Parte seconda

Perché questo vuoto? Perché ad alcuni di noi, che amiamo e seguiamo il teatro, tocca così profondamente la morte di un giocatore di calcio?

Napoli – Juventus allo stadio San Paolo: è il 3 novembre 1985. A un quarto d’ora dal termine – sullo zero a zero – viene fischiata una punizione a due in area. Maradona sistema la palla alla destra guardando la porta, ma assai al suo interno, a circa 10 metri da Tacconi. La barriera è a non più di cinque metri, e a niente vale a convincere l’arbitro di far rispettare almeno i nove metri. Pecci tocca il pallone, Cabrini e Scirea si staccano e accorciano ancora la distanza. Maradona anticipa calciando di sinistro, imprimendo alla palla una rotazione così vorticosa da fargli compiere una curva ellittica discendente, come disegnata a un tavolo d’architetto. È il Sorriso della Gioconda del calcio, ma anche il retro della sua tela, quanto noi non possiamo vedere, perché l’occhio è in ritardo sul gesto. «Quello – ammette Eraldo Pecci – resta un gol che non ha logica».

Mi sorprendo ancora oggi a cercare le immagini di repertorio, e a rivederle perché qualcosa sfugge. Pretendo di fermare l’atto, di fissarlo a stop-frame sempre più calibrati, sperando di arrivare all’immagine originaria, come Thomas in Blow-up di Antonioni. Più si giunge al succo distillato del tempo, più tutto si sfoca, si sbiadisce, diventa piccolo e insignificante, perché da questa arroganza di comprensione è escluso il movimento, lo scorrere, così che a ogni fotogramma non può che far capolino la morte, gabbata ancora una volta da una grande giocata.

L’atto di grande teatro inferisce sempre una mancanza, rimanda sempre a un “fuori quadro”, a qualcosa che non torna pur nella sua apparente perfezione, perché si tratta pur sempre di atto umano, che allo stesso tempo viene spogliato. Chi è capace di tanto lo è per dis-grazia ricevuta, per una sorta di maledetto privilegio, quello per il quale l’abbandono è allo stesso tempo un taglio alla carne del vivente, che correndo sulla sua lama, ne verrà a sua volta ferito. L’esito è non sapere più chi si è, dov’è di casa, come un epilettico capace di visioni indicibili e veggenti. «I geni – confessa Eraldo Pecci – vedono cose che non esistono, le immaginano e poi le realizzano. […] I geni come Maradona vedevano autostrade dove non c’era nemmeno il sentiero. Come quella volta della punizione».

I suoi compagni furono chiamati a uno standard che mai nessuno aveva fissato per loro. Ebbero l’impressione di poter stare anch’essi a quell’altezza. Il loro capitano li avrebbe amati proprio in virtù del loro desiderio di poter essere migliori. Il miracolo fu che Maradona riuscì a convincerli. La questione infatti non è solo se Maradona sia più forte di Pelè o di Van Basten, ma quanto un fuoriclasse riesca a convincere i suoi compagni, in modo che un contagio maniacale tragga il gruppo al livello imposto dal campione. Il genio è il gruppo, qualcosa che ha a che fare con un organismo, non con un paladino immobile e dieci scudieri. Per vincere ci volevano undici Maradona, e il Napoli li ebbe.

«Maradona – confessa Eraldo Pecci – non è un giocatore, Maradona è Dio». Nel gesto prometeico di far goal al cielo, Maradona non può che tornare alle orme di Nostro Signore, fino al sacrificio. Il corpo crocefisso è lo scatto fotografico con cui Mundo Deportivo ritrae Maradona in barella dopo il fallo “assassino” di Goikoetxea il 24 settembre 1983. L’altro scatto è quello che non possiamo vedere, osceno, triste, perso nel vuoto di un’angoscia senza fine, che cerca solo stordimento tossico (donne, notti insonni, riunioni alcooliche) per l’ambizione che ci si dà di essere all’altezza del proprio ideale. Il successo, i soldi, alle volte possono essere il sintomo più grave della propria malattia.

«Hai mai pensato che cosa si prova a essere “me”?» chiese Maradona a un giornalista. La domanda è paradossale, perché ognuno, almeno una volta, ha avuto il cedimento di chiederlo: quando ci si è sentiti odiati, o quando l’infelicità comincia a contagiare il corpo. Che fare però se il persecutore è il demone che si porta dentro e, come un parassita, divora cuore e mente? Per evitare di nutrirlo, Maradona ha dovuto smettere di esistere. L’alternativa era resistere ai suoi abissi bipolari, oscillando tra essere il Dio del Calcio (Maradona) o il “me”, l’uomo senza alcun pallone tra i piedi. Forse la sua salvezza è stata insistere a essere Maradona, quando vivere come un uomo normale (essere padre dei suoi molti figli, come il marito di un’unica moglie) gli era insopportabile. Come tornare a casa tutti i giorni e fingere interesse per le “chiacchiere” di una moglie, per le “lagne” dei tuoi figli? E dormire sul divano senza riuscire nemmeno a raggiungere il letto? È questo il “me” impossibile da vivere, ben più impossibile di un tiro a giro dalla parte opposta del mondo.

Carmelo Bene amava il calcio e lo aveva eletto a metafora del teatro, tanto da affermare che in uno stadio ventidue calciatori in mutande, davanti a ottantamila persone, possono far scaturire una reazione teatrale. Il grande giocatore è colui che dopo aver frequentato la sintassi del proprio gioco, ed essersi costituito delle sue strutture, è in grado di ergervisi sopra, dopo averne fatto macerie. È così che l’uomo non vuole più essere io, come poetava Guido Gozzano in La signorina Felicita, vuole soltanto superare niccianamente sé stesso, fino a giungere lì dove l’attende un deserto infinito. Maradona ha sofferto il deserto di sé stesso. Ha provato a curarlo con le donne, senza trovare in una sola riposo per la propria febbre.

Voleva suscitare un amore di popolo, la benzina con la quale nutrire un amor proprio ferito e immenso, impossibile da saziare. «Non ho mai sentito – afferma Eraldo Pecci riferendosi al Pibe – un giocatore bravo lamentarsi per la durezza degli allenamenti. Ama il suo mestiere e fa ciò che deve senza problemi. Il mediocre, quando la fatica arriva ad annebbiare il cervello, comincia a mugugnare, si lamenta. Gli viene naturale. Campioni si nasce». E Maradona, modestamente, lo nacque.

Parte prima: DIEGO ARMANDO MARADONA, IL TEMPO ABERRANTE

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