Immortale non signifca eterno

franco-parenti-teatro-milano-80x80Al teatro Franco Parenti, dal 21 al 25 luglio, Dipartita finale, testo di Branciaroli che non nasconde, fin dal titolo, i sentori beckettiani. Una ricerca del senso della vita e della possibile presenza di Dio attraverso interpreti stellari: in scena, insieme all’autore stesso, Gianrico Tedeschi, Ugo Pagliai e Massimo Popolizio.

Dopo l’apprezzata regia di Finale di Partita di Beckett del 2006, Franco Branciaroli porta al Franco Parenti Dipartita Finale, un testo che lo vede non solo autore ma anche protagonista in scena insieme ad altri tre attori straordinari: Gianrico Tedeschi, Ugo Pagliai e Massimo Popolizio.

Fin dal titolo, l’autore non lascia dubbi sull’omaggio a Beckett: stesse atmosfere da teatro dell’assurdo (che pure il genio irlandese non accettava come definizione del proprio teatro), scene e personaggi che richiamano passaggi famosi delle sue opere. In un contesto da baraccopoli tre clochard, Pol, Pot e il Supino si alternano nel disquisire sulle questioni più cogenti ma mai del tutto risolvibili: l’assurdo della vita, l’inevitabilità della morte, la presenza (?) di Dio. Costretti a queste riflessioni dalla stravagante presenza di Toto, travestimento della morte interpretato da Branciaroli stesso, rigorosamente vestito di nero.

Pol e Pot (Pagliai e Tedeschi) ricordano tanto i personaggi di Giorni Felici e di Finale di partita con la loro continua e malsana dipendenza reciproca. Tuttavia nell’essere dei clochard, in attesa di chi sa cosa, non nascondono la somiglianza anche con i due protagonisti di Aspettando Godot.

Il Supino, invece (Popolizio), con i suoi messaggi registrati per i futuri ascoltatori e con le cassette recuperate da chissà quale lontano passato, richiama chiaramente il protagonista de L’ultimo nastro di Krapp. Ma allora è solo un copia-incolla di ritagli beckettiani? Assolutamente no, tanto che ad un certo punto il Supino parla di un sogno che ha fatto, un albero che si allontana privo di foglie e torna indietro rigoglioso. Non l’inutile eterno ritorno di Aspettando Godot, ma un percorso di miglioramento.
Branciaroli recupera Beckett ma il suo contributo personale è decisamente superiore a qualsiasi citazione: pur mantenendo quell’ironia tagliente tipica assurda (e anche un po’ tipicamente british) l’autore dà una nota molto più “vivace” a tutti i passaggi che caratterizzano queste riflessioni profondamente filosofiche. Questo perchè a differenza di Beckett l’autore milanese non crede che tutto sia inutile e perduto.

Ci si perdonerà la lunga citazione dalle parole dell’autore stesso, ma perchè privarsi di un contributo fondamentale quando la soluzione viene direttamente dalla fonte?: «Ci si difende dall’angoscia da sempre. L’angoscia è la mancata perfezione della vita. Affidarsi a Dio, venirne uccisi per salvarsi, addirittura ucciderlo per questo: finora. È morto, adesso, per chi lo percepisce davvero. Non morto per noi, non più; scomparso. Però l’angoscia resta e cresce: vieppiù. La realtà è senza ideale, la natura senza luce. Ebbene, l’opera d’arte (sperando che sia arte) deve essere capace, oggi, di suscitare in qualcuno la convinzione che in essa sia presente quel senso ultimo del mondo che è il trovarsi privi di Dio; e naturalmente la disperazione che ne consegue. Di aver perso il rimedio per allontanare la sofferenza e la morte».

Lo spettacolo è andato in scena al
Teatro Franco Parenti – via Pier Lombardo 14, Milano
in scena dal 21 al 25 luglio
Dipartita finale
testo e regia di Franco Branciaroli
con Gianrico Tedeschi, Ugo Pagliai, Franco Branciaroli, Massimo Popolizio
Produzione Compagnia degli incamminati
In collaborazione con il Festival della Versiliana

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