Una carneficina a porte chiuse

In scena al Teatro Elfo di Milano, fino a domenica 20 maggio, Donne che sognarono cavalli il testo di Daniel Veronese portato in scena da Roberto Rustioni con un cast di attori energici, intensi e molto affiatati.

Come in Tre atti unici da Anton Čechov, anche in Donne che sognarono cavalli, Roberto Rustioni decide di collocare gli attori in scena all’ingresso del pubblico in sala, in parte già nel personaggio, in parte a scaldarsi come stessero ancora facendo training. Ci osservano, ci scrutano come se sapessero qualcosa di tragico su di noi e di cui non abbiamo consapevolezza. E i pubblico sente subito di essere invitato abusivo di una situazione intima che si trasfigurerà in bomba a orologeria.

Come in Lucido, il regista sceglie il testo di un autore argentino: lì era la volta di Rafael Spregelburd, ora a parlare è la voce di David Veronese; in entrambi i casi, la narrazione procede su più livelli, presentati in ordine rigorosamente non cronologico tra flashback e flashforward, sprazzi di violenta e materica realtà, momenti onirici, soliloqui catartici e soffocanti stati di quasi-ipnosi. Il contesto (come in Lucido) è quello familiare e, anche in questo caso, il luogo in cui ci si dovrebbe sentire protetti e accolti diventa luogo di conflitti e tensioni irrisolte: il ritrovo conviviale di una cena tra tre fratelli, e le rispettive compagne, sarà così una carneficina emotiva fin da subito, lasciando ben poco spazio ad affettazioni e cortesie di circostanza. Ogni parola è detta per umiliare l’altro, ogni gesto è caratterizzato da un’ansia di relazione che toglie il respiro e che ha radici lontane.

Il fulcro intorno al quale ruota la storia è Lucera (Valeria Angelozzi), una giovane donna che non conosce la verità sulla sua infanzia di orfana e che, per questo, vive un presente estremamente tormentato, continuamente avvolto dal senso d’inadeguatezza: è, in scena, ciò che il pubblico è in sala, ossia un ospite accolto ma indesiderato, una persona che si sente costantemente fuori luogo all’interno di questo patetico quadretto famigliare in cui i tre fratelli non fanno altro che tormentarsi e umiliarsi a vicenda (intenso e dimesso l’Ivan di Paolo Faroni, volutamente sopra le righe, i fratelli Reiner e Roger interpretati da Fabrizio Lombardo e Valentino Mannias), mentre le due altre donne giocano la parte dell’artista voluttuosa e pretestuosa (l’Ulrika interpretata da Michela Atzeni) e quella della donna matura ma sottomessa, tragicamente tenera e ironica al tempo stesso (una bravissima Maria Pilar Perez Aspa nei panni di Bettina).

I cavalli a cui si fa riferimento nel testo possono legarsi a infinite allusioni: sono simboli freudiani di un desiderio sessuale atavico e inespresso come emerge dalla sceneggiatura che sta scrivendo Ulrika o come nei desideri repressi di Bettina; sono presagio di morte o anche simbolo di estrema liberazione nel mondo sospeso e ben poco lucido di Lucera che, nel finale, si affranca dal peso delle cose opprimenti, ma: più come un cavallo ferito che come un cavallo libero di galoppare selvaggio.

Lo spettacolo continua
Teatro Elfo

Corso B. Aires 33 – Milano
Da mercoledì 16 maggio a domenica 20 maggio

Donne che sognarono cavalli
di Daniel Veronese
adattamento e regia Roberto Rustioni
scene e costumi Sabrina Cuccu
con Valeria Angelozzi, Maria Pilar Perez Aspa, Michela Atzeni, Paolo Faroni, Fabrizio Lombardo, Valentino Mannias
luci Matteo Zanda
produzione Fattore K, Sardegna Teatro, Festival delle Colline torinesi con il sostegno di Fondazione Olinda Teatro La Cucina

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