In attesa della premiazione del 28 gennaio al Teatro Vascello, qualche dettaglio su quanto andato in scena alla Pelanda – Ex Mattatoio: sei spettacoli molto diversi fra loro, uniti dal Fringe Festival, che dimostrano, seppure nella loro forma non sempre completa e definita, l’eterogeneità possibile dei linguaggi teatrali.

Out is me è la storia vera di Yuri Tuci, ragazzo di trentaquattro anni di Prato, che si racconta. La sua è una vita atipica, o forse tipica nella quotidianità e nella prassi dell’autismo. Tutto lo spettacolo, scritto dallo stesso Yuri insieme all’amico Lorenzo Clemente e al regista Francesco Gori, verte sul sottile confine tra normalità (o ciò che noi definiamo normalità) e anormalità (o, anche in questo caso, ciò che noi definiamo anormalità).
L’ universo inesplorato dell’autismo, che viene sempre illustrato quale estraneo e inspiegabile, appare, grazie all’eccellente prova di Yuri Tuci, come un mondo certamente caotico ma tutto sommato funzionale. Out is me ambisce a polverizzare preconcetti e interrogativi sull’autismo, quasi facendone dimenticare la sindrome e portando a entrare in diretto contatto con la narrazione di un attore eccellente, caratterista, comico, schietto e in perfetta sintonia con il palco.

Lo spettacolo, in due atti, si avvale di originali pezzi di musica elettronica e curiose proiezioni video (che sicuramente avrebbero beneficiato di un palco e di uno schermo più grandi) che portano lo spettatore a entrare nel pieno della vita di Yuri. Se la prima parte dello show si concentra su una spiegazione dettagliata della sindrome e del modo in cui viene scoperta, arginata e curata, man mano che procede entra nella quotidianità e nella normalità (o anormalità) della vita di un bambino, di un ragazzo e infine di un uomo con autismo. Del suo racconto non tralascia nulla, ma proprio nulla: l’infanzia e il rapporto intenso e difficile con i genitori, quello con i medici e gli psicofarmaci e la lotta del suo organismo contro di essi, la società e le sue ipocrisie, il sesso, la masturbazione, l’amore, le amicizie. Tematiche affrontate con un senso di ironia esilarante e uno spietato realismo tragicomico. Il mondo di Yuri è alieno, che proviene da una lontana costellazione, ma che non è poi così lontana e così mostruosa, semplicemente diversa, meno fortunata, ma piena di vita.

Waiting for Macbeth della compagnia Virgolatreperiodico è un esperimento sul celebre personaggio di Lady Macbeth di Shakespeare, in una versione che vede una delle donne più sanguinarie e folli della letteratura shakespeariana insolitamente immobile, quasi estraniata allo proprio stesso personaggio. L’attrice Mariagrazia Torbidoni è quasi sempre seduta, somiglia a una casalinga anni Cinquanta, con un telefono vecchio stile (estensione della sua mano), sempre alle prese con la lettura di necrologi sui giornali e alla ricerca spasmodica della morte di Duncan. Se la presenza dell’attrice è impeccabile e forte, lo spettacolo sembra chiudersi e ingabbiarsi in schemi ripetitivi. Probabilmente l’intento registico era di portare lo spettatore nel clima di follia delirante di una Lady Macbeth comica e attualizzata, ma, in questo primo esperimento, gli schemi narrativi e drammaturgici ne limitano la fruizione da parte dello spettatore.

Matteo 19, 14 è un testo di Lorenzo Gioielli, che prende spunto dal versetto della Bibbia («Gesù però disse: lasciate i piccoli fanciulli e non vietate loro di venire a me, perché di tali è il regno de’ cieli») per raccontare la storia di una donna misteriosa che farebbe di tutto per salvare il proprio figlio di appena un anno, affetto da una malattia incurabile al cuore e con pochi mesi di vita.

