Raccontami

teatro-era-pontedera2[1]Al Teatro Era di Pontedera César Brie va in scena con Ero: dove la semplicità e la delicatezza dell’artista argentino lasciano senza parole.

Una storia personale, gesti privati, un dolore intimo, e il rapporto con se stessi e la propria storia.

L’artista prende un bambino fra le sue braccia, gli si siede accanto e suona, poi gli chiede di addormentarsi al suo fianco. Ascoltarlo e dialogarci, ascoltarlo e arrabbiarsi: il bambino lo interroga o gli sta solo chiedendo qualcosa? Spazientito l’uomo lo chiude in una cassa per metterlo a tacere.

“Chi sei? Cosa hai fatto nella tua vita e da cosa stai facendo oggi?”, chiede il bambino. Al contrario, noi ci chiediamo: se potessimo scegliere, andremmo avanti? Se il tempo non ci obbligasse a procedere, sceglieremmo di crescere e di abbandonare tutto ciò che amiamo?

La responsabilità è forse il procedere verso l’ignoto, in cerca del proprio cammino. Ha a che fare con lo sconosciuto, e con il fatto che la nostra storia non deve ripetersi – sempre uguale – nel trascorrere dei giorni. Tuttavia, quanta volizione è necessaria per scegliere l’esilio? Per andarsene volontariamente lontano? E nel seguire e scoprire, contemporaneamente, il proprio destino, bisogna ignorare oppure ascoltare il pianto che si scatena? Occorre essere crudeli se si vuole che il tempo abbia senso. Ma quanti morti dobbiamo lasciare al nostro passaggio, mentre cerchiamo il nostro cammino?

“Tu sei rimasta lì, mamma, a quando ero bambino, ma io sono andato oltre”.

Nessuno li vede davvero i propri genitori. Sono trasparenti, possenti, e infine assenti. Quando ci lasciano, dove se ne vanno, senza di noi? Si guarda indietro e ci si chiede di cosa sia fatta la nostra storia. Dei gesti che sono rimasti nel corpo; non di immagini, né di parole, ma di gesti che hanno lasciato un segno su di noi.

L’ amore è nella relazione, nel bisogno di calore. La morte è assenza, ma è solo una questione di precedenza. Siamo soli dinnanzi a lei – se non fosse per la tenerezza dell’amore, che scioglie il cuore dalla paura.

“Io c’ero. Io ero”, intona César Brie.

Ci ricorda che l’esserci viene prima dell’essere, che siamo incarnati nel tempo, nello spazio, e che viviamo di relazioni. È l’esserci a dire chi siamo. Con semplicità, Brie racconta il mistero della vita – che si esplica nel fatto che la forma degli occhi si tramandi identica nelle generazioni – e il mistero del teatro, ossia perché il pubblico non deve avere paura: perché lì, sulla scena, c’è già stato.

L’artista si guarda indietro. E l’emozione è quella che si prova di fronte a un resoconto e a un interrogarsi, ma anche a un commiato dalle scelte e dalla storia passate. Per andare di nuovo e ancora avanti, verso un altro stadio della vita, una nuova tappa. E questa scelta esige un prezzo da pagare: tutto il resto deve essere salutato e abbandonato. Il pubblico ascolta, e nelle parole di Brie percepisce una nota peculiare: sembra che tutto nasca dalla profonda consapevolezza che la morte è là, che attende, sicura, nel futuro.

Gli spettatori compiono una parte del viaggio con lui, che si mostra trasparente, autentico nella semplicità delle parole e dello sguardo. Scriverne è imbarazzante, si è già detto anche troppo. Non resta che il tacere.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Era
Parco Jerzy Grotowski
via Indipendenza, s.n.c. – Pontedera (PI)
martedì 24 e mercoledì 25 novembre, ore 21.00

Ero
di e con César Brie
regia César Brie
scene e costumi Giancarlo Gentilucci
musiche Pablo Brie
disegno luci Daniela Vespa
burattino Tiziano Fario
produzione TSA
in collaborazione con Arti e Spettacolo / César Brie

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