L’estrema urgenza del teatro

L’11 ottobre Servillo ha aperto la settantesima stagione del Piccolo Teatro di Milano con un testo penetrante e raffinato, che pur non essendo testo teatrale tocca il cuore stesso del teatro: si tratta dell’Elvira di Brigitte Jacques, portato in scena per la prima volta al Théatre National de Strasbourg nel 1986.

Tra febbraio e settembre del 1940, Louis Jouvet tenne al Conservatoire di Parigi sette lezioni sul monologo di Donna Elvira nel IV atto del Don Giovanni di Molière. Si tratta del momento in cui la giovane, dopo un’improvvisa e profonda conversione, si precipita a casa dell’ex amante per dirgli addio, ma anche per cercare di salvarlo da se stesso, dalla sua vita empia, dal severo giudizio divino che lo attende. Jouvet, forse presentendo l’intensità e l’importanza di quei momenti di confronto con l’allieva Paula Dehelly, qui Claudia, fece trascrivere le lezioni, che confluirono poi nel saggio Molière et la comédie classique, pubblicato da Gallimard nel 1965.
Quando, trent’anni fa, Giorgio Strehler diede vita allo spettacolo Elvira e la passione teatrale, fece un lavoro sostanzialmente diverso da quello di Servillo. Per prima cosa scelse, per il ruolo di Claudia, Giulia Lazzarini – ai tempi attrice navigata sui cinquant’anni; in secondo luogo fece ripetere il monologo per intero all’inizio di ogni lezione.
Toni Servillo adotta un’altra strategia. Claudia è interpretata da Petra Valentini, un’attrice giovane, diplomata nel 2014 alla Paolo Grassi, con cui possa effettivamente instaurarsi un rapporto tra maestro e allieva, che sia anche uno scambio generazionale, un passaggio di testimone. A questo si aggiunge che, tra una “lezione” e l’altra, qui si ha un momento di buio, e di silenzio, e una data – Parigi, 14 febbraio 1940, e via dicendo, fino al 21 settembre di quello stesso anno: momenti di sospensione e di non detto, momenti di vuoto che non è davvero attesa ma pausa, attimi fuori dallo scorrere del tempo in cui più facilmente si torna a sentire il ticchettio delle lancette o, nel tempo interno, il passare dei mesi- Buio in cui si intuisce ciò che non è raccontato e buio in cui ci si trova soli col poprio buio. Quando comincia la scena successiva, Servillo-Jouvet commenta un monologo che noi spettatori non abbiamo visto o di cui abbiamo sentito solo poche battute e dobbiamo ricostuire e immaginare dai discorsi che gli si costruiscono attorno e che costituiscono il testo stesso.
Jouvet, come Strehler, come Servillo, parla di un testo che per andare «oltre la ribalta» deve passare attraverso la fatica e la sofferenza; l’attore deve impedirsi di sentirsi a proprio agio tra le parole, di abbassare il testo fino a sé: perché il testo non va adattato all’attore, è l’attore che deve s-muoversi, dissodarsi, rinunciare a ogni comodità del sé artificiale fino a svuotarsi e allora assurgere al testo. Allo stesso modo il personaggio Elvira parla di una passione religiosa che la travolge e che la porta a guardare in alto, verso il divino, andando oltre l’essere donna e trasformandosi in dea. Il monologo, quel monologo, tratta proprio del momento in cui per la prima volta Elvira appare davanti a Don Giovanni e dalle parole, dalla presenza, dallo sguardo, da tutto traspare che ella ha cambiato sostanza, è ora fatta d’altra materia che l’Elvira esistita fino a quella stessa mattina – perché ha raggiunto una straziante estasi religiosa. Similmente Claudia e il maestro, insieme, cercano di assurgere al sublime attraverso un confronto sull’essenza dell’arte, andando a scoprire le proprie viscere e ad abbandonare la propria intelligenza che fa da scudo e protegge dal rischio di scoprirsi davvero ma lascia soli: anche qui si tratta di cambiare materia, di lasciarsi trasformare e per riuscirci bisogna arrivare «a un grado totale di necessità». E la passione è forse ciò che intreccia questi tre piani e li lega, proponendo un modo di vivere tanto quanto di fare arte che passa attraverso fatica e necessità.
Inutile commentare la recitazione incredibile di Servillo, sul quale si regge lo spettacolo ma che non manca di lasciare spazio a Petra Valentini e, per quanto conceda il testo, anche ai due attori secondari, gli altri “allievi” di Jouvet che qui interpretano Don Giovanni e Sganarello.
Un solo piccolo misunderstanding: quello di far sentire, verso la fine, un eco di radio tedesca, a significare l’occupazione nazista della capitale francese. Dall’inizio, con il ripetersi delle date, sappiamo in quale momento storico abbiano luogo questi intensissimi scambi sul teatro. L’apporto scenico della radio che spezza il ritmo e ci fa tornare a una dinamica narrativa, ci si aspetta che quel suono abbia una ripercussione sulla “storia” e dunque sul personaggio di Claudia. Così non è, e non può essere, perché non si tratta di narrazione, non c’è un vero e proprio arco, salvo leggere, alla fine, che Claudia vincerà il primo premio dell’accademia per l’interpretazione di Elvira, che pochi mesi dopo in quanto ebrea verrà bandita dai teatri e che continuò tuttavia una lunga carriera da attrice. L’impressione è, dunque, quella di un’uscita di registro che crea sul finale la falsa aspettativa del racconto laddove non c’è che il susseguirsi, intenso e passionale, della vita e della ricerca, dell’insegnamento, della disciplina, del miglioramento di sé, del faticoso percorso verso un obiettivo, del confronto in opposizione all’orrore della guerra.
Il senso di questo spettacolo, legato al contesto storico in cui si svolge, può riassumersi in una frase che Strehler scrisse a fronte della bomba di piazza Fontana:
«Che cosa possiamo fare noi, gente di teatro, davanti alla mortificazione di non poter opporre a gesti simili un qualsiasi gesto utile, risanatore e chiarificatore, di cui sentiamo l’estrema urgenza? Di fronte alla dolorosa impotenza del teatro o più ampiamente dell’arte, di fronte alla violenza e alla follia, l’artista può solo sforzarsi di continuare a fare bene – il proprio lavoro».

Lo spettacolo continua
Piccolo Teatro Grassi

Via Rovello 2, 20121 Milano
dall’11 ottobre al 18 dicembre, martedì, giovedì e sabato h. 19.30, mercoledì e venerdì h. 20.30, domenica h. 16.00

Piccolo Teatro di Milano, Teatro d’Europa e Teatri Uniti presentano
Elvira
(Elvire Jouvet 40)
di Brigitte Jaques © Gallimard
tratto da Molière e la commedia classica di Louis Jouvet
traduzione Giuseppe Montesano
regia Toni Servillo
con Toni Servillo, Petra Valentini, Francesco Marino, Davide Cirri
costumi Ortensia De Francesco
luci Pasquale Mari
suono Daghi Rondanini
aiuto regia Costanza Boccardi

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.