Come sarebbe il mondo senza Don Giovanni…

Alberto Di Stasio porta in scena al Teatro Vascello la storia del seduttore più immorale e rivoluzionario della storia.

Occuparsi delle varie modalità in cui il personaggio di Don Giovanni è stato trattato e rappresentato dal Seicento a oggi ci aiuterebbe a comprendere la storia moderna nelle sue molteplici fasi di secolarizzazione ed emancipazione. Don Giovanni infatti incarna l’anima della modernità, mette in scena dilemmi e principi propri dell’uomo contemporaneo, dall’ambizione destinata alla delusione e all’insoddisfazione, all’affermazione del sé e al ripudio dei moralismi religiosi.
La triade in questo senso più significativa è quella rappresentata dai Don Giovanni di Molière, di Mozart-Da Ponte e di Kierkegaard. Bisogna però riconoscere che è con il primo che tutto ha origine, perché col drammaturgo francese nasce l’idea del personaggio investito da un’aura di fascino e di intraprendenza fino ad allora sconosciuta. Un secolo prima del Don Giovanni estroverso e libertino di Da Ponte, due secoli prima del seduttore romantico di Kierkegaard, Molière scosse i benpensanti dell’epoca e le istituzioni con questa opera scandalosa, rivoluzionaria, che non fece che peggiorare le sue condizioni in società (lui che per ragioni di debiti era stato persino in carcere).
Al Teatro Vascello, fino al 25 marzo, è in scena un ottimo Don Giovanni, capace di far emergere tutto l’estro e la genialità moderna della pièce seicentesca. Per la regia del noto Alberto Di Stasio (uomo di teatro, ma anche volto conosciuto del cinema) lo spettacolo è interpretato da una meravigliosa Manuela Kustermann (direttore del Teatro, interprete di Sganarello), Fabio Sartor (Don Giovanni, capace di restituire la profondità psicologica e im-morale del personaggio, e al quale perdoniamo un paio di errori in alcune battute), ma anche delle splendide Luna Romani (Carlotta) e Emanuela Ponzano (Donna Elvira). Lo spettacolo è particolarmente articolato e visivamente carico di elementi, basti pensare alla partecipazione efficace della danzatrice Gloria Pomardi che interpreta simbolicamente “il convitato di pietra”, ovvero la statua, e lo spettro che assilla l’anima del protagonista portandolo alla morte. Sì, perché Molière fa morire il suo eroe, segnando la sua sconfitta, quasi che la punizione divina si scagliasse realmente su di lui, quando per tutta l’opera Don Giovanni sembrava dalla parte del giusto nella sua dimensione eretica e libertina.
Prima di Sade, prima di Nietzsche, Molière agitò l’animo dei suoi contemporanei mettendo in discussione la legittimità dell’etica rinunciataria cristiana, fatta di valori assoluti dati per ovvi ma che determinano lo svilimento dello spirito e la rinuncia; lui vuole dire sì alla vita, fregandosene delle conseguenze dei suoi gesti, del dolore provocato dalle sue decisioni, perseguendo solo il piacere e la magia del corteggiamento e dell’amore. Lui non crede in nulla, crede solo che «due più due fa quattro, e quattro più quattro fa otto» come confessa al fedele Sganarello; ancora più incisivo quando ricatta un povero incontrato per strada – che confessa di pregare per chi gli fa la carità – al quale promette di regalare un Luigi d’oro solo qualora bestemmi. Qualcosa di scandaloso per la mentalità del Seicento, ma ancora oggi ricco di sovversione; ma come tutti i capolavori, le cose si complicano a partire dalla stessa messa in scena di Di Stasio. Innanzitutto la figura di Sganarello, che diviene un personaggio femminile disposto a fingersi maschio per restare dietro al suo innamorato (elemento introdotto per l’occasione e che funziona fino ad un certo punto), e che nel finale urla la sua perdita (mentre l’opera di Molière fece scalpore per il cinismo assoluto del servo, che dinanzi al corpo morto del Don Giovanni, non fa che rivendicare la sua paga, elemento essenziale che fa rimettere in questione il significato dell’intera opera).
Poi c’è questo personaggio infinito di Don Giovanni, che annuncia il romanticismo, ma che è ancora troppo legato al contesto cristiano e che dovrà sacrificare il suo animo indomabile nel finale: che cos’è la sua morte? Il trionfo della morale? L’accusa nei confronti del menefreghismo per le sorti altrui? Nella versione di Di Stasio, come nelle Baccanti euripidee, il corpo di Don Giovanni viene sventrato e divorato dalle sue stesse “vittime”: donne che ha amato, uomini che ha cornificato, il padre. Forse eccessivo nella resa e troppo truculento, ma in grado di farci capire come il rapporto tra Don Giovanni e il suo mondo sia di complementarietà, di sfruttamento reciproco. E allora come potere accusare Don Giovanni di ipocrisia, se è lui l’essere più coerente al mondo? Fabio Sartor, verso il finale, legge un monologo accusando gli ipocriti di oggi, capaci di fare male agli altri fregandosene. A chi si sta rivolgendo? Questo resta confuso, e sembra poter far riprecipitare l’opera del povero Molière nel gorgo del moralismo bieco.

Lo spettacolo continua:
Teatro Vascello
via Giacinto Carini, 72 – Roma
fino a domenica 25 marzo
orari: da martedì a sabato ore 21.00, domenica ore 18.00 (lunedì riposo)

Teatro Stabile d’innovazione presenta
Don Giovanni
di Molière
regia Alberto Di Stasio
con Manuela Kustermann, Fabio Sartor, Emanuela Ponzano, Massimo Fedele, Alberto Caramel, Luna Romani, Gloria Pomardi

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