Essenza e orpello

A Testimonianze ricerca azioni il filo rosso della sperimentazione tesse nuovi nodi.

Tre universi culturali all’apparenza lontani fra loro (Teatro Akropolis, Imre Thormann, Qudus Onikeku). Tre continenti (Europa, Asia, Africa) e altrettante esperienze artistiche. Tre modi di intendere l’espressione corporea come ricerca sulle origini della comunicazione prelinguistica, e su quelle antropologiche della nostra specie, perché come scriveva Faulkner: “Io penso che col tempo i Jim Bond finiranno di conquistare l’emisfero occidentale… e così in poche migliaia di anni, io che ti guardo sarò disceso anch’io dai lombi di re africani”. E, su questa linea, a unire le performance esperienziali presentate in questo weekend lungo a Testimonianze ricerca azioni (Morte di Zarathustra, Enduring Freedom e My Exile is in my Head), la sensazione di trovarsi di fronte a momenti di autentica rottura nei confronti della tradizione – sia occidentale che orientale.

Il collega Mario Bianchi, durante la tre giorni, ha suggerito la definizione di “teatro filosofico” per le esibizioni alle quali abbiamo assistito. Ma, sebbene l’aggettivazione ci sembri appropriata e acuta, serrare queste esperienze tra mura critiche, incanalarle in binari o costringerle in schemi, ci appare al momento inappropriato; in quanto la classificazione, troppo spesso, erige barriere linguistiche e confini culturali, costringe in etichette, tarpa le ali alla ricerca, sclerotizza le forme in sterili tecniche. Al contrario, appare più che mai importante, nello stanco panorama teatrale italiano (ma forse non solo), esaltare la forza e l’energia di questo fiume in piena che spazza i pregiudizi e allarga i confini, ingloba e rivolta, sradica pubblico e critica dalle proprie convinzioni, lasciando dietro di sé un ricco humus creativo.
Imre Thormann, asciugando ancor più la propria performance (era la seconda volta che presentava lo spettacolo senza musica dal vivo), è arrivato all’essenza del contenuto e della forma – non più intesa come sclerotizzata espressione finale di un’elaborazione tecnica, bensì come segno immanente, attraverso il quale esprimere un significato universale. In questo caso, diversamente da altri spettacoli di Butoh, un significato di matrice concettuale. Enduring freedom è una domanda e al contempo una possibilità di risposta. Come può l’essere umano salvarsi in un mondo dove alcuni pensano di poter assicurare la libertà (o la pace e la democrazia) attraverso la guerra? L’ossimoro che cela ben altre mire (economiche e geopolitiche) si rivela nella sua insensatezza senza che Thormann pronunci una sola parola. Nel e sul corpo del performer, lo spettatore può rivedere se stesso. La stessa carne piegata e dolente, vecchia e malata, sull’orlo dell’abisso eppure in grado, nell’ultimo istante, di rialzare il capo e sorridere perché è radicalmente vero che solo “la bellezza salverà il mondo”.

L’ultimo spettacolo, My Exile is in my Head, in prima nazionale, continua su questa linea melodica. Focus della ricerca di Qudus Onikeku (originario di Lagos ma residente in Francia) appaiono l’espressività del corpo; la capacità di riprodurre in scena, oggi, il gesto atavico; le forme performative proprie di una cultura a prescindere dalla tecnica, ma in quanto rappresentazione del sé e della comunità di appartenenza.
Onikeku racconta il suo viaggio nella psiche umana, per rintracciare le emozioni di sradicamento e solitudine, perdita di sé e delle proprie certezze, che si provano quando si lascia la propria casa, il luogo di origine, la patria intesa come affetti e dimensione culturale e sociale.
In My Exile is in my Head la parola tace di fronte alla musica e questa accompagna il movimento e il gesto finché il corpo diventa fattore dominante, significante e significato, che non abbisogna di altro perché il messaggio si inscriva nello spazio e ci raggiunga. L’assolo perde però parte della propria forza espressiva nei momenti in cui introduce la figura attorale di Ese Brume. Il testo recitato, in parte esplicativo in altre rafforzativo, risulta ridondante. La sovrapposizione della parola al gesto, linguaggio in sé, crea cacofonia e fastidio. La perfetta compartecipazione che sembra unire Onikeku allo spettatore si interrompe, di fronte a questa sorta di musical a stelle e strisce dove il bombardamento degli input sensoriali allontana dal sé e dalla linea emotiva del performer.

La tensione corre sul filo… della ricerca, a Genova, oggi.

Gli spettacoli sono andati in scena all’interno del Festival Testimonianze ricerca azioni:
Villa Rossi Martini

piazza Bernardo Poch, 4 – Genova
sabato 16 aprile, ore 18.30

Enduring Freedom
di e con Imre Thormann
(Butoh)

Teatro Akropolis
via Mario Boeddu, 10 – Sestri Ponente (GE)
sabato 16 aprile, ore 21.00

My Exile is in my Head
ispirato a The Man Died di Wole Soyinka
concezione, coreografia, performance Qudus Onikeku
musica Charles Amblard
testo poetico Zena Edwards
attrice Ese Brume
(performance)

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