L’arte è vita

Al Teatro Officina – che festeggia i 40 anni – è andato in scena, fino al 2 dicembre, Faccia Scura, un affresco dai colori caldi sulla vita di Tommaso Guarino, prezioso poeta e pittore della nostra contemporaneità.

L’arte è vita. E non solo nella “banale” accezione dell’arte come nutrimento dell’anima; né tanto meno ci si vuole riferire a una visione estetizzante in cui ogni momento della vita debba essere spettacolarizzato come un’opera d’arte. Qui s’intende l’arte come risultato di un vissuto, prodotto sincero di un’esistenza autentica nelle sue difficoltà come nelle sue bellezze. Tommaso Guarino è uno di quei tipici casi in cui l’uomo non può essere scisso dall’artista: nello spazio dove è allestito lo spettacolo sono esposte alcune sue opere d’arte e, a mano a mano che sentiamo dipanarsi la sua vicenda esistenziale sul palco, capiamo quanta esperienza reale sia racchiusa dentro quei quadri apparentemente piatti, bidimensionali, monocromatici e malinconici.

Le due voci che si alternano sulla scena sono funzionali a esprimere altrettanti momenti della narrazione della sua vita. Da una parte Guarino stesso, che ci racconta gli istanti di un amore che sembra impossibile, lo sconforto di sentirsi rifiutato o cercato troppo tardi. Nel rievocare questi fantasmi il poeta rimane sempre nello spazio limitato di pochi passi – per inciso, è non vedente, e questo si deve sapere perché, magari, si potrebbe non comprendere la fissità dell’artista pensando a discutibili scelte registiche. Dall’altra, la bravissima Daniela Airoldi Bianchi., che tesse i momenti puramente descrittivi, narrativi: ci mette a conoscenza della travagliata vita di Guarino, tra un’infanzia all’orfanotrofio, un’adolescenza trascorsa con un gruppo di attori sgangherati e un villaggio rom e un’età adulta caratterizzata da tanti lavori manuali faticosi e ben poco retribuiti. Tutto questo, prima di approdare a Parigi – dove si è diplomato in Belle Arti – per passare poi a Milano, città faticosissima, all’inizio, perché vissuta da emigrato accettato a fatica.

Questa dimensione della marginalità, del sentirsi sempre fuori luogo rispetto a un ambiente che non lo capisce, è sicuramente il leit-motiv di un animo sensibile e artistico come quello del poeta, così come la presenza, nella sua vita mediterranea, di donne forti – matriarcali e protettive – o persino prevaricatrici – nel cercare tutto quanto i loro mariti non erano in grado di garantire: sguardi, affetto, presenza, passione.

A sentire la sua vita che, piano piano, si tratteggia con tinte calde e toni pacati – anche nei momenti più drammatici, comici o passionali – capiamo meglio anche il senso dei quadri: l’assenza della scenografia è compensata dalla bravura delle due voci narranti e dalle tele. Grazie a questi pochi elementi si materializzano, di fronte agli occhi degli spettatori, le situazioni che Guarino cerca di rievocare dal suo passato: immense aree soleggiate della provincia salernitana, dove si perdono – qui e là – villaggi silenti, nei quali donne – dalle forme e dalle tinte morbide – guardano l’avventore con occhi languidi e malinconici, donne cariche di ardore e affetto che aspettano mariti, padri, fratelli, emigrati altrove.

La forte emozione del poeta, per il calore ricevuto durante lo spettacolo, riconferma l’impossibilità di scindere l’uomo dall’artista: Guarino ha tanto contaminato la sua arte con la sua esperienza di vita, che non avrebbe potuto evitare di commuoversi comprendendo quanto sia stato prezioso e bello per il pubblico condividere questo momento autentico e accorato.

 

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Officina
via S. Elembardo, 2 – Milano
 
Faccia Scura
di Tommaso Guarino
con Tommaso Guarino e Daniela Airoldi Bianchi.

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