara Polito (la regina della notte), Serena Gamberoni (Pamina), Loredana Arcuri, Lorena Scarlata e Angela Nicoli (le tre dame), Silvia Spruzzoli, Beatrice Palumbo e Simona Di Capua (I tre fanciulli), Laura Catrani (Papagena), Filippo Bettoschi (Papageno), Anicio Zorzi Giustiniani (Monostato), Shadi Torbey e Marco Voleri (sacerdoti e armigeri)
direttore Oliver Gooch
regia, scena e costumi Eugenio Monti Colla
light designer Roberto Gritti
maestro del coro Antonio Greco
altro maestro del coro Diego Maccagnola
coro AsLiCo del Circuito Lirico Lombardo
orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
coproduzione Teatri del Circuito Lirico Lombardo
Allestimento della Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, Teatri s.p.a. Di Treviso, Teatro dell’Aquila di Fermo

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