In due sere consecutive ho assistito a Milano a La locandiera di Goldoni, al Manzoni, e ad Anima errante di Cavosi, al Tieffe Teatro Menotti. E ho ancora una volta verificato quali differenze abissali convivano all’interno di quel fenomeno artistico che indichiamo col termine “teatro”.

Che cosa hanno in comune i velluti e il sipario rosso del Manzoni con lo spartano palcoscenico dell’ex-cinema Menotti? Quali mondi, quali poetiche, quali categorie socioculturali li abitano?

Partirei dal primo spettacolo, muovendo da una sommaria analisi del fenotipo dello spettatore, e del suo comportamento. Al Manzoni, il pubblico è per lo più costituito da eleganti coppie di mezza età: volti abbronzati dalla lampada; pellicce che sfiorano pigramente il lucido pavimento di marmo. Il brusio si spegne appena il sipario si apre e poi, applausi d’entrata, come ai vecchi tempi; ma anche ad ogni battuta un po’ salace, alle scene un po’ osé (e non importa se le ha scritte Goldoni, o le ha inserite il regista, Giuseppe Marini: si sa, La locandiera l’abbiamo letta tutti, ma chissà quanti anni fa). Ma, le comiche, non erano due? Certo, ma qui ce n’è una sola: un ancheggiante travestito che esibisce, accavallandole, le lunghe gambe appena velate da calze a rete; e che, rivelandosi, assalta sessualmente sul canapé il Conte di Albafiorita. E che dire di Mirandolina che, invece di fare la zuppa nel bicchiere di vino di Borgogna offertole dal Cavaliere di Ripafratta (come scrive Goldoni), vi immerge il dito e se lo mette in bocca, guardandolo negli occhi. E poco dopo il Cavaliere, da lei invitato a far tintinnare i bicchieri con la formula, “senza malizia, tocchi”, intenderà tale invito in modo ben diverso.
Gli attori sono bravi, anche coloro che interpretano ruoli secondari (quelli salvati dalla riduzione drammaturgica); la scenografia è elegante ed essenziale, molto pulita; i costumi, nel loro brillante, fantasioso anacronismo, hanno una loro presa spettacolare.
Quanto alla locandiera (“Ho qualche annetto. Non sono bella”), Nancy Brilli è invece così bella da sembrare finta. Il suo costume grigio-perla ad un tempo ne espone e castiga il pregevole seno, con una sorta di correggia orizzontale che ne spezza il disegno. Siede a gambe larghe, inguainate in lunghi stivali con tacco, come non credo si addicesse neppure alle figure femminili di Ibsen e Strindberg che, secondo il regista, Mirandolina precorrerebbe.
Ma tant’è: il pubblico applaude convinto e soddisfatto, fino ai saluti finali, in ordine rigorosamente gerarchico, secondo un consolidato galateo teatrale.

Il pubblico del Tieffe Menotti abbraccia tutte le età, ma anche gli anziani vestono casual, alcuni portano la barba, ormai brizzolata o bianca, così come i giovani, in jeans sbrindellati; le ragazze indossano stivali e fuseaux.
Il testo di Roberto Cavosi, drammaturgo di impronta cattolica, sensibile ai temi civili, è di quelli da far tremar le vene e i polsi anche a un regista coraggioso come Carmelo Rifici. Lo spettacolo prende lo spunto da un fatto di cronaca (la nube di diossina fuoruscita dagli impianti dell’ICMESA nel ’76), ma il registro realistico vira presto nel metaforico, nel lirico, nel sacro.
Un’ora e quaranta senza intervallo, in un silenzio attento, interrotto da un unico applauso a scena aperta. La platea si lascia coinvolgere da una vicenda che vede in scena una Madonna che si paluderà del tradizionale manto celeste e un Ponzio Pilato in giacca e cravatta; ove si recitano preghiere, si legge l’incipit del Cantico dei Cantici, e una sorta di coro greco scandisce i diversi quadri intonando con voce vibrante canti dal sapore liturgico.
Su tutto domina la presenza carismatica di Maddalena Crippa, la sua carnalità di donna vera, l’utilizzo espressivo del corpo, del volto, a volte deformato fino allo spasimo; della voce, ora urlata, stridula, nella irrazionale ma convinta pretesa di un miracolo; ora sommessa, trattenuta, nella ricerca di un’impossibile certezza sul destino della creatura che porta in grembo; ora librata in delicati voli lirici. La figura della sua Sara emerge a tutto tondo, nelle sue contraddizioni dinamiche, nel confronto conflittuale col marito, ma sempre determinata a batters; anche nell’invocato, ultraterreno incontro con la Madonna. Una rappresentazione non facile, nelle sue ardite incursioni nel divino, nei suoi scarti linguistici, ma che lascia il segno.
E il grido di Sara, “Chiedo la dignità dell’essere comune, la dignità della persona qualunque!”, sembra non solo riassumere il significato civile dello spettacolo, ma anche, nella disperata reiterazione della parola “dignità”, trascendere il suo contesto, e porsi come principio etico ed artistico

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