Io mangio, tu mangi, egli mangia. Noi ci mangiamo

Arriva a Bologna la compagnia romana Kataklisma con lo spettacolo Digerseltz, nel tentativo di digerire tutto il cibo che divoriamo.

Elvira Frosini sgranocchia pop-corn al microfono. Nel buio, una fioca luce la colpisce dall’alto, facendo affiorare solo il biondo della parrucca. La sua voce rompe il silenzio, rimbombando nello spazio vuoto del palco: incalzando un prologo allo spettacolo, cerca qualcuno che voglia mangiarla, lei, che non smette di divorare pop-corn.

Vestita come una Barbie degli anni Sessanta, mettendo in mostra le esili gambe, interloquisce con figuranti inanimati – un bambolotto e personaggi bidimensionali del presepe – di cui si serve per creare un po’ di affollamento in scena: secondo necessità diventano familiari intorno al tavolo per il pranzo, invitati a una festa con cui scambiare chiacchiere d’occasione, partecipanti a un’ultima, ultimissima cena.

Digerseltz è il terzo appuntamento di Pas d’Habitude – nuova sezione del programma Si*metrica dell’Atelier Si, giunta alla seconda edizione – ed è il risultato di una lunga riflessione sul tema del cibo e sull’atto del mangiare, che rispecchiano e muovono la nostra società.

Un monologo in cui si aggiungono e si rincorrono, senza troppi approfondimenti, luoghi comuni e funzioni del cibo inteso come motore, protesta, condanna, cultura, ossessione. Terrorizzati dalla fame del passato, dalla possibilità che quei tempi possano tornare nel futuro, siamo diventati uomini voraci. Divoriamo cibo, vita, esseri, esperienze, tempo, oggetti. La nostra fame è il nostro egoismo, deriva dall’impossibilità di avere tutto, meno si ha e più si desidera. Abbiamo urgenza di “interiorizzare”, di riempirci come sacchi, appesantendoci senza limiti: vogliamo cibo, ci fiondiamo sui buffet, ci ingozziamo alle feste, la nostra giornata è scandita dai pasti, la tv ci propina programmi e pubblicità sul cibo, quello grasso, quello magro, quello gustoso ma salutare, quello precotto, quello veloce da preparare, quello condito, quello che non fa male. Quando andiamo a teatro pretendiamo di mangiare anche l’attore: con le mani abbassate e rivolte verso il pubblico Elvira ci dice: «Benvenuti a questa mensa. Mangiate. Mangiatemi».

E ancora, nell’ultima cena – che è anche l’ultima scena – dispone i “figuranti” davanti al pubblico: c’è il bambinello nell’insalatiera verde, adagiato nei pop-corn, San Giuseppe, i re magi e tutte le comparse necessarie. L’attrice, in posa come fosse la Madonna, incita i suoi attori a dare il meglio e invita il pubblico a mangiare il suo corpo e a bere il suo sangue, come in una pagana eucarestia.

Ingurgitiamo tutto, fino all’eccesso. Continuiamo a mangiare anche i morti. Siamo una società che spreca e il consumismo ci ha reso vittime goderecce dello sfizio e del lusso, tanto che l’abbondanza è metro di misura per definire la nostra condizione sociale. Arriviamo a rendere queste condizioni un facile ricatto – della madre-apprensiva che pensa di far mangiare il figlio dicendogli che gli altri bambini muoiono di fame – o un tappo ai sensi di colpa – mangiamo perché gli altri non hanno e ci sentiamo in dovere di non buttare nulla e godere dei nostri privilegi. Ma dove sono questi bambini che non mangiano? Qualcuno li ha mai visti? Chiede l’attrice al pubblico.

Caduti nella truffa sociale, capovolgiamo il consumismo usando il cibo come protesta contro la società e contro noi stessi. Digiunare è, in primis, una scelta culturale: non mangio la carne, non mangio il pesce, non divoro libri. Ma negarsi il cibo è anche un pozzo dentro cui si può precipitare: non mangio perché rinnego la mia persona oppure perché voglio ritrovare me stesso sotto la pelle.
Mastichiamo, trituriamo con la bocca, il cibo e le persone. Attraverso «quel buco dove tutto passa» pronunciamo parole di conquista, di potere, di superiorità. «Nella vita o mangi o sei mangiato», dice la Frosini, invitando il pubblico alla cannibalizzazione. La bocca, allora, diventa un’ arma, mai usata con cautela. L’attrice stessa, ex danzatrice, ci spiega che oggi la comunicazione fisica, l’espressività corporea, forse, non basta. Bisogna parlare, di tutto e con ironia, anche quando si tratta di ripetere cose già dette.

Sembra che il cibo sia diventato un pretesto che prescinde dal nutrimento, ridotto a mero oggetto consumistico, privo della sua funzione primaria di sostentamento. Intorno al tavolo ci riscopriamo famiglia, ritroviamo noi stessi e gli altri. Ma viene il dubbio che anche questa sia l’ennesima illusione.

Lo spettacolo è andato in scena:
Atelier Sì

via San Vitale, 67 – Bologna

Digerseltz
di e con Elvira Frosini
collaborazione artistica Daniele Timpano
progetto luci Dario Aggioli
assistente alla regia Alessio Pala
materiali di scena e progetto grafico Antonello Santarelli,
foto Claudia Papini, Antonello Santarelli e Michele Tomaiuoli
produzione: Kataklisma
in collaborazione con: Officine CAOS/Stalker Teatro, Arti Vive Habitat, Consorzio Ubusettete

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