Ritratti d’Autore

«Se prendiamo come riferimento la scorsa stagione con i suoi ottimi risultati in termini di pubblico e di critica, non posso che affermare che il bilancio di questi primi due anni è più che positivo». A parlare è Emilio Russo, drammaturgo, regista e direttore artistico del Teatro Tieffe che da due stagioni ha preso il posto della compagnia dell’Elfo all’interno dello storico spazio di via Ciro Menotti 11. «Questo teatro ha confermato di essere un luogo molto amato di Milano, così come dentro Milano si colloca la nostra attività che, quest’anno, compie quarantadue anni. L’unione di queste due importanti storie ha creato un’alchimia vincente. Noi ci occupiamo di teatro contemporaneo, cerchiamo di dare una linea originale a quello che facciamo con un’attenzione particolare alla contaminazione tra musica e parola e con uno sguardo attento e vigile sugli autori lombardi, anche quelli ingiustamente meno conosciuti. Insomma, penso proprio che questa sia la scelta più giusta».

All’inizio della vostra avventura, il fatto che questo luogo aveva un’identità così forte vi ha danneggiato o vi ha facilitato?

Emilio Russo: «Il teatro è un tema che sfugge al corso delle azioni e delle strategie. Il pubblico ha capito, più di quanto noi avremmo immaginato, che qui dentro c’era una storia e ha continuato a venirci, dandoci tutto il suo sostegno. Non c’è una ragione precisa, certe alchimie funzionano e basta».

Lei, in qualità di direttore artistico, ha preferito dare una linea di continuità o di discontinuità rispetto a chi vi ha preceduto?

E. R.: «Io sono il direttore artistico del Tieffe da 10 anni, quindi è chiaro che devo dare una continuità alla mia linea artistica, e così ho fatto. Non credo che ci sia una discontinuità rispetto al lavoro del Teatro dell’Elfo perché anche loro, come noi, si occupano in maniera molto egregia di teatro contemporaneo. Quindi, non ho ragionato in termini né di continuità né di discontinuità rispetto al loro lavoro ma di continuità rispetto alla mia linea artistica».

Lei è direttore artistico, regista, drammaturgo. Tutti ruoli molto diversi tra loro. Cosa le piace di ognuno e quali invece sono gli aspetti più difficili di ogni professione.

E. R.: «Il ruolo del direttore artistico è sia creativo sia puramente gestionale. Le scelte che si fanno non devono essere dettate solo da velleità artistiche, occorre dare un senso logico al cartellone, un senso che il pubblico sia in grado di capire. A me piace condividere questa attività con il mio gruppo di lavoro, anche se poi è chiaro che la responsabilità delle scelte ricade su di me. Da direttore artistico cerco sempre di mettere un po’ di me, della mia anima in tutte le scelte che faccio. Dal punto di vista creativo la mia attività principale è quella di drammaturgo e penso sia anche quella che mi riesce meglio. Scrivo da tantissimo tempo ed è la cosa che amo di più. In questa stagione poi mi sono preso la responsabilità di due regie. El nost Milan e All’ombra dell’ultimo sole sono due spettacoli dove si miscelano musica e parole, scelta che personalmente mi appassiona. A giudicare dai risultati ottenuti la mia esperienza di regista è stata più che positiva ma preferisco continuare s scrivere».

Parliamo di questa stagione teatrale. Grandi autori, come Eduardo De Filippo e Dacia Maraini ma anche classici. Con uno sguardo però sempre attento al presente. Ci parli di queste scelte.

