Operaestate è un festival multidisciplinare che nel 2020 ha felicemente compiuto 40 anni. Il tema prescelto per questa edizione è stato “Patrimonio e futuro”: artisti e performer italiani e stranieri hanno invaso Bassano del Grappa e non solo, assicurando una programmazione di qualità nel campo della lirica, della musica e del teatro. La consueta attenzione verso nuovi linguaggi e la contaminazione tra le arti performative è stata arricchita da un’offerta di conferenze, interviste e spettacoli, cui era possibile partecipare in remoto.

Nell’ambito di Operafestival 2020, le sezioni di B.Motion Danza, Teatro e Musica hanno dato vita ad un festival nel festival, cui hanno preso parte eccellenze italiane, alcune delle quali radicate nel territorio, e altre provenienti dal panorama internazionale in un clima gioioso e protetto, nonostante le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria in corso.

In particolare, B.Motion Danza ha dato agli artisti la possibilità di andare in scena su due palcoscenici: quello urbano, in diversi spazi di Bassano, opportunamente riorganizzati quanto al numero degli spettatori e al rispetto del distanziamento sociale, e quello digitale, dove hanno avuto luogo performance, dialoghi, pratiche fisiche, altrettanto coinvolgenti per il pubblico. L’offerta è stata ricca e variegata: è stato possibile assistere, infatti, a studi preparatori più o meno avanzati ma anche a spettacoli ideati e realizzati nella loro integralità, dove accanto a lavori che possono agevolmente rientrare nel genere della danza se ne sono aggiunti altri al confine tra la danza e il teatro, con risultati non sempre esteticamente apprezzabili. Non è detto, infatti, che l’avvicinamento dei linguaggi di danza e teatro possa condurre ipso facto alla creazione di formule sperimentali di teatro-danza, da molti indicata come la frontiera più innovativa della contaminazione tra le arti canoniche, tanto oggi auspicata.

Nel Chiostro del Museo Civico di Bassano, la Yasmeen Godder Company ha portato in scena un allestimento coreografico sull’empatia, parzialmente rielaborato rispetto alle intenzioni originarie per il necessario rispetto del distanziamento imposto dalle misure governative in vigore. In Practicing Empathy Duets i gesti sincronizzati dei performer si fanno dapprima respiri, urli, e quindi voci, fermandosi un attimo prima di divenire significanti condivisi.

La prossemica, intesa come posizionamento spontaneo dei corpi in sfere di maggiore o minore prossimità, così duramente messa alla prova dal Covid19, torna ad essere protagonista in questa performance, in cui i movimenti delle due coppie iniziali si armonizzano nel quartetto finale. Il segreto dell’empatia sembra riposare nella capacità, a dirla tutta non soltanto umana, di con-sapere e di con-sentire senza per questo annullare la distinzione Io-Tu: né totale fusione, né totale estraneità, ma empatia appunto, intesa come risonanza. L’esempio tratto dall’ambito musicale del sociologo tedesco Hartmut Rosa ci aiuta a chiarire di che si tratta: “prendiamo due corpi che entrano in una reciproca relazione di risonanza, due casse di risonanza, ad esempio un violino e una chitarra. Tali strumenti restano all’interno del proprio linguaggio. Ma se indotti a risuonare insieme, suonano in modo diverso […] La risonanza dipende dunque dalla capacità di essere abbastanza aperti e insieme abbastanza chiusi” (Pedagogia della risonanza).

In uno spiazzo del Giardino Parolini, Sara Sguotti coordina il gruppo di danzatori Dance Well, che portano in scena una coreografia preparata in remoto, durante il lockdown, poi perfezionata in presenza. Il gruppo è costituito per lo più da persone affette dal morbo di Parkinson e la pratica Dance Well, nata in Olanda, si configura come un percorso riabilitativo ed espressivo allo stesso tempo, in cui i soggetti possono riappropriarsi della loro corporeità, superando la stato di inibizione motoria e di isolamento psicologico che spesso la malattia produce in coloro che ne sono colpiti.

