Il museo della vita

E al terzo giorno, l’afflato di un festival fatto in casa comincia finalmente a diventare domestico. Ci si saluta tra le sedie di plastica prima degli spettacoli e si scambiano opinioni, perplessità e incognite, sempre con un sorriso nascosto nel palato: siamo qui, insieme, a vivere il paradosso di un transito che pone radici.

«Il Sentimento si colloca sul sentiero e sul sentire del sublime», questo è il midollo del *Festival *Troia *Teatro 2016. Sublimis, «che giunge sotto la soglia più alta», spesso e volentieri individuata nella figura del divino. Con Faber Navalis, però, è l’uomo a elevarsi oltre se stesso, raggiungendo e facendo raggiungere «quello stato mentale estatico che si vive nel creare qualcosa di bello con il proprio corpo». Maurizio Borriello, partenopeo di origini ma scandinavo di modi, tenta di trasmettere, con il suo «esperimento in Etnografia Sensoriale», quel mondo interiore fatto di mani sul legno levigato caldo e figlio, di ferro tagliente e soffio purificante e di materia rispettata fino all’istante della sua morte.

«Se Dio avesse voluto farci costruire navi in vetroresina, avrebbe creato alberi di vetroresina», scherza l’artigiano dall’occhio poetico capace di generare momenti sospesi tra spirito e corpo, spessi quanto una lama di luce. Ed è proprio l’inaspettata profondità della materia plasmata da una mano premurosa e ruvida a permettere il raggiungimento di quello stato estatico ricercato da Borriello, uno stato in cui, addirittura, è possibile commuoversi per il lamento della chiglia neonata, un vagito ligneo carico di promesse odeporiche e carezze liquide.

Nel contesto del concorso troiano, questo “documentario” antropo-etnografico spezza l’equilibrio monodisciplinare finora respirato e dona nuova linfa (e nuovi lidi) alla dura terra pugliese, ricordando ai presenti la perturbante bellezza dell’ignoto. Come dice Tony Harrison nel suo Prometheus, «fire and poetry, two great powers/that mek this so-called gods’ world OURS!». Preferendo l’acqua al fuoco, Faber Navalis sceglie di evocare con azioni poetiche ciò che altri provano a chiamare con parole concrete – una giustificazione di senso alle nostre vite – facendosi deposito di saperi a cui il presente non fa più caso.

Continuando sulla cresta dell’onda multidisciplinare, anche il sesto spettacolo in concorso si allontana dalla strada già battuta del teatro di parola per inoltrarsi nella selva ingarbugliata del teatro danza. Per dodici, onirici, minuti, Melissa Lohman, performer-danzatrice della Grande Mela, prende le sembianze della Sfinge, l’«essere [più animale che umano] che risiede ai bordi dell’inconscio». Prima che animale, la Sfinge però è mostro divoratore di tebei che, al di là del ben noto enigma, diede fama e lustro a un’altra figura essenziale della nostra “mitologia”: Edipo. Sciogliendo l’arcano, infatti, colui che non sa chi è, ma è capace di cogliere la cifra universale che accomuna l’umanità tutta, si erge a incarnazione vivente della filosofia stessa, quel sapere definitorio che riguarda, appunto, l’universalità dell’uomo. Questa lettura del mito edipico offerta da Adriana Cavarero nel suo Tu che mi guardi, tu che mi racconti, permette di gettare un ponte tra filosofia e narrazione, quell’«arte tutta muliebre» (come dice Sheherazade) che nella gestualità della Lohman si traduce in enigma fisico atto a cantilenare «memorie smarrite» e a raccontare «storie indecifrabili».

Svincolandosi, quindi, dalla sfera orale, la danzatrice lascia che siano le azioni a parlare (o a fornire indizi) al posto suo, inseguendo una tradizione coreutica contemporanea dove l’azione è fatta per essere ripetuta e non per raggiungere uno scopo e andare oltre. Ripetere, infatti, significa resistere, opporre resistenza allo spirito del tempo, alle sue promesse e minacce. Solo dopo essere stata ripetuta e fissata, una partitura può cominciare a vivere. Eppure, senza stati primordiali «d’anima-e-corpo», lo spettacolo rimane un ricamo d’intelligenza disincarnata (come dire «un bambino bello e intelligente con i piedi di sabbia», Barba), così come la filosofia di cui si fa suo malgrado carico Edipo.

«La filosofia cerca l’universalità, mentre la narrazione è un sapere biografico che riguarda l’identità irripetibile di ogni uomo». Quando si interroga sulla propria essenza, o mancanza di tale (“I was, was I?”), la Sfinge sembra accennare – con un eccesso di cripticità – proprio a questo: come fare a sciogliere l’enigma che ha portato Edipo al tragico epilogo della sua vicenda? Ora che sappiamo “cosa siamo”, come la mettiamo con il “chi siamo”?

A chiudere la serata di venerdì ci pensa il Labirinto dei Teatri35 (a cui seguirà intervista), un’incursione carnale nell’anima pittorica della simbologia cristiana. Tramite la tecnica dei Tableaux Vivants, Gateano Coccia, Francesco O. De Santis e Antonella Parrella densificano l’aria sferzata dal vento offrendo transitori attimi d’immobilità dove, oltre al Cristo, è ancora una volta l’elemento femminile a fungere da filo conduttore tra rappresentazione e narrazione, tra cielo e terra, tra l’umano e il divino.

Gli spettacoli sono andati in scena all’interno del *Festival *Troia *Teatro – Tuttun’altra Troia
Palazzo Vescovile

piazza Monsignor de Santis – Troia
venerdì 5 agosto
ore 21.30

Faber Navalis
fotografia, montaggio Maurizio Borriello
musica Francesco di Bella

Palazzo Vescovile
piazza Monsignor de Santis – Troia
venerdì 5 agosto
ore 22.00

Sfinge
coreografia, suoni e performance Melissa Lohman
disegno luci Flavio Arcangeli e Melissa Lohman

Chiostro San Benedetto
piazza Giovanni XXIII – Troia
venerdì 5 agosto
ore 22.55

Associazione Culturale Teatrale Teatri35 presenta
Labirinto
attori, attrezzisti e costumisti della scena Gaetano Coccia, Francesco O. De Santis, Antonella Parrella
disegno luci Davide Scognamiglio
coproduzione Teatri del Sacro

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