Attenzione: SPOILER

Una donna coraggiosa dunque, ma allo stesso tempo depressa e sull’orlo perenne di una crisi di panico, che incontra in un bar uno sconosciuto, un uomo insolitamente gentile, forse fin troppo, e soprattutto, fin troppo attento ad ascoltare i suoi problemi e a cercare di risolvere qualcosa che è decisamente irrisolvibile: la morte. D’altronde, è lo stesso versetto sopra citato della Bibbia, che lo dice: se il destino di un bambino è predestinato alla morte, non si può fare nulla per raggirarla. Eppure, come verrà fuori alla fine dello spettacolo, in una serie di colpi di scena, forse un modo c’è. Il cuore del piccolo bambino, che aspetterà invano un trapianto a causa di una lunga lista di attesa, potrebbe essere sostituito in maniera illegale dal cuore di un bambino ucciso in un lontano paese del Terzo mondo. Ma tutto ha un prezzo e porta un peso sulla coscienza, nonostante l’uomo gentile e sconosciuto sia proprio un medico, nonché trafficante di organi, e affermi che non ci sia nulla di male in tutto questo. Dietro a quella che sembra una terribile compravendita, si nasconde la salvezza sia per la famiglia del Terzo mondo (che ricompensata dal denaro vivrà meglio), sia per la famiglia occidentale, che potrà continuare a crescere il proprio figlio. Se l’obiettivo dell’autore è quello di fare riflettere, le soluzioni e i colpi di scena finali sembrano, tuttavia, voler esageratamente sorprendere lo spettatore, come un’ottima fiction tv. La scelta di sovvertire i ruoli dei personaggi e far scoprire che la madre premurosa è in realtà una poliziotta – che ha già perso un figlio e lotta contro il traffico illegale di organi – solo poche battute dopo un colpo di scena già forte (la scoperta che l’uomo gentile era un trafficatore di organi) risulta esagerata, come se lo spettatore per stupirsi debba essere pungolato in continuazione, in una storia che è già di forte impatto da sola.

[riduci]

Al di là dalle scelte di Lorenzo Gioielli, gli attori Jesus Emiliano Coltorti ed Elisabetta Jane Rizzo sembrano intimamente dentro questa storia ed estremamente connessi fra di loro, con un ascolto davvero invidiabile. Tuttavia, a livello registico, lo spettacolo deve sicuramente crescere, perché al di là dell’ottima recitazione, l’intreccio e lo sviluppo appaiono muoversi con troppa disinvoltura tra ricerca continua del colpo a effetto e pedante linearità.

Pezzi, della giovane compagnia pescarese Rueda Teatro, è l’esempio lampante dell’esistenza di giovani compagnie italiane che vale la pena vedere. Scritto e diretto da Laura Nardinocchi, Pezzi vede tre giovani e intraprendenti attrici che interpretano i ruoli di madre, figlia maggiore e figlia minore. Lo spettacolo è contraddistinto da un ritmo inarrestabile e da un testo, che incastra con suggestione pezzi di vita delle tre protagoniste. Ma la loro è davvero una vita? O si tratta di una ricerca di vita dopo la morte di un marito e di un padre di famiglia? Questa assenza sembra unire e dividere le tre che abitano questa assenza in modo diverso. In un puzzle di cose non dette, di desideri nascosti, una madre cerca di ricucire i pezzi della propria famiglia, tanto più in un momento come il Natale, cerimonia che riporta inevitabilmente ai ricordi dei tempi andati, quando ancora c’era la forte presenza di un uomo in casa. Ed è proprio quando le tre si trovano a fare il fatidico albero che iniziano a emergere rancori e rimorsi, fino a separarle dai festeggiamenti e da tutto ciò che, in una buona famiglia italiana, ne deriva: l’incontro con i parenti e gli amici, le cene e i pranzi, i regali che non sembrano avere più senso (se non per la più piccola). Rancori e rimorsi che emergono come pezzi di legno, gli stessi che compongono l’albero, e che, come scaglie dolorose, si conficcano nella pelle per arrivare dritte al cuore.
La regia, di Laura Nardinocchi, è minuziosamente curata, procede velocemente con un susseguirsi di scene corali e monologhi interiori di parola e movimento, gestualità e versi cantilenanti, urla e sussurri. Pezzi di umanità che sembrano sempre rimanere volutamente incompiuti e personaggi volutamente alla ricerca di una felicità difficile da riacquisire. Ottima l’interpretazione di Ilaria Fantozzi, Ilaria Giorgi e Claudia Guidi.

