Al Teatro Vascello di Roma Fabrizio Gifuni riporta in scena il suo reading Con il vostro irridente silenzio, il più recente di una lunga serie di spettacoli sul sequestro e sulla morte di Aldo Moro.

Nel teatro italiano recente si può rintracciare un’interessante serie di spettacoli dedicati alla figura di Aldo Moro e alla sua tragica fine, messi in scena a ritmo ciclico ogni quinto o decimo anniversario dall’uccisione dello statista: se nel 1988 la questione era ancora troppo calda per essere trasposta a teatro, intorno al 1998, in occasione del ventennale, partendo da posizioni abbastanza antipodiche Marco Baliani realizzò Corpo di Stato mentre contemporaneamente la stessa Maria Fida Moro, primogenita del presidente, interpretava L’ira del sole; nel 2007, in vista del trentesimo anniversario, Corrado Augias curò assieme a Vladimiro Polchi la regia di Aldo Moro – Una tragedia italiana, con Paolo Bonacelli nei panni del presidente ucciso; intorno al 2013, in occasione del trentacinquesimo anniversario, Ulderico Pesce fece debuttare Moro: i 55 giorni che cambiarono l’Italia, scritto con la collaborazione del giudice Imposimato, e Daniele Timpano della Compagnia Frosini Timpano il suo più autonomo ed eversivo Aldo Morto. Parallelamente a queste riletture teatrali anche il cinema, la televisione e addirittura l’opera lirica continuarono a mettere in scena il caso Moro, facendone vestire i panni ora a Volonté, ora a Herlitzka, a Michele Placido, a Sergio Castellitto. Punto di incontro fra la tradizione teatrale su Moro e questi adattamenti cinematografici o televisivi è Con il vostro irridente silenzio, il nuovo spettacolo di Fabrizio Gifuni, che aveva già interpretato lo statista nel film Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana.

Spunto di partenza, nonché unico materiale testuale dello spettacolo di Gifuni, sono i cosiddetti Scritti della prigionia di Aldo Moro, sia le lettere che lo statista indirizzò a diversi uomini politici e ai suoi famigliari, e che spesso non furono pubblicate, sia il Memoriale che Moro scrisse durante i 55 giorni di prigionia formalizzando di fatto le risposte che dava ai brigatisti durante il processo rivoluzionario nella prigione del popolo. Nonostante la drammaticità del momento – diversi articoli di giornale, incluso un editoriale de L’Osservatore Romano, avanzavano senza molti fronzoli l’ipotesi che lo statista non fosse più in sé, che si limitasse a scrivere ciò che le Brigate Rosse dettavano – in questi testi Moro fa ancora sfoggio di tutta la sua cultura umanista, con una prosa sospesa fra una cadenza ciceroniana ed echi biblici. Prima ancora che il Moro uomo politico e il Moro vittima del terrorismo è il Moro scrittore ad emergere dalla selezione dei testi compiuta da Gifuni, che legge una parte delle lettere seguendo l’ordine cronologico della loro stesura alternandole con passi del Memoriale. Il tono inevitabilmente cambia rispetto al destinatario: c’è un Moro retorico, abituato a comandare, che si rivolge a tutti i compagni di partito e a un gran numero di politici nazionali e internazionali nel tentativo di convincerli a trattare con i terroristi, ma c’è anche un Moro quotidiano, famigliare, affettuoso, che riempie di vezzeggiativi la lettera indirizzata al nipote Luca, nato da appena un anno, e che ricorda alla moglie e alla figlia Agnese di spegnere il gas ogni sera.