La posta in gioco è alta: trasformare le manifestazioni della malattia – dal caratteristico tremore alla rigidità corporea, dalla bradicinesia all’instabilità posturale alle stesse emiparesi asimmetriche – da limiti in opportunità creative. Pleasure on the chair – il mio corpo è ancora mio è il titolo della performance, durante la quale i diversi soggetti coinvolti, delle età più disparate, sorprendono il pubblico con esercizi di equilibrio e di corsa veloce, esplorazioni tattili sul proprio corpo o a contatto con il suolo, pratiche posturali di orientamento nello spazio (alto/basso; destra/sinistra), creando figure individuali e collettive inaspettate, che intendono reinterpretare talune tecniche di respirazione e di bilanciamento tratte dallo Yoga e dal Tai-chi.

Sempre nel Giardino Parolini di Bassano, che si rivela così al pubblico come uno spazio multifunzionale e “multifinzionale” per la pluralità di immaginari estetici che è in grado di sollecitare, Nora Chipaumire ha portato in scena una versione per sei danzatori del territorio della sua creazione Dark Swan. Si tratta di una coreografia ispirata dalla collisione tra due esperienze che non hanno niente in comune: l’assolo La morte del cigno che Michel Fokine creò per Anna Pavlova basandosi sul brano musicale di Camille Saint-Saëns e l’esodo delle donne in Sudan nel periodo del genocidio.

Il pubblico è chiamato ad assistere a una rappresentazione che non ha un inizio e una fine determinati: lo spettacolo è già cominciato quando sopraggiungono gli spettatori e continuerà anche dopo che se ne saranno andati. In questo tempo sospeso, i sei danzatori non dialogano tra loro, ma conducono sei monologhi che solo parzialmente e accidentalmente si intrecciano, tramite un contagio virale di gesti e di suoni. Si tratta senz’altro di un effetto voluto, com’è confermato dai bruschi passaggi di tono delle sonorità, non sempre musicali, che scandiscono la performance: la fluidità di uno spettacolo unitario diviene un miraggio, auspicabile in epoche di pace e magari al riparo da epidemie; prevale la dissonanza prodotta da sei coreografie che sembrano quasi assemblate ex post.

La leggerezza evocata dalla danza sulle punte è sostituita dalla pesantezza della marcia e del calpestio delle piante dei piedi sul suolo, così marcata da richiamare i ritmi di una danza tribale. La melodia viene interrotta dall’intermittenza di sirene meccaniche, che angosciano tutti con la minaccia di un pericolo imminente: i cigni aprono e chiudono le ali, strepitano, cercano di scacciare l’emergenza, paiono impazzire, poi ritorna improvvisa la calma. Ci troviamo di fronte a dei cigni-danzatori più che a dei danzatori-cigni, che continuano a muoversi e a ballare, nonostante tutto: un singolare processo di disumanizzazione dei ballerini che regrediscono – o progrediscono? – verso la loro dimensione animale.

Una sorta di caccia al tesoro en plein air il gioco coreografico ideato da tre artiste, Chiara Frigo, Silvia Gribaudi e Marigia Maggipinto, cui è stato dato il titolo di 3 passi. I partecipanti sono stati guidati, senza essere diretti, lungo le tre tappe di questo itinerario ginnico-immaginativo, in cui dapprima si cercano dei biglietti nascosti tra i cespugli e nella corteccia degli alberi, poi si assiste ad un carosello di performer che li chiamano ad uno ad uno per conferire loro un ulteriore messaggio cartaceo contenente dei semi di piante da coltivare in seguito, quindi ci si distende in un terzo spiazzo del Giardino, a contatto con la natura e le fantasie evocate da questa esperienza del corpo e dei sensi, a lungo costretti e fors’anche inariditi durante il confinamento sanitario da poco interrotto.

“Prenditi il tuo tempo – recita il biglietto – e guardati intorno: tutto quello che vedi è una performance”: ci sono toccati i semi di malva, simbolo dell’amore e della comprensione materna. Mentre ci è chiaro il valore simbolico della performance, che verosimilmente invita tutti noi a riscoprire la natura e a rigenerare le nostre risorse interiori in un mondo più ecosostenibile, non siamo convinti che l’operazione raggiunga una compiutezza estetica apprezzabile. Né danza, né teatro, ma solo libertà di movimento, ricerca di una rinnovata coralità con gli altri e con l’ambiente, tinteggiate di misticismo New Age, di certo non spiacevole, ma un po’ a buon mercato.

