L’insostenibile responsabilità dell’essere sé stessi

Al Teatro India va in scena Disgraced, serrato e rigoroso testo di Ayad Akhtar, vincitore del premio Pulitzer per il teatro nel 2013.

Il sipario si apre su Amir vestito quasi di tutto punto, con giacca e cravatta, ma in mutande. È in posa come lo schiavo “liberato” di Velázquez in Ritratto di Juan de Pareja. Emily, con cui convive, è una sofisticata pittrice newyorchese, affascinata dalla cultura islamica. Sta “parodiando” il quadro di Velasquez, mettendo Amir al posto di Juan. Il quadro è conservato al Metropolitan Museum di New York: su uno sfondo neutro, un uomo dalla pelle scura e con un colletto di pizzo, rivolge uno sguardo fiero ma allo stesso tempo spaventato verso lo spettatore. O forse verso Velasquez, che ritraendolo gli dà accesso a una parte di sé che desidera (la libertà) ma che sente non appartenergli?

Amir è un avvocato di successo che vive in modo “spezzato” sia l’origine pakistana, sia l’ideale laico cui cerca di aderire. Da una situation comedy borghese, la pièce, lentamente, ci trascina tutti all’acme drammatico che, da lì a poco, esploderà. Il punto fragile del complesso movimento dei personaggi è proprio Amir, colui che è portatore di un mai arreso revanscismo etnico (vedendo il collasso delle torri gemelle, riconosce di aver provato una punta di “orgoglio”), contrastato in sé da una severa vigilanza che contesta la legge coranica e ammira la democrazia liberale.

Entrambe le parti coesistono e si danno battaglia “meticcia” senza che Emily se ne accorga, anzi, spingendo sempre più la parte esposta di Amir verso l’equivoco che vuole allontanare, quell’islamismo che è, per lei, esotica curiosità intellettuale e, per lui, una sorta di infezione. Nella cena con una coppia di amici (una collega afroamericana e un commerciante d’arte di fede ebraica), la conversazione poggia, in un instabile equilibrio, sul filo di un deliberato sospetto verso la doppia appartenenza di Amir.

Sarà proprio lui a essere immolato sull’altare del pensiero politicamente corretto, andando a coprire i comportamenti non così corretti di tutti gli altri, fatti di ambizione e di tradimenti da celare con accuse fondamentaliste. Il dramma è la miseria dell’individuo, incrostata nel fragile Io rinascimentale di ognuno, senza il soccorso di verità garantite da un libro sacro a cui non è più possibile fare appello.

La verità di Amir è nel ritratto che Emily gli lascia come dono d’addio. Chi guardano i suoi occhi nel ritratto? Guardano lei, vogliono essere amati da lei, non per il suo passato di schiavo, ma per una sofferta natura di uomo diviso tra giacca e mutande, tra un’eredità e un desiderio. La posizione “divisa” del protagonista abbraccia il numeroso pubblico in sala come un fratello di sangue. Sì, perché per quanto noi in occidente siamo caduti da questa parte del mondo, niente ci salverà – come per Amir – dal cercare in noi stessi il nostro stesso fondamento, lasciandoci soli e vuoti dentro un mondo che qualunque libro sacro ci renderà più chiaro solo illusoriamente.

Il testo è talmente brillante e ben scritto da risultare un filo teso sopra il quale gli attori possono giocare le loro carte migliori, in un continuo gioco a nascondino dove la miseria umana è continuamente truccata dietro citazioni intellettuali. Una di queste è Il rifiuto della morte, il libro che Woody Allen regala al suo amore in Io e Annie: «Questo è tutto quello che devi sapere di me» conclude nel film. È tutto quello che dobbiamo sapere, certo; di noi, come dei personaggi di Akhtar.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro India
Lungotevere Vittorio Gassman 1
dal 6 al 18 marzo 2018 ore 21.00, domenica e mercoledì 14 marzo ore 19.00
durata 1 ora e 30′

Disgraced
di Ayad Akhtar
traduzione e regia Jacopo Gassman
con Hossein Taheri, Francesco Villano, Lisa Galantini, Saba Anglana, Marouane Zotti
luci Gianni Staropoli
scene Nicolas Bovey
costumi Daniela De Blasio
foto di Donato Aquaro e Laila Pozzo
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Fondazione Luzzati – Teatro Della Tosse

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