«La faccia è salva, ma domani gli onesti piangeranno per il crimine compiuto e soprattutto i democristiani… Con il vostro irridente silenzio avete offeso la mia persona, e la mia famiglia, con l’assoluta mancanza di decisioni legali degli organi di Partito avete menomato la democrazia ch’è la nostra legge». Sembrano tre le principali direttrici lungo le quali si colloca la selezione dei testi compiuta da Gifuni: c’è innanzitutto l’idea, esplicitata nel breve preambolo introduttivo che l’attore fa da bordo palco, che il corpo di Moro e il Memoriale siano essenzialmente dei corpi insepolti in senso lato, una figura e un documento postumo che colpevolmente non sono ancora veramente sepolti, digeriti, e in senso stretto assorbiti culturalmente, e che per questo, come in ogni tragedia, tornano a disturbare la quiete dei vivi. Sgorga, direttamente dalle pagine autografe di Moro, un senso di confusione e di incredulità nei confronti della «mistica inerzia» dei compagni di partito: Moro è al tempo stesso lucidamente consapevole e dolorosamente ingenuo di fronte ai meccanismi kafkiani del Potere, che lo abbandona a morire senza permettergli di riabbracciare la sua famiglia, incredulo e scandalizzato di fronte all’«eccesso di zelo» dei molti politici democristiani che si rifiutano di venire a patti con i terroristi per non riconoscerli sullo stesso piano dello Stato. A questa incredulità presto subentra il disincanto, e la consapevolezza di un tradimento, tanto inaspettato quanto doloroso, che induce Moro, quasi postumamente, ad abbandonare formalmente la Democrazia Cristiana.

Gifuni dà voce a questa monofonia in uno spazio scenico molto semplice – l’attore legge in piedi accanto a un microfono, alla sua sinistra un tavolino, per terra un serie di fogli sparsi – con un disegno luci forse un po’ troppo lineare e schematico nel suo complesso, ma in alcuni momenti davvero efficace nell’immergere nei chiaroscuri il corpo dell’attore. Certo, manca una reale drammaturgia, intesa come teatralizzazione della pagina, ma ciò fa programmaticamente parte della concezione dello spettacolo, né a partire dagli scritti di Moro dalla prigionia si poteva forse ipotizzare una diversa messa in scena: Con il vostro irridente silenzio di Gifuni è essenzialmente un reading, ma Gifuni è un lettore di primissima classe.

La drammaturgia va allora ricercata nell’emozione che l’attore ricama attorno a ogni singola parola dei testi lasciati da Moro, in quell’antifrastico «pacatamente» di una delle lettere a Cossiga che Gifuni pronuncia trattenendo la rabbia in mezzo ai denti, in quel doloroso attimo di esitazione prima che Moro abbandoni formalmente e definitivamente la «famiglia democratica-cristiana che è stata la mia» – qui la voce di Gifuni sapientemente si spezza – «per trentatré anni». E dopo che Moro ha dato le sue dimissioni da ogni incarico ufficiale e ha chiesto al presidente della camera, non senza sottile ironia, di essere spostato dal gruppo della Dc al gruppo misto, l’invettiva contro Andreotti è forse il climax dello spettacolo, il momento in cui meglio e più profondamente si fondono l’abilità retorica di Moro e la raffinatezza attoriale di Gifuni. Da subito Moro nelle sue lettere si riconosce come prigioniero politico, ma è grazie all’interpretazione vocale di Gifuni che assistiamo come a poco a poco lo statista si scopre a malincuore martire di uno Stato e per un partito nei quali non crede più.

«Datemi da una parte un milione di voti e toglietemi dall’altra un atomo di verità, e io sarò perdente». Il lavoro che Gifuni ha compiuto sulla figura di Moro è nato su suggestione del Salone del Libro di Torino nel 2018, dove Con il vostro irridente silenzio è andato in scena in una prima versione in occasione del quarantennale dalla morte dello statista; tuttavia l’attore romano ha studiato la figura e gli scritti di Moro con viscerale attenzione, quasi come se il suo ruolo nel film di Giordana non gli fosse bastato, inserendo lo spettacolo-reading in un ideale trittico dell’antibiografia della nazione a cui possono essere ricondotti ‘Na specie de cadavere lunghissimo, su Pasolini, e L’ingegner Gadda va alla guerra, su Gadda, portati in scena a suo tempo con la regia di Giuseppe Bertolucci. Forte di questi precedenti lavori di spicco nel suo curriculum teatrale, che ha sempre accompagnato e impreziosito la sua impeccabile carriera cinematografica, Gifuni si è potuto dedicare alla non facile impresa di portare Moro a teatro.

