In occasione delle repliche al Teatro i di Milano, ripubblichiamo la recensione dello spettacolo Essere norvegesi (Being Norwegian), diretto da Roberto Rustioni e con la solita straordinaria Elena Arvigo, del nostro Alfredo Agostini.

teatro-i-milanoLa dodicesima edizione di Trend, l’interessante rassegna al Teatro Belli che esplora le «nuove frontiere della scena britannica», avanguardia della prosa contemporanea, chiude all’insegna della commedia.

Chi ha detto che il teatro, e in generale l’arte contemporanea, per rappresentare il mondo oggi debba necessariamente risalire le foci della sofferenza fino alle origine del dolore? Sarà solo un’impressione, ma la tendenza sembra quella di voler affondare nel torbido oppure di rifiutarlo in blocco, con una programmatica leggerezza (leggi superficialità) che prega di lasciare le paturnie fuori dalla sala, please. Esiste un intero universo al di là degli intellettualismi e delle risate pianificate a tavolino, diciamo pure un equilibrio che rende fertile l’immaginazione. Ne sa qualcosa David Greig, scozzese, classe 1969, tra i più prolifici drammaturghi contemporanei, se firma in media cinque opere ogni anno. Greig collabora con le principali compagnie della Corona con opere che esplorano numerosi generi e tematiche e che poi fanno il giro del mondo, compresa l’Italia. Il suo è un approccio che non si lega a filo doppio con gli scenari anglosassoni, ma che piuttosto gonfia le vele in un respiro europeo e globale, non stupisce che sia cresciuto nel nord della Nigeria al seguito del padre lavoratore edile. Essere Norvegesi, il testo scelto dal curatore Rodolfo Di Giammarco a chiusura di Trend, è un catapulta che fa schizzare il pubblico in una dimensione priva di coordinate geografiche propriamente dette, in un “qui e ora” che è la scena della narrazione. Si sta come dentro a una storia, trascinati dal ritmo brillante e incuriositi dai due irresistibili protagonisti. Lo stile è quello delle sophisticated comedy dei tempi d’oro, ascrivibile al teatro di Neil Simon, ma soprattutto al cinema di Billy Wilder. Lisa e Sean sono, infatti, due misfits impacciati, inciampano sulle scatole in giro e nei loro discorsi, ingenui in modo disarmante, ma anche carichi di una raffinata sensibilità. Momentaneamente isolati dal mondo, si trovano nel caotico appartamento di Sean, a poche ore dal loro incontro in un anonimo pub. Si conoscono dunque, ma non nel modo che pensiamo tutti, ossia andando a letto insieme, né scambiandosi il loro passato di miserie e chissà che tristi trascorsi, visto che nessuno dei due ne ha voglia, in verità. La loro è più una connessione emotiva, sentono di essere entrambi cittadini del mondo senza però farne parte appieno, senza essere integrati nel meccanismo che manda avanti il consorzio civile della massa. Sono della stessa pasta, perciò si comprendono. Sean dice di aver frequentato la galera, Lisa di essere straniera, dalla Norvegia. Due diversi confini, due solitudini simili. La Norvegia nelle parole di Lisa acquista sembianze leggendarie. Tutto quanto è “norvegese” se inusuale e bello. Quasi un proverbio, che già appena uscito dalla sala il pubblico non esita a fare proprio. Nel corso della serata dovranno escogitare un modo per superare le loro debolezze, far crollare l’imbarazzo o il timore, le barriere metaforicamente culturali, mentre osservano fuori dalla finestra il mondo che continua a scorrere distante. La finestra che non si vede si trova di fronte alla platea, sulla fantomatica quarta parete. Spesso attori e pubblico stanno letteralmente occhi negli occhi, una prospettiva che trasforma perciò gli spettatori in veri e propri voyeur di fronte a una finestra immaginaria. Come tali, si entra da subito in intimità con la coppia, dal loro comparire in scena, ai loro buffi approcci iniziali. La regia è snella, immediata, dinamica pur nella fissità della ben studiata scenografia, ma davvero gran parte del merito va agli attori. Rustioni (protagonista oltre che regista) crea un personaggio misurato e verosimile, mentre Elena Arvigo mostra una straordinaria verve comica. Conoscevamo la sua capacità di calarsi autenticamente nelle zone d’ombra dell’anima, la stimiamo come un talento che non si esibisce tanto per fare o strafare, unica, ma vederla canticchiare su un tacco dodici in un inaspettato quanto aggressivo raptus musicale da gatta che scotta fa pensare in un momento alla fragilità voluttuosa della migliore Marylin.

Fonte: BEING NORWEGIAN

dal 7 al 21 maggio 2014
Associazione Teatro C/R in coproduzione con Fattore K. e Olinda Onlus
in residenza a Teatro i
BEING NORWEGIAN
di David Greig
regia di Roberto Rustioni
con Elena Arvigo e Roberto Rustioni
luci e scene Paolo Calafiore
costumi Gloriana Manfra
organizzazione Irene Ramilli
aiuto e consulenza Marta Gilmore, Margaret Rose
si ringrazia per la collaborazione Alessandra Salamida

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