Dalla parte di chi?

carrozzerie-notTorniamo ad assistere a uno dei casi teatrali del 2015, Fäk fek fik – le tre giovani – Werner Schwab che, dopo aver trionfato all’ultima edizione del Roma Fringe Festival (miglior spettacolo, miglior drammaturgia, migliori attrici ex aequo), sta facendo ovunque incetta di sold out.

È un coro di consensi quello che asseconda, Fak Fek Fik, primo lavoro del progetto laboratoriale SCH.LAB, nato con l’intenzione di mettere in scena tutti i Drammi fecali di Schwab.

Anche Persinsala con le recensioni di Erika Cofone e Laura Amelio, con lo sguardo analitico della prima e sintetico della seconda, ne ha espresso unanime apprezzamento, individuando il principale pregio di questo allestimento – forgiato sulla libera restituzione di performance incarnate nel vissuto delle tre protagoniste – nella sua doppia partitura, verbale e fisica, in una dualità, frenetica e modulabile a qualsiasi spazio scenico, le cui gestualità testuali, inizialmente sussurrate come in liturgia, incedono in un comune climax di urla e disperazione esistenziale.

Fäk fek fik – le tre giovani – Werner Schwab mostra, infatti, la lacerante degenerazione di un’epoca che esiste all’insegna del più radicale disagio e lo fa testimoniando l’affermazione, tipicamente schwabiana, della carnalità del linguaggio (le cui parole «servono a soffrire, a vuotare l’anima e tutto quello che ci sta dentro: il corpo») e trasformando con estrema semplicità lo spazio teatrale nell’ideale contesto di indecenza ecologica e morale che caratterizza la nostra contemporaneità: luoghi del divertimento come sballo e quelli del lavoro, luoghi dove più che l’ipocrisia a disgustare è la tragica consapevolezza della sua autoprescrizione quale unica strategia di assimilazione sociale e accettazione personale.

Il naufragio cui l’attuale generazione sembra trovarsi, vittima – ineluttabile più che inconsapevole – di dipendenze e cliché, e il protagonismo al femminile che Dante Antonelli conferma nella pièce, portano Fak Fek Fik ad assestarsi sulla  formulazione gramsciana della celebre massima plautina («homo homini lupus, foemina foeminae lupior, sacerdos sacerdoti lupissimus»), dove la parte peggiore è assunta da quelli che, ne Le presidentesse, Werner Schwab concepiva in termini di sogni, ossia di aspirazioni necessariamente fallimentari perché poste al di qua del Velo di Maya, nel regno di pura illusione (affermando, in tal modo e con drammatica lucidità, un’ideale adesione alle Nozze di Camus: «non c’è amore del vivere senza disperazione di vivere»),

Se sul piano ideologico i meriti dell’operazione Fak Fek Fik sono evidenti, nonostante la tematica appaia logora e sensibile solo per chi preventivamente influenzato, a perplimere sono la dichiarazione di utilizzare Schwab «come un faro nella nebbia […] senza riproporlo in modo canonico» e, di conseguenza, la sua declinazione drammaturgica puramente emotiva.

Lontana dall’etica grotowskiana, ai cui stilemi incentrati sull’action Antonelli sembra ispirarsi, ed estranea all’impatto politico che attraversa l’attualità degli Instabili Vaganti, Fak Fek Fik sembra semplicisticamente cercare di tradurre un testo in messinscena, equilibrando gli elementi dello spettacolo (azioni, musiche) attraverso la composizione informale di movimenti in successione.

In assenza di soluzioni originali capaci di inficiare una certa ridondanza tra esposizione verbale, musicale e scenica (perché tali non possono essere considerate l’incoerente successione dei quadri, tanto meno la frammentarietà del linguaggio, l’accompagnamento ambient di Samovar o interpretazioni costantemente eccessive), l’esaltazione della trasparenza del proprio corpo e l’apoteosi della percezione emozionale di Fak Fek Fik destrutturano la possibilità di un’ampia riflessione e percezione critica, dirigendo la propria efficacia sul piano della sensibilità e omologando l’esperienza a un impulso empatico di ostacolo per l’autocoscienza di colui che pure ne sarebbe vittima.

Al di là dell’efficace descrizione di parte dell’esistente (il malessere generazionale) e della sua (fallace) identificazione con il tutto, Fak Fek Fik sembra allora vivere un intrinseco paradosso, quello di inchiodarsi a un passato rispetto al quale Werner Schwab era stato inattuale innovatore, dunque non a una drammaturgia «così necessaria per i nostri tempi e nei nostri luoghi pubblici», ma all’«omaggio a questo autore così radicale, alle sue riflessioni, al suo immaginario, alle sue provocatorie posizioni».

Lo spettacolo è andato in scena:
Carrozzerie n.o.t.
via Panfilo Castaldi 28/a, 00153 Roma
dal 28 al 30 gennaio

Fak Fek Fik – le tre giovani – Werner Schwab
dal progetto laboratoriale SCH.LAB
con il sostegno di Teatroavista – Centro di formazione e produzione teatrale
con il patrocinio di Forum Austriaco di Cultura Roma
regia Dante Antonelli
con Martina Badiluzzi, Giovanna Cammisa, Arianna Pozzoli
drammaturgia Dante Antonelli, Martina Badiluzzi, Giovanna Cammisa, Arianna Pozzoli
ambiente scenico Francesco Tasselli
ambiente sonoro Samovar
costumi Nina Ferrarese
gestione progetto Annamaria Pompili
organizzazione Giorgia Buttarazzi

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