Libera Università Del Teatro: Dentro/Fuori San Vittore. Quando il teatro è necessità

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Incontriamo Donatella Massimilla del Cetec, una preziosa testimone italiana ed europea nell’ambito del teatro-carcere.

Quello che ci muove è la consapevolezza che il teatro può essere necessità e non solamente vezzo o autocompiacimento intellettuale. Quello che, invece, ci colpisce in Donatella è l’entusiasmo e la forza che riesce a trasmetterti per il suo lavoro: da oltre vent’anni attiva nell’ambito del teatro in carcere, ha ormai accumulato esperienza, premi, riconoscimenti internazionali; e anche dopo lunghe giornate intessute di fatiche, battaglie, ricerche, permessi, incontri con le istituzioni e laboratori – in una realtà difficile come quella del carcere – la trovi sempre sorridente e disponibile a parlarti dei suoi progetti futuri.
In particolare, ora, con la Libera Università del Teatro, cerca di portare avanti quello che ha sempre fatto, puntando però a nuovi obiettivi: una partnership pluriennale con gli Assessorati alla Cultura e alle Politiche Sociali del Comune di Milano, la possibilità di continuare in un teatro cittadino l’attività pedagogica e produttiva e pubblicare quaderni di teatro della LUT San Vittore, anche con documentazione audiovisiva – utilissimi per studi e approfondimenti futuri.

Partiamo dall’incontro col Maestro Fo, tenutosi all’interno del carcere di San Vittore l’8 gennaio scorso: come si è svolta quella giornata? Cosa ha rappresentato per voi questo ospite?
Donatella Massimilla: «È stata una giornata di intense emozioni, non solo perché il maestro stesso era emozionato nel varcare per la prima volta il carcere di San Vittore – è entrato spessissimo in diverse carceri, ma mai a San Vittore – bensì perché, quel giorno, era stata emessa la sentenza di condanna delle carceri italiane da parte della Corte europea di Strasburgo. È stata una coincidenza significativa per tutti quelli che, lavorando a progetti di riabilitazione dei detenuti, sanno quanto sia difficile un percorso di rieducazione e cambiamento della persona all’interno di strutture dove mancano spazi e diritti fondamentali come la privacy. Dario Fo ha saputo cavalcare bene l’onda delle emozioni contrastanti di quella giornata e, per tale ragione, come Laboratori Teatrali di San Vittore abbiamo ritenuto opportuno non intervenire con frammenti teatrali all’incontro, ma stare semplicemente ad ascoltarlo. Il giorno dopo, però, abbiamo mostrato ai nostri allievi attori, reclusi, un suo video-spettacolo che spiega la nascita della maschera dello Zanni e di Arlecchino, una vera e propria lezione di teatro, e i detenuti – nella piccola stanza del reparto la Nave, dove ogni settimana teniamo il nostro Laboratorio teatrale “al maschile” – hanno ascoltato per oltre un’ora, in religioso silenzio, la prima lezione di Commedia dell’Arte del nostro grande affabulatore. Dalla volta successiva, hanno messo in pratica quello che hanno visto, con Dario: si sono messi a scrivere un esilarante canovaccio, Il Processo, e hanno dipinto, come il Maestro Fo insegna, sul loro volto la maschera di Arlecchino».

Concretamente in cosa consiste il progetto della Libera Università del Teatro?
D. M
: «In questa prima parte le lezioni sono più teoriche: dal momento che i lavori sono aperti a un numero ristretto di esterni (studenti, stagisti, tirocinanti, neofiti del teatro-carcere), ho ritenuto necessario affrontare, da una parte, alcune questioni teoriche a beneficio dei detenuti; dall’altra, parlare della mia esperienza, dei maestri che mi hanno formata (la mia tesi al Dams la feci con Meldolesi, per esempio) e che ho incontrato (da Grotowsky e Strehler a Barba). Credo che sia fondamentale, dopo tanti anni di lavoro sul campo, fare un “percorso di memoria” che crei una testimonianza, che sia utile a chi sta cominciando. A livello pratico, poi, la Libera Università del Teatro produrrà uno spettacolo in due movimenti da La casa di Bernarda Alba di Garcia Lorca, nella sezione femminile, e un lavoro sulla “commedia all’improvviso”, la commedia dell’arte, con la sezione maschile della Nave (detenuti che hanno avuto problemi di droga, sono seguiti dall’Asl e sono prossimi all’uscita e alla reintegrazione nella società, ndr.). Per ora gli incontri sono bisettimanali per ogni gruppo, ma vista l’importanza che l’iniziativa riveste per i detenuti coinvolti, stiamo cercando di ottenere anche un incontro in più nel fine settimana, scelta funzionale anche a ospitare attori e registi che possano dare il loro contributo, rendendo ancora più coinvolgente e importante tutto il lavoro. Sappiamo già che sicuramente tornerà Dario Fo; parteciperanno poi Franca Rame, Ascanio Celestini, Sergio Bini – in arte Bustric – e altri ancora».

