Malati di solitudine

elfo-pucciniFino al 9 novembre il Teatro Elfo Puccini ospita Faust Marlowe Burlesque – scritto per Carmelo Bene e Franco Branciaroli nel 1976 e sino ad ora mai più messo in scena – in uno spettacolo famelico e discontinuo sull’attualità e le forme del narcisismo.

«Eravamo in due ad amare te. Una ero io e l’altro eri tu», recita un brano musicale presente nello spettacolo del regista e attore Massimo Di Michele, che purtroppo non siamo in grado di riconoscere. Tuttavia, lo si cita con l’impressione di aver trovato una chiave di lettura privilegiata. Trionfo/Salveti scriveva per Bene/Branciaroli quello che più che un dialogo è un monologo a due voci, uno specchio a due facce. Il confronto Faust/Mefistofele prende vita attraverso la rielaborazione degli scritti di Christopher Marlowe e Johann W. Goethe. Ma anche, tra gli altri, di Alexander Pope e Emily Brontë. «Devi soffrire come io ho sofferto», fa dire quest’ultima al suo tormentato Heathcliff. E tormentati sono i due personaggi interpretati da Di Michele e la Rosellini. I quali non si alternano tra loro – come si sarebbe potuto pensare – ma alternano piuttosto ombre prese in prestito per intermezzi drammatici sublimi, perché inconclusi ma mai inconcludenti.

Ombre che sono spiriti inquieti, malati di solitudine. Di quella Solitudine Assoluta che Ingmar Bergman attribuiva proprio ai teatranti: essi, infatti, si espongono sul palcoscenico, ma non riescono a essere ciò che pretendono di essere. Ovvero Padri o Madri, Mariti o Mogli. Il narcisismo sembra essere la maledizione di questa e di ogni epoca. «Come posso salvarti?», chiede lei, nei panni (forse) di Mefistofele. Ma lo farebbe più che altro per sé. «Non preoccuparti. Pensa a te stesso», risponde lui, che vorrebbe essere Faust. Il suo diniego è un’assordante richiesta d’aiuto. È un’accusa. Silenzi e parole a volte non valgono nulla. Non esprimono. Ma siamo distanti da Cechov o Beckett. Qui siamo nei pressi dell’accumulo, appunto del burlesque, inteso in senso ottocentesco come varietà. La satira va perdendo la sua forza. Davvero non ce n’è più bisogno?

«La felicità dell’anima uccide il corpo, ma non lo soddisfa», piange l’angelo morente. Par quasi di sentire una confessione ante litteram di Dorian Gray. Allora perché Wilde ha lasciato che il suo eroe si dannasse? Impossibile rispondere, se non abbandonando l’uomo al suo destino e concedendo la saggezza ai soli profeti. Giustamente si è citato Pope, poeta settecentesco il quale si diceva ottimista nei riguardi dell’umanità pur mostrandosi intollerante alle singole imperfezioni umane, al contrario del moralista Jonathan Swift. Wilde sta un po’ nel mezzo: ama e odia entrambi.

«Sicché pecchiamo, dobbiamo morire», afferma subito Faust. Qualcuno direbbe che battute simili in bocca a Carmelo Bene funzionavano, mentre altrove suonerebbero ridicole. Esatto, qui sono ridicole. Ma vogliono esserlo, perciò va tutto bene. Il francese burlesque deriva dall’italiano burla, ispirato a sua volta dalla parola latina burra. Quindi inezia, ciò che è proprio dell’inetto. La magia del testo sta nella sconfortante consapevolezza del suo fallimento. Il regista coglie perfettamente il paradosso e fa un passo avanti rispetto agli autori: lo rispetta senza farsi mettere in soggezione dal suo potere. Ne coglie le sfumature espressive piuttosto che l’efficacia drammatica. E proprio in questo circo di registri espressivi sta la sua carta vincente. Folle e ambizioso. Ti resta addosso.

Lo spettacolo continua:
Teatro Elfo Puccini
Corso Buenos Aires, 33 – Milano
dal 30 ottobre al 9 novembre 2014
ore 19.30 – domenica ore 15.30

MaDiMi
Faust Marlowe Burlesque
di Aldo Trionfo e Lorenzo Salveti
regia Massimo Di Michele
scene e aiuto regia Cristina Gardumi
costumi Alessandro Lai
disegno luci Alessandro Carletti
con Massimo Di Michele e Federica Rosellini

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