Somebody who eats me

All’interno della rassegna Ubu Rex 3 Elvira Frosini presenta alla sala Orfeo del Teatro dell’Orologio il suo monologo Digerseltz, inarrestabile banchetto nuziale (o funebre?) di parole servite in pasto a un pubblico attento, affamato e – al calar del sipario – sazio.

Una ricetta colma di ingredienti ipercalorici che produce un alimento digeribilissimo e salutare. Possibile? Chiedete a Elvira Frosini, artefice di questo mix incredibilmente edificante chiamato Digerseltz. Difficile immaginare la metafora alimentare spinta a limiti più estremi, radicali, suggestivi di quanto abbia fatto lei con questo suo monologo. Tutto ha inizio con un masticare forsennato e ossessivo, amplificato dal microfono, che invade la sala buia. Gradualmente un fascio di luce prende corpo sulla Frosini, figura minuta e sinistra che ruminando rimugina a voce alta, in un flusso implacabile di associazioni, visioni oniriche e lugubri, talvolta nauseanti, che coniugano la semantica del cibo in tutte le possibili flessioni. È straordinario come, battuta dopo battuta, vada profilandosi un banchetto in cui il convitato è anche portata, in uno scenario metaforico che coinvolge la collettività sociale e la realtà individuale, la sfera politica, quella religiosa e, non ultima, anzi forse addirittura prima, quella artistica.
L’educazione che si impartisce ai bambini, l’impostazione etica del mangiare senza polemiche pensando a chi è meno fortunato, diventa qui il simbolo dell’attitudine a divorare senza filtro, senza gusto né attenzione, tutto quanto viene offerto – polpettoni mediatici, croste di disinformazione, lieviti acritici – e l’affamato deve masticare in silenzio e senza commentare, all’insegna del motto – ripetuto a tratti nel monologo come un mantra inquietante – «mangiamo tutto e scordiamo in fretta». Il cibo, non la persona, è protagonista delle relazioni sociali: vedersi per prendere un caffè, un aperitivo, una pizza, e non per stare insieme e parlare, è una triste realtà dei rapporti contemporanei, portata in scena con spudorato realismo; l’occasione, il pretesto dell’incontro diventa il fulcro dell’incontro stesso perché non si riesce più a comunicare sensibilmente, nonostante la bulimia di parole che mal camuffa la stitichezza di contenuti.
L’esplorazione della Frosini si inerpica in itinerari sinuosi e complessi, e in un continuo di associazioni, giochi linguistici e allucinazioni arriva a toccare la figura di Cristo, portato nel mondo per essere sacrificato e mandato al macello: un archetipo sadico – essere generati, cresciuti, ingrassati per essere uccisi, metafora dell’esistenza umana che trascina con sé il senso della vita di ciascuno e l’ossessione della morte – perpetuato nel rituale della cena, di un corpo da mangiare, un sangue da bere, tutti, in silenzio e per sempre.
Digerseltz dovrebbe essere, per la mole poderosa di contenuti, uno spettacolo indigeribile quanto una cena cinese, e invece scorre come una bevanda elettrolitica, si lascia seguire con attenzione, soprattutto per la naturale capacità della Frosini di non prendersi sul serio, di stare sul palco solida e leggera, esponendo se stessa e la sua creazione al giudizio insindacabile del pubblico, sola, come è solo un «limone nel frigo», «un pezzetto di formaggio in mezzo al piatto». Come è solo, sempre e ora più che mai, l’artista.

Lo spettacolo continua:
Teatro dell’Orologio – Sala Orfeo
via dei Filippini, 17/a – Roma
fino a domenica 13 maggio, ore 20.45
(durata 1 ora circa senza intervallo)

Kataklisma, Officine CAOS/Stalker Teatro, Arti Vive habitat, Consorzio Ubusettete presentano
Digerseltz
scritto, diretto e interpretato da Elvira Frosini
collaborazione artistica Daniele Timpano
progetto luci Dario Aggioli
assistente alla regia Alessio Pala
materiali di scena e progetto grafico Antonello Santarelli
foto Claudia Papini, Antonello Santarelli, Michele Tomaiuoli, Futura Tittaferrante

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