Al Teatro della Cooperativa si racconta la donna in tutte le sue possibili declinazioni – comiche e tragiche – in un percorso di prosa, intrecciato con la musica. Jazz, naturalmente.

Incuriosisce già prima che inizi, questo spettacolo. Il pubblico entra nella piccola sala di via Hermada avvolta dalla melodia del pianoforte di Patrick Robinson: è un’accoglienza fuori dai soliti schemi teatrali, ma che funziona. Rilassa, mette a proprio agio ed è tanto discreta da non impedire agli spettatori di fare le ultime chiacchiere mentre ci si siede. Il rischio, qui molto lontano, sarebbe stato di ottenere l’effetto opposto e dare la spiacevole sensazione di essere arrivati a spettacolo già iniziato. Al contrario, l’atmosfera è quasi familiare, fortemente voluta anche dalla protagonista assoluta della serata – Anita Romano – che, dopo essere entrata dal fondo della sala intonando le note di Over the Rainbow, non ci mette molto a mettersi comoda togliendosi i tacchi vertiginosi e rimanendo, quindi, scalza e pronta a entrare nei panni di ogni donna: amica, madre, figlia, amante. Sì, perché quella che si rappresenta è una rassegna di tutte le sfaccettature di cui il gentil sesso è dotato.

L’inizio è scoppiettante e coinvolgente e, dalla trasognata canzone di apertura, si viene catapultati, senza troppe cerimonie, nella lettura di Cara ti amo di Elio e Le Storie Tese, apprezzatissima dal pubblico. Da qui si sviluppa tutta la prima parte centrata sul complesso rapporto tra uomo e donna in bilico tra sesso e sentimentalismo, commedia e tragedia. Le situazioni evocate spesso sono luoghi comuni: rispolverati, in genere, dai comici – uno su tutti il cellulare come elemento di imbarazzo per i fidanzati fedifraghi – ma l’energia qui trasposta è tale da convincere che non si sta ascoltando una minestra riscaldata, ma frammenti di vita vissuta.Il vero punto di forza della serata si trova però nel suo cuore: l’intermezzo Jazz. È qui che Anita Romano dà il meglio di sé non solo cantando, ma anche spiegando cos’è per lei questo tipo di musica. Sulle note di Night in Tunisia la sala si oscura e sul fondo sono proiettate delle immagini: la luna, le stelle e le dune del deserto. Senza dubbio Romano è capace con la propria voce di disegnare, ricreando odori e sensazioni. Cantante dalle grandi potenzialità, sa usare bene il suo strumento, dosandolo con sapienza nelle dinamiche. L’amalgama con il pianoforte è sempre buona, eccellente nel dialogo-duello, che diventa vero e proprio pezzo di bravura. Solo l’intonazione, a volte, non è precisa e un po’ spiace non venire punti nel vivo da quelle dissonanze tanto belle e particolari del Jazz che, forse, avrebbe dovuto curare di più, rendere più penetranti; ma senza dubbio il genere le calza a pennello.

Bravo anche il pianista, il già citato Patrick Robinson che – anche se un po’ sacrificato su una Clavinova al posto di un bel pianoforte – riesce a tirare fuori dei suoni adatti e ha un buono “swing”.

È curioso come le mille anime del Jazz siano complementari ai mille volti della donna e come anche la parte centrale sia intrisa di ironia – si veda la simpatica versione elettrica di Finché la barca va di Orietta Berti – ma anche di riflessioni sulla parola-suono e sul significante-significato.

Il cerchio si chiude con un ritorno all’universo femminile dove si colgono riferimenti allo sdoppiamento di personalità, alla maternità e alla violenza. La struttura tripartita dello spettacolo termina con un ultimo monologo, tratto dalla Medea di Euripide, magnificamente innestato nel contesto tanto che lo spettatore ci si ritrova immerso senza nemmeno accorgersene. Il tutto mette in evidenza la straordinaria  contemporaneità del testo anche se, in alcuni passi, la recitazione non convince completamente.

Per il finale, tornano le immagini sullo sfondo: tante donne diverse, tanti modi differenti – per cultura ed etnia – di esprimere la femminilità.

Il risultato è un’ora e venti godibile e piuttosto leggera in cui fanno difetto solo la musica registrata messa come in sottofondo per i monologhi – non sempre azzeccata per gusto e volume – e la strana e forse un po’ ripetitiva coreografia ideata per introdurre la poesia di Emily Dickinson, Tre volte.

Meritato scroscio di applausi (alcuni anche a scena aperta) per Anita Romano che – maggiormente a suo agio nel ruolo di cantante che di attrice – ha sostenuto complessivamente una buona prova. Peccato che, a volte, non riesca a mantenere un livello di qualità omogeneo, che altrimenti potrebbe essere altissimo.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro della Cooperativa
via Hermada, 8 – Milano

Donna… Jazz… e Dintorni
di e con Anita Romano
Patrick Robinson, pianoforte
Matteo Betto, immagini

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