Elvira, ovvero esercizi sul sentimento

Sarà in scena fino al 12 febbraio al Teatro Bellini di Napoli, Elvira di Toni Servillo, un originale spettacolo sul difficile mestiere dell’essere attore e dell’essere umano.

É approdato martedì 24 gennaio al Teatro Bellini di Napoli per restare venti giorni in programmazione: Elvira, messo in scena e interpretato da Toni Servillo, torna a casa, nella città dove è stato costruito dall’attore per essere portato in scena al Piccolo Teatro di Milano prima, e al Théatre Athenée di Parigi poi.
Una lezione di teatro, e prima ancora di vita, a cui il pubblico napoletano assiste con trasporto ed emozione.
La tecnica che non viene dal sentimento crea banalità”: questo è probabilmente l’assunto che potremmo trarre a sintesi dalla pièce di Servillo, attore immense (come lo ha definito la stampa francese), che tale si conferma in questa occasione. La voce, il flusso straripante delle parole, i gesti, la mimica facciale, il ritmo, il passo, il tono, il controllo del corpo, le mani che raccontano storie; Servillo è un musicista che conosce perfettamente il suo strumento e sa come suonarlo.
Tutto in lui è potenza e genio fuori dal comune al servizio dell’arte e, in questo caso, al servizio di un testo, quello di Brigitte Jaques, che l’attore napotelanto decide di riprendere.
Un testo che, a sua volta, è tratto dalle sette lezioni che il grande attore francese, Louis Jouvet tenne al Conservatoire di Parigi tra il febbraio e il settembre del 1940 sulla seconda scena di Elvira nel Don Giovanni di Molière.
Ne scaturisce, come spiega Servillo, «una riflessione sul teatro che al teatro non si limita, domande che da Elvira rimbalzano a tutto il pubblico, rivelazioni interiori che mettono in relazione il mestiere che si fa con quello che si è». 
Luci essenziali a illuminare una scena molto scarna: pochi oggetti, una scrivania, qualche sedia, una piccola platea che lascia intuire l’idea di essere all’interno di un teatro chiuso. Così va in scena l’Elvira che permette al pubblico (separato dalla rappresentazione da due file di sedute ricoperte da teli bianchi) di spiare tra platea e proscenio, quello che avviene tra un maestro e la sua allieva, ovvero il faticoso, a tratti doloroso, lavoro di ricerca che si nasconde dietro ogni grande o piccola rappresentazione.
Siamo davanti alla ripetizione continua di una scena, ovvero quella in cui Donna Elvira raggiunge Don Giovanni per parlargli non solo del grande amore che ha avuto, ma soprattutto della forte preoccupazione che prova ora per lui e per la sua vita.
Tutto lo spettacolo di Servillo si incentra su questa unica scena: Petra Valentini (che interpreta Elvira) rappresenta l’attrice che non riesce a entrare nel personaggio che il maestro le chiede. In lei vi è intelligenza drammaturgica, ma non sentimento; il sentimento che il maestro, invece, ricerca affiché Elvira diventi Elvira, affiché ella arrivi realmente a parlare col pubblico parlando a sé stessa.
Servillo (Jouvet) pretende qualcosa di più dalla sua attrice: le chiede di andare oltre ciò che le è comodo e che le viene facile, perché tutto ciò non viene dalla difficoltà e dallo sforzo del corpo non va bene.
Siamo davanti a una rappresentazione che è trasfigurazione del sentimento; in altre parole solo emancipandosi dalla tecnica (che pure è necessaria) si potrà giungere all’intelligenza del teatro che è un senso, il sesto senso a cui ambire se non si vuole essere meri riproduttori o annunciatori sul palco e nella vita.
Si assiste così alla costruzione faticosa di uno spettacolo: a tutti i dubbi, le ansie, gli abbattimenti, gli entisuasmi dell’attore, necessari affinché esso raggiunga la sua compiutezza.
Sette sono i mesi di prove, dal 14 febbraio al 20 settembre del 1940, che Toni Servillo rappresenta in scena; nulla si sa del risultato finale, dal momento che i nazisti impedirono alla giovane ebrea Claudia di essere Elvira e Jouvet lasciò la Francia fino alla fine della guerra. Neppure Servillo (Jouvet) ci dice come va a finire e in fondo questo non è così importante, quantomeno non è lo scopo della pièce.
Elvira vuole, infatti, parlare in una maniera intima e appassionata al suo pubblico; e non parla solo agli attori presenti in sala che pure si trovano ad assistere a una grande lezione di teatro, ma parla agli spettatori tutti, li invita, indipendentemente dal ruolo e dal lavoro che svolgono – perché il lavoro determina ciò che si è – , a prendere il proprio sentimento e la propria intelligenza emotiva e a metterli al servizio della propria vita.
Servillo/Jouvet non si rivolge solo all’attore, parla al ginnasta, allo scrittore, all’operatore sociale, al medico, all’operaio, al politico, allo studente, al commercialista, al giudice, al meccanico, all’impiegato che è dentro di noi o tra noi; lo invita a prendersi cura del proprio sentimento e a riversarlo con attenzione e devozione nella vita di tutti i giorni perché è questo sentimento la vera chiave per una esistenza che non sia un automatismo, ma una festa, sì di fatica, ma anche di autenticità e passione.
«Dovunque tu vada sarai sempre in salita e controvento», prima legge del ciclismo.

Lo spettacolo continua
Teatro Bellini
Via Conte di Ruvo, 14, 80100 Napoli
dal 24 gennaio al 12 febbraio 2017

Elvira
(Elvire Jouvet 40)
di Brigitte Jacques
da Molière e la commedia classica di Louis Jouvet ©Éditions gallimard
traduzione Giuseppe Montesano
con Toni Servillo, Petra Valentini, Francesco Marino, Davide Cirri
costumi Ortensia De Francesco
luci Pasquale Mari
suono Daghi Rondanini
aiuto regia Costanza Boccardi
regia Toni Servillo
Durata 75min senza intervallo

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