Ritratti d’Autore

«Vi racconto la grandezza artistica di Antonia».

Uno tra i volti femminili più interessanti nel panorama teatrale milanese e italiano, Elisabetta Vergani, ha incarnato con la sua voce e il suo corpo le eroine del mito, in grado di ridare spessore e contemporaneità a Elektra – nella rilettura di Hugo Von Hoffmansthal – o Medea e Cassandra – viste attraverso l’occhio consapevole di Christa Wolf. Direttrice dell’Associazione teatrale Farneto Teatro, è lei stessa a spiegarci perché, oggi, abbia scelto di far rivivere – qui a Pasturo – Antonia Pozzi, la giovane poetessa morta suicida a soli 26 anni.

Com’è nata l’idea di questo spettacolo?
Elisabetta Vergani: «Radici profonde nel grembo di un monte fa parte di un itinerario di studio su Antonia Pozzi iniziato più di anno fa. È la seconda tappa di un percorso che ha visto andare in scena, l’anno scorso, Per troppa vita che ho nel sangue, e che si concluderà nel 2012, anno in cui verrà celebrato il centenario della nascita della poetessa lombarda, con lo spettacolo Vorrei che la mia anima ti fosse leggera, che presenterò nei teatri milanesi».

Ci parli di questa seconda tappa.
E. V.: «È stato possibile realizzare questo spettacolo perché, insieme a Scarlattine Teatro e a Farneto Teatro, ho vinto un bando di concorso regionale proposto dalla Provincia di Lecco e dal Comune di Pasturo che aveva come oggetto la valorizzazione del territorio. Radici profonde nel grembo di un monte è nato dopo due settimane di prove all’interno della casa di Antonia qui a Pasturo, dove lei ha composto più di metà della sua opera. Ho voluto quindi raccontare il piccolo comune della provincia di Lecco attraverso le sue poesie».

Come ha conosciuto la poesia di Antonia Pozzi?
E. V.: «È avvenuto in modo casuale: mi hanno regalato un libro, la sua biografia scritta da Graziella Bernabò, e da lì è iniziato tutto. Mi sono letteralmente innamorata dell’opera di Antonia e volevo documentarmi più approfonditamente su di lei. Così ho contattato Graziella, che mi ha dato informazioni utili e mi ha raccontato molte cose sulla Pozzi. Poi ho conosciuto suor Onorina Dino che, da anni, custodisce gli scritti di Antonia. Per la precisione, da quando la madre della poetessa li ha lasciati in eredità alle suore dopo la propria morte. Ne è nata una rete di persone che amano e cercano di far conoscere l’opera di Antonia Pozzi. Il risultato di mesi di studio è questo percorso teatrale su di lei».

Perché l’ha colpita tanto profondamente?
E. V.: «Antonia era una donna eccezionale che, durante la sua vita, ha cercato in tutti i modi di appartenere a qualcosa senza mai riuscirci. Purtroppo era una sconosciuta: non le è mai stata accreditata l’importanza che invece meritava. Durante la breve vita non ha pubblicato nessuna poesia. Solo grazie alle persone che tengono viva la sua memoria, il suo nome ha iniziato a circolare e oggi può accadere che nelle scuole di teatro si portino le sue opere come prove di recitazione. La scrittrice Cristina Campo diceva che Antonia era un’imperdonabile. Imperdonabili sono tutte quelle scrittrici che non sono mai state comprese dai loro contemporanei perché troppo avanti rispetto alla loro epoca. Spero con il mio lavoro di dare a molte persone l’opportunità di conoscerla e di apprezzarla».

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