Elvira Frosini e Daniele Timpano

Chiuso il sipario al di là del quale si abbandona il mondo dei non morti e la messa in scena Zombitudine nella Sala Cutu di Perugia, Daniele Timpano ed Elvira Frosini si presentano stanchi, ma sorridenti e disponibili all’intervista. Nei rinnovati spazi teatrali che il Teatro di Sacco gestisce nel centro storico cittadino, i due protagonisti della pièce , seduti sulle poltrone che solitamente occupano gli astanti, rispondono ad alcune domande sul loro spettacolo.
Da dove nasce l’idea di questa rappresentazione?
Elvira Frosini: «Nasce da esperienze proprie, da passioni. Daniele è un appassionato del genere».
Daniele Timpano: «Io sono un ex nerd che andava al Fantafestival e che a quindici anni vedeva solo questi film di genere, tra i quali posso citare Zombi di Romero, mentre il primo che ho visto da adulto è L’alba dei morti viventi (di Zack Snyder, che del film di Romero è il remake, ndr). È stato il primo film che mi traumatizzò e per cui non dormii la notte pensando alla morte. Non tanto per l’idea dello zombi che ti mangia, nello spettacolo c’è relativamente come suggestione, quanto per la promiscuità con i defunti o per il senso della separazione».
EF: «È una esistenza a metà fra vita e morte. È un morto che cammina, quasi un tentativo di resurrezione e reazione. Ci sembrava una metafora abbastanza chiara e interessante».
DT: «Lo zombi non è una cosa bella, non parliamo di Cristo che risorge, ma di una cosa che continua a marcire e che perde i pezzi. Non è una resurrezione seducente, ma è comunque un tentativo di reagire piuttosto che essere semplicemente cadaveri. A volte, anche nei film, sembra che gli zombi siano meglio dei vivi».

Esiste una fase di contagio che porta a essere zombi o si è zombi per scelta?
EF: «In questo spettacolo non c’è l’idea di un contagio, però c’è l’idea di un qualche cosa che ti minaccia. La condizione in cui noi ci troviamo in scena, alla quale il pubblico in sala viene portato a essere, è una scelta, anche se inconsapevole. Non è un vero e proprio contagio, ma l’accettazione di una condizione in cui ci si accontenta. Siamo pieni di rabbia».

Siete vestiti in maniera elegante a differenza dell’idea comune di zombi. Forse per sminuire la percezione di uno spettacolo prettamente horror? Gli zombi, usando un passo del Vangelo di Matteo, sono sepolcri imbiancati?
EF: «Lo zombi cinematografico è un cadavere che perde i pezzi. L’effetto speciale ci interessava poco, mentre eravamo più interessati a uno stato del corpo. Anche il gruppo di zombi quando fa il suo ingresso è vestito molto bene. È una scelta diversa, noi lavoriamo con il corpo, siamo vestiti bene perché siamo come tutti gli altri là fuori. Anche quando facciamo le incursioni in città siamo uguali a quelli che incontriamo. Gli attori sono però diversi nello sguardo, in quello che fanno, nella velocità dei loro movimenti. La nostra scelta di essere vestiti in scena in un certo modo è stata fatta insieme alla scenografa. Vestiamo retrò, lo stile anni ’50 di Vacanze Romane, come la generazione che ci ha preceduto in un tempo e che quasi invidiamo. Un po’ questo Paese, mediamente, è fermo a quel tempo, forse anche prima, già solo nel teatro. L’idea quindi è quella di un teatro ammuffito da cui fuggiamo un po’ sbiaditi».
DT: «L’idea iniziale era stata quella di essere vestiti bene come se stesse per succedere quella stessa sera qualche cosa di importante e/o come se ci avessero tirato fuori dalla bara tutti curati. Fra la prima e la seconda parte dello spettacolo è come se ci avessero messo da poco sottoterra e noi siamo appena tornati».
EF: «C’è una idea di far vedere qualche cosa di bello, ma che dietro la facciata in realtà se ne sta andando».
DT: «Quando entra il gruppo zombi, nella versione integrale dello spettacolo, nel momento in cui suona la sirena dell’allarme, oltre ai cellulari rivolti verso il viso, c’è comunque una manifestazione con un megafono e un testo che è politico. Gli zombi hanno dei cartelli con slogan spiritosi che parlano di diritti per gli zombi. È un finale che porta un maggior numero di sfumature di senso, un finale da manifestazione repressa. Quando poi entriamo noi ben vestiti, in contrapposizione alla manifestazione popolare, un nostro amico ci ha fatto notare che è come vedere il marcio che è arrivato anche alle classi alte e condividiamo questa idea».

Il selfie con il pubblico è un modo per dichiarare al mondo esterno che siete vivi e ci siete anche voi?
EF: «Un po’ anche quello. Sicuramente è il primo atto che facciamo di comunicazione forte con il pubblico per far capire agli spettatori che in quel momento stiamo tutti insieme. Facciamo le stesse cose che fanno le persone ogni giorno, quindi questa testimonianza comunica che siamo vivi attraverso il fatto che postiamo foto. Siamo ancora vivi o ci proviamo per lo meno».

Nel chiamare il pubblico a-spettatore volete indicare una partecipazione non attiva, vi aspettate quindi una reazione da parte di quanti in sala?
EF: «No, non ci aspettiamo una reazione. La maggior parte delle volte l’unica reazione è quella che hai visto stasera: si ride. Forse il pubblico ci ripensa in seguito a questo fatto».
DT: «Da un lato coinvolgiamo il pubblico facendo fare loro dei gesti, ma dall’altro nulla è finalizzato a un coinvolgimento. È un qualche cosa che porta con sé un senso di sconfitta già in partenza. Non incitiamo a fare una rivoluzione una volta usciti dalla sala. Questo anche perché nella seconda parte moriamo pian piano, non ci aspettiamo la palingenesi che ogni tanto invochiamo».

C’è quindi anche della politica all’interno della rappresentazione
DT: «C’è un po’ di tutto. C’è l’idea di una cosa che è già stata sconfitta tempo fa, come la resistenza e la rivoluzione».
EF: «Sono le ideologie lontane che si cerca di tenere in piedi, come gli zombi, ma che oramai non funzionano più perché non hanno più né forza né presa. Non sappiamo chi sia l’invasore e da dove arrivi».
DT: «I punti fondamentali dello spettacolo a livello di sensazione sono: spaesamento, confusione, difficoltà nel leggere la realtà e il presente in cui ci troviamo, il senso di impotenza, che sicuramente è personale e forse generazionale. C’è anche un senso di nostalgia per qualche cosa di non ben identificato. L’epoca in cui c’erano le ideologie quali il Partito Comunista, cose in cui ti potevi identificare. Anche quando coinvolgiamo il pubblico per creare una comunità è una scena in cui vogliamo credere, ma a cui in realtà non crediamo mai».

Nella parte finale dello spettacolo durante la recitazione manca un soggetto concreto. Parlate di loro, ma in realtà non si capisce a chi vi riferite come un allontanamento dal materiale.
DT: «Lo spettacolo termina con noi zombi che non vi vediamo più perché le luci sono spente e c’è la nebbia. Quelle cosa che diciamo (noi, loro, voi, loro, …) sono più virate sull’ostilità da parte nostra. È una ambiguità giocata non solo sul materiale, ma anche sulla natura benefica o malefica. Ci salvano, ci elevano oppure ci spazzano via e ci eliminano completamente?».

Leggi gli approfondimenti su Zombitudine:

Diario di uno Zombiedi Giovanna Gentile

Recensione Zombitudine di Daniele Rizzo

 

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