E. R.: «Abbiamo sviluppato questa stagione su tre line tematiche principali che sono la contemporaneità, intesa come innovazione; i grandi autori, visti con un occhio contemporaneo; e poi il tema della contaminazione tra suoni e parole – seguendo questa nostra linea di teatro musicale. L’idea è quella di fare un unico grande spettacolo con tante tappe, in modo che il pubblico che viene a trovarci possa riconoscere una forma di continuità tra uno spettacolo e l’altro. Abbiamo cercato di spingerci un po’  oltre i confini dei canoni classici di un cartellone. Così, ad esempio, presentiamo due commedie di Eduardo: una incentrata sulla farsa e l’altra con un tema molto attuale, come il rapporto tra le istituzioni – pochi cartelloni presentano due spettacoli dello stesso autore nella medesima stagione. Per rimanere sempre su argomenti attuali, lo spettacolo che va in scena ora, Teresa la ladra, con un testo di Dacia Maraini, ci parla di cinquant’anni di storia del nostro Paese e il pubblico che viene ad assistervi ritrova gli stessi temi della pièce di Eduardo. E ancora, gli spettatori di Gaber colgono dei riferimenti a De Andrè, e viceversa».

Sia El Nost Milan sia All’ombra dell’ultimo sole sono spettacoli dove conta molto l’apporto musicale. Una scelta stilistica, quindi. Vuole spiegarla?

E. R. «È una tra le linee principali della mia direzione artistica che, quest’anno, compie undici anni. Ritengo che la musica dal vivo, nella forma della canzone, possa essere un mezzo per raccontare più incisivo ed emozionante rispetto alla sola parola. Mi piacerebbe tracciare un percorso riconoscibile composto da diversi spettacoli musicali, che siano altrettante scommesse. Per fare un esempio, l’idea di fare uno spettacolo su Giorgio Gaber, con protagonista un’artista come Maddalena Crippa, è stata una scommessa vincente. El Nost Milan si è dimostrato un esperimento di grande fascino perché basato sulla contaminazione tra la musica etnica dell’orchestra di via Padova e le canzoni di questo artista, che raccontano la città nel dopoguerra. Così come l’idea di fare un musical, peraltro interpretato da attori giovanissimi, utilizzando le canzoni e i personaggi di Fabrizio De Andrè, che sulla carta sembrava così complicata e irriguardosa, ad Asti – dove abbiamo presentato lo spettacolo in anteprima – è stato un successo di pubblico e un’occasione di festa. A volte ci viene una sorta di pudore nel chiamarlo musical, ma lo è a tutti gli effetti perché ci sono le canzoni – ben 18, la recitazione e la musica dal vivo>>.

Qual è la sfida di presentare una programmazione in un luogo alternativo come lo Spazio Mil e in una zona periferica quale Sesto San Giovanni?

E. R. «Lo Spazio Mil è alla sua sesta stagione. Negli ultimi tre anni è stato sviluppato un progetto di “multiresidenza”, di coabitazione fra tre compagnie di giovani attori e con un cartellone ricco di nomi importanti del teatro contemporaneo. Inoltre, in questi giorni è uscito il bando di concorso per scegliere i nuovi soggetti che andranno a occupare lo Spazio Mil per gli anni dal 2012 al 2014. Per definizione, la vocazione di questo luogo straordinario è quella del teatro di innovazione. In queste stagioni, però, l’attenzione nei suoi confronti si è dimostrata discontinua. La risposta più bella e più importante è stata quella del pubblico, è mancata al contrario quella delle Istituzioni. Uno spazio come questo meriterebbe un’attenzione particolare, che si traduce nel bisogno di un sostegno concreto. Noi siamo felici di averlo aperto e accompagnato in questi sei anni ma non possiamo farcela da soli. Il sospetto, purtroppo, è che questa – dello Spazio Mil – rimanga una scommessa non giocata fino in fondo, un’altra battaglia contro i mulini a vento. È vero che, nel nostro lavoro, nessuna vittoria può dirsi definitiva, bensì una vittoria di tutti i giorni: quindi, tutti i giorni possiamo vincere. Ma questa battaglia deve essere comune: di tutta la società, di Milano, della provincia, delle amministrazioni locali. Bisogna dimostrare maggiore attenzione per la cultura e per il teatro, altrimenti la popolazione non “cresce”. Sentiamo parlare continuamente di crisi ma non c’è mai un accenno al fatto che la crisi si supera  anche con un impegno nel settore culturale».

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