C’era una volta in Anatolia nel 2011 aveva vinto a Cannes il premio il Gran premio della giuria, ma ha dovuto attendere fino all’estate scorsa per arrivare nelle sale italiane, e credo l’abbiano visto in pochi.

Non si tratta di un film facile, e anche la critica si è divisa nel giudizio.
La sua trama, in prima battuta, potrebbe farci pensare al genere poliziesco: narra della ricerca, da parte di un procuratore, un medico legale e un commissario, del cadavere di un uomo ucciso; ma subito ci si accorge che non c’è nessun assassino da scoprire, né un enigma importante da svelare. Per le sue oltre due ore e mezza non succede quasi nulla; ma proprio questo dilatarsi del nulla, questi tempi che scorrono con la banale ripetitività della vita reale, nella mediocrità delle chiacchiere e delle miserie quotidiane, ti cattura e ti affascina.
Il titolo è un trasparente omaggio del regista, il turco Nuri Bilge Ceylan, a Sergio Leone, di cui si dichiara grande ammiratore. Un recensore attento, oltre ad avervi rilevato una certa atmosfera cechoviana – anche nei drammi di Cechov, si potrebbe sostenere, non succede quasi mai nulla – ha notato, nei titoli di testa, appunto il nome del drammaturgo russo. Confesso che questo particolare mi era sfuggito: quei titoli, scritti in turco, non avevo neppure provato a scorrerli. Ma mi ha invece stupito che nessuna recensione, fra quelle che ho letto, vi notasse un duplice, palese prestito narrativo dall’opera di Anton Pavlovic.
Nel racconto Il giudice istruttore (Slèdovatel’), costui, in viaggio per servizio con un medico legale, gli pone uno strano quesito, che ritroviamo esattamente nel film, con il medesimo, doloroso scioglimento finale. Ma, mentre in Cechov la storia esaurisce il racconto, qui costituisce una sorta di trama parallela alla vicenda principale, che avrà un ulteriore, drammatico sviluppo.
L’altro debito narrativo è un racconto breve e meno conosciuto, Bellezze (Krasàvicy). Anche in questo caso, un viaggio in calesse, e la sosta presso la locanda di un armeno, dove la bellezza della sua giovane figlia impressiona i viaggiatori, che tuttavia non verbalizzano questa piacevole sensazione, fino a quando, ripreso il viaggio, il taciturno vetturale esclama: “Ma che bella ragazza ha l’armenuccio!”.
Nel film l’episodio è una specie di intermezzo, uno dei tanti episodi frammentari, restituiti quasi in tempo reale, di cui la sceneggiatura è intessuta. Ma una delle sequenze più belle è l’apparizione di un’adolescente, figlia del sindaco di un villaggio dove il gruppo si è fermato per un breve ristoro. In tempi lentissimi il volto della ragazza, nella luce dorata di una lampada, viene accompagnato, accarezzato dalla macchina da presa mentre silenziosamente, con modi quasi rituali, distribuisce il tè agli ospiti, che alzano lo sguardo, turbati più ancora che ammirati, da quella commovente, verginale bellezza. E anche qui toccherà all’autista, nuovamente seduto in macchina, l’osservazione finale: “Avete visto come era bella la figlia del sindaco?”.
La prosa di un grande scrittore che diventa poesia di immagine: un risultato raro, al cinema.
Pochi minuti che, da soli, sono una ragion sufficiente per vedere il film.

Lumpatius Vagabundus

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