Le precedenti reinterpretazioni teatrali del caso Moro o restituivano, come nel caso di Baliani e di Timpano, l’esperienza personale dell’attore nei giorni del sequestro – Baliani come membro della sinistra extraparlamentare in crisi di coscienza, Timpano come bambino che guardava i cartoni animati giapponesi ed era confuso da quello che sentiva in TV – per poi allargarsi a riflettere sulle conseguenze che il rapimento e la morte di Moro avevano avuto sulla politica e sulla cultura italiana, oppure ne ripercorrevano le vicende con un’ottica giornalistica che si sforzava di essere oggettiva e che, soprattutto nel caso de I 55 giorni che cambiarono l’Italia di Pesce, non mancava di sollevare pesanti dubbi sulla collusione fra terroristi, governo e servizi segreti. Con il vostro irridente silenzio di Gifuni prende una via diversa, una strada che senza tentare inchieste si concentra su quell’«atomo di verità» che Moro nelle sue carte si sgolava a ripetere. Moro è visto innanzitutto come corpo, come corpo politico e scenico, politico in quanto scenico, senza alcuna altra reinterpretazione che non sia quella testuale-emotiva. Non è una via necessariamente migliore o peggiore: semplicemente la chiave drammaturgica adottata da Gifuni stupisce per la sua dirompente essenzialità, dove è unicamente la voce dell’attore a costruire la scena.

Particolarmente interessante a tal riguardo potrebbe essere un confronto con Aldo Morto, il lavoro che il drammaturgo e attore romano Daniele Timpano realizzò su Aldo Moro nel 2012. I lavori di Timpano e di Gifuni sono molto interessanti da confrontare, in quanto, nel drammatizzare il medesimo argomento, i due performer procedono per vie simmetricamente opposte, fino a rappresentare due antipodiche concezioni di intendere il teatro. Un punto di contatto c’è, fra Con il vostro irridente silenzio e in particolare Aldo Morto 54, la speciale performance che Timpano realizzò nel 2013, in occasione del trentacinquesimo anniversario della morte di Moro, autorecludendosi nell’allora ancora attivo Teatro dell’Orologio per 54 giorni, tanti quanti furono i giorni del sequestro. Il punto di incontro fra il reading di Gifuni e la performance di Timpano – trasmessa in diretta streaming 24 ore al giorno – sta nell’ambientazione della cella dello statista: così come la scarna scenografia di Con il vostro irridente silenzio di Gifuni rappresenta chiaramente l’interno della cella di Moro, con un tavolino e i fogli sparsi per terra, allo stesso modo Timpano trascorse gran parte dei cinquantaquattro giorni di reclusione in una stanza 3 metri per 1 sul palco dell’Orologio, una piccola prigione grande esattamente quanto la stanza di Moro nel covo delle BR di via Montalcini.

L’analogia fra i due lavori però inizia là dove finisce: ogni sera, arrivata l’ora dello spettacolo, Timpano lasciava la sua cella e andava sul palco a recitare il suo monologo. Per quanto entrambi i lavori siano accomunati da una grande preparazione e da un indubbio rigore filologico di entrambi, dal momento di salire sul palco fino al momento degli applausi Con il vostro irridente silenzio e Aldo Morto rappresentano due concezioni diverse di un teatro che sia riflessione sulla storia, di un teatro che sia drammaturgia della memoria collettiva di un Paese fin troppo pronto a dimenticare: tanto Gifuni è concentrato sul Moro della prigionia quanto Timpano è concentrato sul Moro come feticcio culturale postumo, tanto è rispettoso fino alla compassione Gifuni quanto è irriverente fino alla dissacrazione Timpano, tanto Gifuni è tragico, quanto Timpano è antitragico, insomma tanto è classico Gifuni, quanto è modernista Timpano. Se Con il vostro irridente silenzio fa vedere o meglio fa sentire Moro avviarsi alla morte come un martire politico, una delle prime, se non la prima battuta di Aldo Morto di Timpano è proprio «Mi dispiace, Aldo è morto, Aldo è morto senza il mio conforto»; da lì si snoda, in una polifonia programmaticamente contraddittoria di voci, opinioni e ricordi, una riflessione lucida e originalissima sulle schizofrenie dell’Italia nei confronti dei molti cadaveri che costellano la nostra storia nazionale.