Il tutto finalizzato a quali obiettivi?
D. M
: «Da una parte, la possibilità di proporre al pubblico delle produzioni artistiche del nostro lavoro pedagogico. Così come, a Natale, abbiamo presentato La Livella di Totò con gli uomini del reparto della Nave e il Progetto di Bach e Mozart con il gruppo femminile, anche a fine marzo contiamo di avere due momenti aperti di lavoro teatrale per un pubblico di parenti e autorità, giornalisti e studiosi, che, entrando nel cuore del carcere, possano conoscere i gruppi con i quali stiamo lavorando e che sappiano riconoscere quanto il lavoro teatrale possa essere “formazione alla persona”, ossia utile a qualsiasi futuro reinserimento sociale e lavorativo. Dall’altra, a luglio, vorremmo fosse permesso a un pubblico esterno più numeroso di assistere agli spettacoli nei cortili all’aria del carcere, con spettatori esterni seduti insieme ai detenuti, l’emissione di un biglietto che permetta di sostenere i nostri laboratori, e l’obiettivo di trasformare il cortile di San Vittore in un teatro a tutti gli effetti, inserito nella Stagione teatrale cittadina – del resto, possediamo le capacità e la dignità artistica per farlo. Il lavoro teatrale non è mero intrattenimento, edonismo o svago; al contrario, per coloro che ne hanno fatto parte, ha sempre significato qualcosa di davvero fondamentale e utile. Detto questo, però, il nostro massimo obiettivo è la documentazione che vorremmo ricavare dal lavoro sul campo: stiamo incontrando case editrici disponibili a pubblicare dei diari di bordo su questo progetto, per restituire, a studi e approfondimenti futuri, un repertorio cartaceo, fotografico e audiovisivo preziosissimo – che, al solito, in Italia, almeno in quest’ambito, scarseggia».

san-vittore1Come rispondono i detenuti a un lavoro del genere? E ancora, in tanti anni di esperienza hai visto risultati importanti grazie al teatro in carcere?
D. M
: «Il lavoro del teatro apre immensi spazi di libertà: gli allievi e le allieve reclusi si impegnano moltissimo, si ritagliano momenti in cortile, o nella loro cella, per studiare autonomamente o con qualcun altro con cui condividono un dialogo, una scena. Queste, per loro, sono opportunità preziose non solo per impegnare giornate tutte uguali e prive di senso, ma sono soprattutto occasioni per ritrovare il loro lato umano, la loro dignità e dilatare gli spazi angusti del carcere in qualcosa di immenso, che supera le mura di questa “città invisibile” che è San Vittore. Dopo anni di esperienza impari anche a gestire il gruppo, evitando l’insorgere di situazioni di tensione e di scontro: in questi gruppi si ritrovano le differenze, i pregiudizi e le difficoltà di comunicazione che esistono anche fuori, ma che, in carcere, sono iper-intensificati. Però, se lavori seriamente con i detenuti, loro lo percepiscono, e da queste basi si può formare un gruppo coeso dove la questione dell’imparare insieme li rende disponibili, anche ad accettare i propri limiti e, soprattutto, a crescere insieme – senza giudicare o ferire gli altri. È un lavoro che coinvolge così tanto gli individui che, anche quando qualcuno arriva al laboratorio emotivamente provato dopo un colloquio con i familiari o dopo una faticosa seduta con la psicologa, la forza del gruppo riesce comunque a coinvolgerlo e, insieme, a estraniarlo – almeno momentaneamente – dai problemi personali. Bisogna anche aggiungere che gli uomini del settore della Nave beneficiano di molti altri progetti e sono seguiti su più fronti dall’Asl: essendo prossimi all’uscita dal carcere, sono seguiti anche dagli psicologi – per superare disagi e traumi, per conoscere e controllare la l’aggressività. Partecipano ad attività come quella del “video-box”, dove, mentre chiacchierano con uno psicologo, sono filmati – così da potersi rivedere la settimana dopo e scoprire qualcosa del loro carattere, del loro modo di porsi, che nemmeno loro immaginavano. Questi lavori di oggettivazione, che con il teatro raggiungono i livelli più alti – in un delicato equilibrio tra oggettivazione e immedesimazione – permettono loro di conoscersi davvero bene e di superare i loro limiti, evitando loro di ricadere in errori commessi troppe volte. Concludo dicendo che, quest’anno, siamo in procinto di prendere in borsa-lavoro, con il Comune di Milano, due ex-allievi: una ex detenuta che vuole continuare a collaborare con noi sul testo di Garcia Lorca in un Laboratorio teatrale esterno che presto attiveremo; e un detenuto che ha partecipato alla Livella a dicembre e, pur sapendo di dover uscire a breve, vuole continuare questo percorso artistico e pedagogico con il Cetec anche fuori dal carcere. Questi sono per noi risultati importanti, ai quali tutti dovrebbero interessarsi: dalle istituzioni ai “costruttori” di nuove carceri. Forse il sovraffollamento si supera solo con la cultura e l’attenzione ai processi di cambiamento e di trasformazione, dentro e fuori dalle carceri – permettendo a queste persone di re-esistere».

Dalla redazione di teatro.persinsala.it: un grande in bocca al lupo per i prossimi progetti del Cetec! E per chi volesse contattare il Cetec o Donatella Massimilla così da poter partecipare agli appuntamenti de la Libera Università del Teatro San Vittore, il sito da consultare è: www.cetec-edge.org.

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