Aspettando parricidio

All’interno di un ampio ciclo di spettacoli, lezioni, letture e laboratori dedicati ai trent’anni della morte dell’immenso autore irlandese e, al contempo, del proprio spazio teatrale, la Sala Beckett di Barcellona propone per la prima volta sul proprio palco la messa in scena di Esperant Godot.

Abstract Castellano

Esperando a Godot y sabiendo que esto nunca sucedería, en la Sala Beckett de Barcelona esperábamos al menos conocer el espíritu del dramaturgo irlandés. El espectáculo de Ferran Utzet, aunque bien interpretado y bien hecho desde un punto de vista técnico, decepciona con el espíritu reaccionario que anima su puesta en escena.

[riduci]

Opera aperta per le molteplici interpretazioni cui si presta, il testo di Beckett si caratterizza per l’estrema precisione con cui – dalla scenografia alla prossemica, dalle battute ai silenzi e alle pause – sono state indicate tanto la partitura fisica, quanto le cadenze ritmiche della recitazione.

La parola implosa nell’attesa di un evento che non si realizzerà mai (l’arrivo di Godot) fu l’espediente tecnico attraverso il quale Beckett riuscì a condensare la tragedia di Esperant Godot nell’assenza di eventi spettacolari o straordinari e in una sapiente commistione di grottesco e comico che, nella variazione minima dei due atti, volgeva a esaltare la solitudine e la disperazione emersa negli enunciati dei suoi protagonisti.

Con l’unica eccezione della penultima scena (in cui Vladimiro prima oltrepassa la quarta parete, vede dormire il proprio compagno Estragone dall’esterno e si pone dalla stessa parte del pubblico, ma poi rientra sul palco all’arrivo del piccolo messaggero di Godot), dunque al netto di un’interessante deviazione dal percorso originario con l’apertura alla condizione dell’insolubile rapporto tra la vita e la sua rappresentazione (un momento pirandelliano e meta-teatrale rimasto purtroppo isolato e, di conseguenza, poco significativo), anche questo Esperant Godot si dipana nello spazio immobile e fuori dal tempo in cui la ripetizione manifesta proprio la mancanza dello sviluppo cronologico della pièce.

Max Glaenzel lo immagina come un terreno sabbioso, una pietra su cui sedersi (o con cui giocare), il celebre albero e uno sfondo che, bianco e luminoso, andrà a ricordare il giorno, mentre coperto da un telo e sovrastato da una grande Luna segnerà il trapassare nella notte, ossia come quell’ecologia scenica ormai divenuta canonica nell’immaginario teatrale e nel cui vuoto sono diventate archetipiche le figure esistenziali dei due vagabondi e quelle dialettiche di Pozzo e Lucky, personaggi destinati all’eterno ritorno e alla continua replica di sé stessi.

Tuttavia, se nel donare in eredità il proprio pezzo divenuto più classico con una tessitura di gesti, parole e azioni compressa fino a sfiorare il grado zero del significato, Beckett non aveva lasciato nulla al caso, la maniera in cui la regia di Ferran Utzet e la traduzione catalana di Josep Pedrals (pur apprezzabile nei passaggi meno prosaici) tratteggiano il proprio Esperant Godot appare talmente rigorosa da risultare pericolosamente scolastica.

Nessuna eccentricità, tanto meno originalità, per uno lo spettacolo che, nel suo seguire pedissequamente i dettami beckettiani, manca di restituire l’essenza di un teatro privo di riferimenti naturalistici, psicologici, esclusivamente esistenziali o pedagogico-politici, ma inconcludente e nichilista, claustrofobico e intriso di disperazione (come ricordano i nostri Gianluca Valle e Alessandro Alfieri).

Pur lodevole nelle interpretazioni e ben confezionato, Esperant Godot sembra inciampare nella stessa incomprensione su cui spesso abbiamo visto traballanti anche artisti affermati nel momento in cui approcciano testi e performance divenute classiche del contemporaneo, ma cronologicamente di per sé datate e originariamente in sé di assoluta rottura.

Declinare su un registro ammiccante al divertissement (perché completamente adagiato su quanto il pubblico si aspetterebbe di vedere assistendo a un Esperant Godot) e realizzare un allestimento attraverso il pedante rispetto delle indicazioni scritte primigènie (come se fossero semplici didascalie) significa traslare il drammaturgo irlandese dalla dimensione di artista inquieto e capace di scardinare ogni precedente convenzione linguistica (tanto da definire una linea di demarcazione della scrittura scenica, quella del dopo Beckett) a profeta la cui parola sarebbe da custodire e replicare basicamente alla lettera.

Dopo aver epurato il comico dalla contaminazione grottesca e resa la fruizione funzionale al gradimento borghese del pubblico di massa, quella di Ferran Utzet appare essere la ricerca di un semplice (auto)compiacimento estetico, la (de)formazione di una attitudine che riporta Esperant Godot al di qua della rivoluzione linguistica operata da Beckett e, con essa, al di qua di quel mondo che quel linguaggio intendeva rappresentare.

Una rivoluzione – talmente radicale e potente, nei confronti della quale l’unico modo per andare oltre sarebbe forse operare il fatidico platonico parricidio – di un mondo che Beckett mai interpretò secondo la rigida categoria dell’assurdo, quanto di quella – fluida -dell’autenticità di un’esistenza che intende strenuamente farsi irrappresentabile tragedia.

Tragedia che esiste «solo “dentro” lo spazio assoluto della rappresentazione» (Gianluca Valle), ma che in verità intende essere drammaticamente perturbante proprio là dove potrebbe apparire più rassicurante (la risata).

Sala Beckett
C/Pere IV 228, Barcelona, Espanya
del 27/11/2019 al 04/01/2020
de miércoles a sábado, 20:00
domingo, 18:00

Esperant Godot
autoría Samuel Beckett
traducción Josep Pedrals
dirección Ferran Utzet
reparto Nao Albet, Aitor Galisteo–Rocher, Blai Juanet Sanagustin, Pol López y Martí Moreno/Eric Seijo
escenografía Max Glaenzel
iluminación Paula Miranda
diseño de vestuario y caracterización Berta Riera
caracterización Coral Peña
espai sonor Damien Bazin
diseño de movimiento Marta Gorchs
fotografía promocional Kiku Piñol
vídeo promocional Raquel Barrera
ayudante de dirección Mònica Molins Duran
regiduría Francisco Sánchez
estudiantes en prácticas de escenografía Marta Garcia (ELISAVA), Joan Griset (IT) y Josep Pijuan (IT)
estudiante en prácticas de iluminación Yaiza Ares
agradecimientos Biel Rosselló, Gemma Sangerman, Germans Niqueleti, La Calòrica, La Perla29 y Richard Gálvez
producción de la Sala Beckett
duración 2h, con un entreacto de 15 min incluido

https://www.salabeckett.cat/

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.