Simili nel punto di partenza, opposti nello svolgimento, Fabrizio Gifuni e Daniele Timpano si ritrovano nell’impersonare il corpo di Moro. Il lavoro di Gifuni è essenzialmente vocale: il corpo destinato a morire di Moro si condensa nelle sue parole, amplificate con l’abituale maestria da Gifuni. Il lavoro fatto da Timpano era di una fisicità che rasentava il masochismo nel caso di Aldo Morto 54, autentico e irripetibile tour de force reso ancora più sorprendente dal fatto che il performer non si stava preparando ad interpretare Moro, ma ogni sera andava sul palco a recitarne e per certi versi a denunciarne la sua carnevalizzazione mediatica. Pur essendo entrambi gli spettacoli giocati sull’accumulo di materiali e di documentazioni storiche – storiche nel senso ampio ma autentico del termine, come possono essere, per capire la fine degli anni settanta, i cartoni animati giapponesi – Con il vostro irridente silenzio di Gifuni rappresenta una liturgia classica e accompagna il suo agnello fino all’altare, Aldo Morto rimanda quasi al concetto montaliano di saturazione, uno sguardo di insieme critico e affettuoso non su ciò che la prigionia e la morte di Moro è stata, ma su ciò che ha rappresentato, attraverso la narrazione dei protagonisti politici e dei mass media di quegli anni e degli anni a venire.

Tutto si riduce alla fine a una questione di drammaturgia e di drammatizzazione. Rispetto all’insieme dei precedenti lavori teatrali sull’argomento, Gifuni asciuga molto la messa in scena focalizzando l’attenzione su Moro ed esclusivamente su Moro. Il suo, pur essendo cronologicamente il più recente, è per molti versi il grado zero, il più essenziale, quello che lascia la parola a Moro senza commento, senza spiegazione, quasi senza filtro. Qualunque ricordo personale e qualunque ricostruzione retroscenista dei fatti, come l’interesse storico, non tarda a cedere il posto al dramma umano, mentre parola per parola il Memoriale delinea un inquietante ritratto dell’Italia e della sua politica interna ed estera. Ne Con il vostro irridente silenzio in qualche modo Aldo Moro, morto, rivive sulla scena, presenza fantasmagorica al pari dei suoi scritti dalla prigionia, a lungo cercati e dopo il loro fortunoso ritrovamento subito rimossi dalla discussione culturale e politica del nostro paese. Il lavoro di Gifuni è allora programmaticamente improntato a una visione più problematizzata della figura del martire e al legame etimologico fra il martirio e un altro concetto chiave che alcuni dei precedenti spettacoli su Moro esplicitavano senza autenticamente cercarlo: testimonianza.

Per correttezza nei confronti del lettore, chiariamo che laddove con Fabrizio Gifuni non sussiste nessun rapporto diretto, l’autore del presente articolo segue e conosce personalmente la Compagnia Frosini Timpano da diversi anni.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Vascello

via Giacinto Carini 78, Roma
29-30 settembre, 1-4 ottobre 2020
da martedì a venerdì ore 21, sabato ore 19, domenica ore 17

Con il vostro irridente silenzio
Studio sulle lettere dalla prigionia e sul memoriale di Aldo Moro
ideazione, drammaturgia e interpretazione di Fabrizio Gifuni
collaborazione di Christian Raimo
consulenza storica di Francesco Biscione e Miguel Gotor

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