Il senso del tempo


Al Colosseo Nuovo Teatro di Roma va in scena Double Act, una performance sperimentale unita a una cruda installazione per raccontare, ispirandosi all’omonimo racconto di Eugène Ionesco, l’assurdo del mondo contemporaneo e, forse, dell’arte stessa.

Le istruzioni date agli spettatori sono chiare: nella prima sala incontreranno l’installazione, nella seconda andrà in scena la rappresentazione teatrale. I presenti potranno muoversi liberamente da uno spazio all’altro, assistere per il tempo che reputeranno necessario, uscire a fumare una sigaretta e rientrare a loro piacimento, poiché questa è una durational performance, un’esperienza che vuole rispettare il naturale e soggettivo fluire del tempo, senza confinarlo e costringerlo nelle griglie programmatiche a cui la società contemporanea è ormai tragicamente assoggettata. Sembra interessante, ma anche stravagante, e con curiosità ci si chiede il senso di una fruizione simile, incentrata più sull’approccio dello spettatore che non sul messaggio che gli si sta per proporre. Ad ogni modo, il pubblico accede e visita l’installazione: un pezzo di carne animale a forma di cuore, crudo e sanguinolento, racchiuso in una teca. Un rimando al nucleo primario di tutto, il cuore appunto, dell’esistenza umana e dell’essere in generale, alla struttura primordiale di ciò che ancora, ma in senso sempre più improprio, chiamiamo vita. I presenti gli girano attorno, sorridono o stanno seri, a seconda della personale interpretazione che gli si dà. Poi si dirigono nella seconda sala, il teatro vero e proprio, dove poco dopo ha inizio la performance. Due personaggi si muovono con lentezza sconcertante sul palco: uno indossa un costume di tessuto rosa totalmente ricoperto di morbide protuberanze, che sembra rimandare a un corpo composto da brandelli di corpi altrui – forse una sintesi dell’umanità tutta in un solo esemplare – mentre l’altro ricorda il cliché anni Ottanta del marziano, con un ovale al posto della testa e un bizzarro vestito plastificato trasparente dotato di lucine. I due – volutamente asessuati – interagiscono in una dinamica unilaterale, non reciproca: uno – il corpo rosa, totalmente abulico – si lascia passivamente condurre dall’altro nello spazio, e quello ne gestisce a piacere gli atti e la volontà, ne modifica l’aspetto con un volgare travestimento, per poi disfare tutto ciò che ha fatto e ricondurlo – in una sequenza circolare – nel punto iniziale. Una performance di un’ora che riprende in loop appena terminata, indicando implicitamente che è quello il momento – affatto arbitrario, in verità – in cui lo spettatore può alzarsi e uscire. Un ultimo saluto alla teca prima andar via rivela che il pezzo di carne, nella sua apparente immobilità, ha pur fatto qualcosa, rilasciando altro sangue sulla superficie d’appoggio e manifestandosi, paradossalmente, come elemento vivo.
Cosa può dunque significare tutto questo? O meglio, cosa vuole significare? Nonostante l’avvertenza del flyer che, se proprio si vuole ricercare un significato, questo è da rinvenire nella durata, il pensiero dello spettatore necessariamente ripercorre tutto quanto testimoniato per decodificarlo e comprenderlo, perché l’elemento del tempo in sé, puro e semplice, non può davvero, da solo, essere ragione sufficiente ad assistere a uno spettacolo.
La duplice costruzione dell’allestimento, con la combinazione di installazione e performance, non sortisce l’effetto sicuramente desiderato che una vada a completare il significato dell’altra, e apparentemente le due restano slegate ed estranee, inderogabilmente autonome. L’intenzione di portare all’estremo i precetti del teatro dell’assurdo, che per sua natura era un teatro di parola, incentrato sul linguaggio e sul disallineamento dei dialoghi, risulta essere un progetto di grosso merito, ma di cui è difficile misurare l’esito: indubbiamente il nonsense è l’unico lascito certo di questa mise en scène, ma viene da chiedersi se non ci fosse un altro messaggio, più definito e strutturato, che bisognava cogliere.
Ecco forse il grande quesito che una simile esperienza può suscitare: dopo aver trascinato fino all’orizzonte e oltre ogni possibile eredità delle avanguardie del Novecento, dopo aver sperimentato le contaminazioni dei linguaggi, le soluzioni formali e informali, potenziato l’astrazione fino a nebulizzare ogni concretezza, riposto nell’elaborazione della soggettività la responsabilità del significato di ogni manifestazione artistica, non è forse giunto il momento – necessità storica allo stato puro – di sottoporre messaggi univoci e chiari, di produrre linguaggi che parlino davvero a chi ascolta, anche a rischio di non sentirsi sperimentatori, progressisti, avanguardisti, ma riuscendo forse solo così, ormai, a essere davvero innovatori?

Lo spettacolo è andato in scena:
Colosseo Nuovo Teatro
via Capo d’Africa 29/a – Roma
fino a sabato 24 marzo, ore 21.00

Il Libro Nero presenta
Double Act
di Ilaria Di Carlo
regia Ilaria Di Carlo
con Aurora Kellermann, Silvia Sassetti
scene, costumi, installazione Ilaria Di Carlo, Cristian Loaiza
progettazione, allestimento, scenografia Giacomo Martucci
costumi Gesine Kaufmann
musiche, ingegneria del suono Christian Zollner
operatore suono Lorenzo Pennacchietti
luci Ilaria Di Carlo
organizzazione Daniela Di Carlo
grafica Adria Chilcote

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