“Lo spirito maligno Lumpazivagabundus” (Johann Nestroy, Carl Treumann e Wenzel Scholz)

La stagione scorsa si è conclusa: ancora qualche festival che doveva essere primaverile ed è diventato autunnale, e riparte la nuova, sulla quale mi piacerebbe formulare, in ordine sparso, qualche desiderio, o augurio.

Vorrei, quest’anno, ritrovarmi in un mondo teatrale ove:
le compagnie non si inventassero nomi generati a mo’ di ircocervi, scritti con iniziali minuscole e una maiuscola in corso o a fine di parola;
le note di regia indirizzassero lo spettatore alla comprensione dello spettacolo, e non gli dessero la sensazione di essere un incolto, o uno stupido;
fosse bandito l’ipocrita, gratuito rituale dei complimenti in camerino;
gli attori e i registi cercassero di rispondere, senza spocchia, alle richieste del recensore sulle ragioni di certe scelte.
Ma soprattutto, mi piacerebbe finalmente capire la ragion d’essere dei critici teatrali.
Nel frattempo, malgrado formalmente anch’io faccia parte – non per obbligo, ma per scelta – di tale inclita schiera, e me ne senta onorato, continuerò, più umilmente, a presentarmi come “spettatore professionale”.
E se qualcuno, a questo punto, ritenesse di vedere in me un vecchio, miope conservatore, gli risponderei di sì, che lo sono: non in senso politico né civile, ma psicologico. E per rincarare la dose, come guanto di sfida, gli lancerei tre versi di un mio illustre compaesano, un grande laudator temporis acti: Guido Gozzano.

E la Duse ci piace? – Oh! mi m’antendô
pà vaire… I negô pà, sarà sublime,
ma mi a teatrô i vad për divertime…

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