Navigammo su fragili vascelli per affrontar del mondo la burrasca ed avevamo gli occhi troppo belli: che la pietà non vi rimanga in tasca (Fabrizio De André)

Incredulità. Sgomento. Vergogna, Tristezza. Spirito di reazione. Spossatezza. Sospetto. Ossessione. Ansia. Istinto di sopravvivenza. Scorno. Rabbia. Senso di Fallimento. Subbuglio emozionale. Speranza e irrazionale ottimismo. Paura degli altri. Mimetismo. Reificazione. Esilio.

A volte, per capire bene qualcosa, bisogna fare un passo indietro, anche se alle spalle abbiamo una voragine e prima dobbiamo toccare il fondo. Da dentro, infatti, non si vede altro che se stessi e, forse, quello del cubicolo accanto. Tramutando la presa di coscienza in perdita d’anima, la Piccola Compagnia Dammacco narra la fine di un mondo microscopico che, sorprendentemente, ci coinvolge tutti.

Una flebile piattaforma di legno galleggia su un mare nero come la notte e altrettanto pieno di stelle. Così sembra vederci Mariano Dammacco: isole alla deriva abbandonate alle proprie tribolazioni, naufraghi, a malincuore, di una nave che fa rotta verso la l’inevitabile già dal momento dell’imbarco. Senza i dovuti strumenti di navigazione, ci si arrabatta alla bell’e meglio. Volendo creare una «sorta di memoria dell’oggi», lui e la camaleontica Serena Balivo non possono non affrontare il tema del reinventarsi, del rinascere dalle ceneri del precariato, e mettono in scena l’uomo moderno nell’attimo in cui questi viene preso a calci nelle terga e «buttato» in mezzo alla strada.

Una volta le virtù erano fedeltà, coraggio, saggezza, umiltà, cavalleria. Oggi, le virtù sono flessibilità, produttività, capacità di fare squadra, essere vincenti. Una volta c’era l’orgoglio… oggi c’è l’autostima. La denuncia è chiara: la monodimensionalità di valori ci sta schiacciando. Il piccolo ometto kafkiano, però, non intende arrendersi, e proverà a battere tutte le possibili strade di rivalsa personale. Quando anche l’ultraterreno non è agibile perché quel ficcanaso di Schrödinger ha voluto sapere a tutti i costi cosa ci fosse dentro quella scatola, non resta che un’ultima spiaggia: mimetizzarsi con il livor urbano e perdere, definitivamente, la testa. «Artrosi filosofica», la chiamano.

Il teatro della Dammacco guarda con affetto i reietti della società e percepisce la loro marginalizzazione come un processo interamente riconducibile al passaggio da produzione di senso a produzione di beni come unica raison d’être. Affabulando il declino dell’essere con toni surreali ma vigorosamente onesti, le parole del drammaturgo – in bocca alla sua attrice – la tingono, come un caleidoscopio, di tutte le sfumature emotive possibili e immaginabili operando un gioco umoristico che non scade mai nel macchiettistico e andando a toccare con delicatezza le corde più profonde di quello che un tempo si chiamava, appunto, cordis.

Lo spettacolo è andato in scena all’interno del festival Primavera dei Teatri
Capannone Autostazione

via IV Novembre (angolo C.so Calabria) – Castrovillari
mercoledì 1 giugno, ore 19.00

Esilio
con Serena Balivo, Mariano Dammacco
ideazione, drammaturgia e regia Mariano Dammacco con la collaborazione di Serena Balivo
luci Marco Oliani
produzione Piccola Compagnia Dammacco
con il sostegno di Campsirago Residenza
con la collaborazione di L’arboreto Teatro Dimora, Associazione CREA/Teatro Temple, Associazione ‘Attoscuro

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