Senza dubbio, lo spettacolo di punta di B.Motion Danza di quest’anno è stato Corpi elettrici proposto dal Collettivo M_I_N_E nello splendido palcoscenico del Teatro al Castello Tito Gobbi. Riassumiamo brevemente la genesi del progetto: gli studenti della scuola di musica elettronica del conservatorio G. B. Martini di Bologna hanno lavorato in stretta collaborazione con i cinque dance maker del Collettivo, Roberta Racis, Silvia Sisto, Francesco Saverio Cavaliere, Siro Guglielmi, Fabio Novembrini, tutti di formazione classica.

I ventidue giovani compositori hanno lavorato ai brani in videoconferenza insieme ai ballerini, sviluppando alcune loro indicazioni sulle tracce date per le coreografie. Uno scambio che ha portato alla creazione di ventidue pezzi di due minuti per altrettante micro-danze eseguite dai coreografi. I componimenti elettronici, basati sull’alterazione del sistema tonale, forniscono la base acustica della decostruzione della danza classica messa in scena dal Collettivo M_I_N_E. In questo risiede l’originalità della proposta: i gesti e i movimenti appaiono scomposti e frammentati, in analogia alle sonorità incrinate e francamente cacofoniche della musica elettronica. Ne deriva un’armonia paradossale, un quadro d’insieme in cui le dissonanze e le apparenti disprassie dei singoli dance maker si ricompongono a cose fatte.

Dagli studi preparatori realizzati con l’ausilio del web alla rappresentazione live, le ventidue differenti micro-coreografie si fondono in una sola tesi drammaturgica: l’unitarietà di un corpo centrato e armonico lascia il posto a nuove costellazioni post-corporee, che comunicano tra loro a distanza, e non per contatto, che vibrano simultaneamente con diverse intensità, in un mondo che assomiglia sempre di più a una colossale infosfera.

Come aveva intuito McLuhan, “nelle ere della meccanica, avevamo operato l’estensione del nostro corpo in senso spaziale. Oggi, dopo oltre un secolo d’impiego tecnologico dell’elettricità, abbiamo esteso il nostro stesso sistema nervoso centrale in un abbraccio globale che, almeno per quanto concerne il nostro pianeta, abolisce tanto il tempo quanto lo spazio” (Gli strumenti del comunicare). Alla linearità delle sequenze si è sostituita l’istantaneità delle configurazioni e degli schemi concentrici, dove ciò che conta non è il significato, ma l’effetto che da ogni livello si propaga sugli altri.

I corpi elettrici di M_I_N_E parlano di questa post-corporeità estesa e simultanea, offrendone una plastica rappresentazione davanti ai nostri occhi.

Gli spettacoli sono andati in scena
Bassano del Grappa
, location varie
tra il 19 e il 23 agosto 2020

Practicing Empathy duets
coreografia di Yasmeen Godder
con Vittoria Caneva, Anna Grigiante, Ilaria Marcolin, Elena Sgarbossa
assistente alla coreografia Giovanna Garzotto
coproduzione Operaestate Festival Veneto

Pleasure on the chair – il mio corpo è ancora mio
ideazione e pratica artistica di Sara Sguotti
con danzatori Dance Well
assistente alla creazione Cristina Bacilieri Pulga
produzione Operaestate Festival Veneto con il sostegno di Cie Twain

Virtual studies for a Dark Swan, 2020
coreografia Nora Chipaumire
assistente alla coreografia Mackintosh Pedzisai Jerahuni
assistente in studio a Bassano Beatrice Besolin
interpreti Selamawit Biruk, Beatrice Bresolin, Vittoria Caneva, Giacomo Citton, Ilaria Marcolin, Elena Sgarbossa
produzione Operaestate Festival Veneto

3 passi
ideazione Marigia Maggipinto, Chiara Frigo, Silvia Gribaudi
produzione Zebra in collaborazione con Operaestate Festival Veneto

Corpi elettrici – live version
di e con Francesco Saverio Cavaliere, Siro Guglielmi, Fabio Novembrini, Roberta Racis, Silvia Sisto
produzione Zebra con il supporto di Gender Bender Festival e Conservatorio G.B. Martini

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