La geometria dell’amore

In scena, fino al 13 maggio, al Teatro dell’Elfo di Milano, Don Giovanni a cenar teco. Una rilettura intelligente, firmata da Antonio Latella e Linda Dalisi, della figura archetipica di Don Giovanni.

Quanti, nel corso della storia, hanno trattato il tema di Don Giovanni: una figura così carica di significato – da amare e odiare allo stesso tempo – da essere sufficiente, da sola, a catturare l’attenzione e la curiosità del pubblico. Difficile quindi l’impresa di confrontarsi, ancora una volta, col libertino par excellence – eppure questa messa in scena di Antonio Latella ha davvero superato ogni aspettativa. Infatti, Don Giovanni a cenar teco non è soltanto il risultato di una sagace fusione tra il lavoro di Molière e quello di Mozart, né l’espressione di un punto di vista o una scelta univoca di rappresentazione: questo spettacolo è un mix riuscito di passato, presente e futuro; amore e passione; sacro e profano.

Partiamo dalla messa in scena: un palcoscenico così desolato e buio da non lasciare spazio alle distrazioni. L’attenzione si concentra quindi sugli interpreti – protagonisti indiscussi – e l’atmosfera è resa dalla geniale scelta delle luci: un grosso faro teatrale trasportato dagli attori su una sedia a rotelle. Un faro che, prima, acceca il pubblico; poi, si staglia netto inondando di luce i protagonisti, ma che – a tratti – li lascia completamente in ombra, quando se ne vuole sottolineare il tormento dell’anima. Un semplice faro che assurge a co-protagonista – tanto da immaginarsi che possa pronunciare una battuta.

E veniamo al testo – molto intenso – e all’intreccio – decisamente complesso e quasi criptico, al punto da non ammette distrazioni. Un testo supportato – oltre che dalla bravura degli interpreti – da una decisa gestualità e da un marcato utilizzo del corpo, a sostegno di una recitazione intensa e carica di significato. Il corpo: al centro della messa in scena, non solo dal punto di vista estetico – bei corpi che giocano tra loro e sono volutamente messi in mostra per essere guardati; ma anche come elemento significativo – perché carne da macello e, al contempo, oggetto del desiderio, immagine insieme cruda e reale. Corpi che si toccano, che si sfuggono, che si rincorrono e poi si fondono: nudi, vestiti, da esibire e da contemplare.

Uno spettacolo davvero da non perdere – forse uno tra i pochi per cui vale davvero la pena andare a teatro, in una stagione milanese che ha contato pochi lavori significativi e molti utili per riempire le sale. Una performance, di quelle alle quali si ripensa più volte nei giorni successivi, perché lasciano qualcosa sotto la pelle, fanno riflettere e chiedono implicitamente una risposta. Qual è, in fondo, il vero significato dell’amore? Si può davvero ridurre a una geometria, a un’equazione matematica elaborata per avere un senso logico? Nasce nel profondo o va vissuto come se ogni conquista fosse l’ultima? Perché ci si dovrebbe vergognare di essere ipocriti? In fondo, si è tali tra simili. E, infine, chi ha diritto di giudicare?

Unico neo: il finale, che si sarebbe preferito aperto alla scelta di un pubblico che, fino a quel momento, è attivamente partecipe ma che si vede, in questo modo, mettere di fronte al fatto compiuto.

Lo spettacolo continua:
Teatro Elfo Puccini
corso Buenos Aires, 33 – Milano
fino a domenica 13 maggio
 
orari: da martedì a sabato, ore 20.30 – domenica, ore 15.30
Don Giovanni, a cenar teco
drammaturgia Antonio Latella e Linda Dalisi
regia Antonio Latella
scene e costumi Fabio Sonnino
disegno luci Simone De Angelis
con Caterina Carpio, Daniele Fior, Giovanni Franzoni, Massimiliano Loizzi, Candida Nieri, Maurizio Rippa e Valentina Vacca
produzione Stabile/Mobile compagnia Antonio Latella in collaborazione con Teatro Stabile di Napoli, Nuovo Teatro Nuovo

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