Sorelle Prosciutti della compagnia milanese Teatri Regenti vede in scena due attrici che raccontano la storia dell’Italia dal boom economico ai giorni nostri. Attraverso i ricordi e le vicende vissute dal vivo dalle due, prende forma la rappresentazioni di uno dei più importanti prosciuttifici italiani. Liberamente ispirato alla storia della famiglia Fassoni, lo spettacolo mostra il cambiamento del rapporto fraterno di due sorelle molto diverse fra di loro, e quello dell’Italia. Un ritratto di un paese che da contadino e artigiano, sta perdendo il valore delle proprie origini in un sistema di globalizzazione capitalistica che non si può arrestare. Che ne è del vecchio gusto di una volta, delle nostre tradizioni e della dedizione di ogni piccolo processo manifatturiero e culinario? Come sono cambiate le famiglie italiane e come si è trasformato il loro modo di vivere dal secondo dopo guerra ad oggi? Sorelle Prosciutti è uno spettacolo a metà tra narrazione e indagine: partendo da un semplice prodotto come il prosciutto, si addentra nell’analisi malinconica di come siano cambiate le relazioni umane e la vita dalla seconda metà del secolo scorso. Regia attenta, recitazione appropriata, tuttavia, in alcuni momenti, il racconto appare ridondante ed eccessivamente carico di aneddoti, perdonndosi nella mente dello spettatore.

Ladro di saponette, di Schegge di Cotone, è la messinscena di un dramma coniugale che porta misteriosamente alla morte di un uomo, trovato in un bagno di un appartamento. Come in un thriller, scopriamo che l’uomo e la donna vivevano in un normale e anonimo appartamento, avvolti in una relazione perversa, a metà tra Eyes Wide Shut e storie da pagine di cronaca, ambigue ed estreme. In un susseguirsi di interrogatori, alibi e cuori infranti, scambi di persone e perizie psichiatriche, i due amanti risultano colpevoli, prima che di un delitto, di una dipendenza sessuale patologica. Sono ancora uomini e donne dopo tutto quello che scopriamo sul loro conto?

Schegge di Cotone – nata nel 2001, da sempre attenta alla ricerca di linguaggi contemporanei attuali, attiva in progetti di indagine sociale e in progetti di teatro per ragazzi – riesce dunque nell’intento che non è fornire risposte certe, ma porre delle domande che servano come analisi della società di cui facciamo parte.

Gli spettacoli sono andati in scena all’interno del Fringe Festival Roma
La Pelanda – Ex Mattatoio

Piazza Orazio Giustiniani 4

Out is me
di Lorenzo Clemente, Francesco Gori, Yuri Tuci
con Yuri Tuci
regia Francesco Gori
una produzione Casa Zoo – Prato

Waiting for Macbeth
regia Mariagrazia Torbidoni e Andrea Onori
di e con Mariagrazia Torbidoni
una produzione di Virgolatreperiodico

Pezzi
regia e drammaturgia Laura Nardinocchi
con Ilaria Fantozzi, Ilaria Giorgi, Claudia Guidi
una produzione Rueda Teatro

Matteo 19,14
di Lorenzo Gioielli
regia Elisabetta Jane Rizzo
con Jesus Emiliano Coltorti e Elisabetta Jane Rizzo
Ej Company

Le sorelle prosciutti
di Francesca Grisenti, Eva Martucci e Massimo Donati
regia Massimo Donati
con Francesca Grisenti ed Eva Martucci
una produzione di Teatri Reagenti, Milano

Ladro di Saponette
soggetto Nicola Grimaldi
regia Pietro Naglieri
con Pietro Naglieri e Ida Vinella
una produzione di Schegge di cotone

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.