Ritratti d’autore

Federica Rocchi, Gabriele Dalla Barba e Serena Terranova del collettivo Amigdala, curatori del festival Periferico, raccontano l’ambiziosa e resiliente poetica di un progetto di comunità condivisa tra pubblico e artisti.

In un clima di alta tensione politica e sociale come quello attuale, OvestLab e Festival Periferico si collocano esattamente all’opposto, quale nuclei di coesione e inclusione. Ci raccontate più in dettaglio il senso e la direzione del vostro progetto?
Federica Rocchi, Gabriele Dalla Barba, Serena Terranova: «Il progetto Periferico, da sempre, ha come obiettivo artistico quello di costruire luoghi altri, spazi che attraverso la possibilità di essere rivissuti e attraversati nella loro specificità consentono un incontro tra persone molto diverse attorno alle visioni portate dagli artisti.
Crediamo fermamente nella capacità degli artisti di essere portatori di immagini di futuro possibili, non necessariamente concilianti o pacificanti ma in ogni caso costruttori di spazi sociali di azione. A nostro modo vogliamo evocare l’identità di un luogo di rifugio, uno spazio che dal punto di vista logico e poetico possa accogliere coloro che nelle diversioni del contemporaneo non riescono più ad orientarsi, o più semplicemente non hanno voglia di farlo. Dunque la direzione poetica (e politica) che desideriamo è guidata dalla necessità di una ricomposizione delle parole d’ordine di questo tempo in nuove singolarità. La singolarità appunto come urgenza “agonistica”, intendendo questa parola nel senso di Charlotte Mouffe, come spazio in cui il confronto e lo scontro tra diversità rivitalizzano una pratica democratica oggi portata invece all’estremo dell’antagonismo quotidiano».

Secondo quali criteri avete individuato il vostro spazio di residenza e come portate avanti quotidianamente le vostre finalità di dialogo tra comunità (artistica e locale)?
FR, GDB, ST: «OvestLab è un delle tante ex officine del Villaggio Artigiano di Modena Ovest, di proprietà privata ma affittato dal 2016 dal Comune di Modena per avviare in questo storico quartiere un processo di rivalorizzazione di questa area della città attraverso azioni di attivazione territoriale. Quando entrammo in contatto con questa sperimentazione che l’amministrazione comunale stava portando avanti ci incuriosimmo molto per il metodo che si stava provando a mettere in campo, del tutto nuovo in questa città, orientato a un’idea di rigenerazione soft e non necessariamente guidata da parametri immobiliari. Amigdala e Periferico già da tempo lavoravano sulla riattivazione di luoghi dismessi e delle comunità abitanti e questo processo, partito da un inedito connubio tra Istituzioni e cittadini, era dunque per noi di grande rilevanza. Inoltre, il Villaggio Artigiano è un’area che ha una storia di grandissimo interesse, fortemente connessa con i temi della comunità, dove sono anche stati portati avanti nei decenni passati una serie di esperimenti di socialità del tutto inediti. Grazie a un bando pubblico nel 2017 ci aggiudichiamo la gestione di OvestLab insieme all’Archivio Cesare Leonardi, tutt’ora nostro partner nel progetto. E avviamo un presidio fortemente votato al dialogo con gli abitanti di questo quartiere ma anche con il resto della città, che abbiamo definito “fabbrica civica”, in sinergia con il network internazionale CivicWise. Una ex officina in cui appunto si lavora quotidianamente attorno alla fabbricazione di uno spazio civico di discussione, dialogo, immaginazione e visione collettive.
Sono moltissimi i progetti che portiamo avanti e che intrecciano questi obiettivi: dalla rivista Fionda, realizzata insieme a un gruppo di persone che abitano qui, all’Archivio di Fonti Orali a cavallo tra digitale e public history, ai progetti di arte pubblica alle escursioni urbane fino ai momenti conviviali. Periferico è sicuramente il momento di massima espansione di questo lavoro, il momento in cui le azioni si condensano per alcuni giorni in un ritmo e in una dinamica serrate e tutto il lavoro svolto nel corso dell’anno si esplicita nella drammaturgia del festival».

Come definireste la vostra modalità, nonché quella dei vostri ospiti e residenti artistici, di fare teatro? Più in generale, cosa rende contemporaneo il teatro?
FR, GDB, ST: «Preciserei la questione posta mettendo in campo l’identità della arti, piuttosto che quella del teatro in sé, in quanto le nostre riflessioni sono più orientate da domande che riguardano il fare artistico nella sua complessità. Periferico in effetti adotta una logica intrinsecamente multidisciplinare e fortemente orientata all’esperienza, alla pratica. Quest’anno in particolare abbiamo sottotitolato il progetto “festival di pratiche artistiche site-specific” ovvero un programma non solo orientato alla messa in scena di momenti di rappresentazione ma piuttosto centrato sull’idea di raccontare delle pratiche di lavoro, dei metodi che ciascun artista invitato ha potuto aprire e comporre in una giornata intera.
Il tentativo è quello di andare al di là del terreno della riconoscibilità immediata, di rompere il patto con la logica “dell’intrattenimento” e del consumo che in qualche modo si è stabilita anche nell’ambito artistico e di cui vediamo continuamente gli effetti deleteri.
Il teatro è contemporaneo nel suo farsi, non ci sono elementi specifici che lo rendano più o meno presente al suo tempo. Certo, esistono pratiche artistiche o poetiche che utilizzano strumenti più o meno anacronistici, o dedicati a temi che potrebbero non essere immediatamente riconosciute come urgenti o attuali. Ma la contemporaneità è complessa e stratificata, e forse gli strumenti di cui si dota intercettano più aree e più dimensioni (anche temporali) alla volta. La competenza del teatro, delle arti performative in genere e del site-specific è quella di non poter poter prescindere dai luoghi e dai pubblici con cui si confronta. Questa è una dimensione precisa che richiede un rinnovamento costante, giornaliero; è in questo suo farsi che contribuisce alla contemporaneità: resistendo agli urti dei tagli e della scarsa rilevanza cultural-popolare, approfondendo elementi che hanno la misura di “un granello di sabbia”, e costruendo occasioni perlopiù di incontro e scambio».

Oggi, in un periodo in cui la progettualità artistica mostra spesso sudditanza nei confronti di un atteggiamento produttivo e consumistico (favorita anche dalla logica dello scambio che anima il FUS), qual è il tempo – quindi il senso – del teatro, del suo farsi e del suo esserci?
FR, GDB, ST: «Periferico è un piccolo progetto, con pochissime economie, fortunato da questo punto di vista, perché abbastanza libero di fare le proprie scelte sulla base di interessi e inclinazioni, senza essere obbligato a piegare la programmazione a logiche altre come quelle degli “scambi”. Gli artisti che intercettiamo sono figure che a nostro avviso portano avanti delle esperienze interessanti sul fronte dell’arte che abita i luoghi, che si mette in relazione con gli spazi. Ovviamente le declinazioni di questo fatto possono essere pressapoco infinite, ma per il tipo di programmazione che ospitiamo è importante avere a che fare con figure che sanno operare in questo terreno fragile e delicato che sono le relazioni, più che la scatola nera del teatro in sé. Quest’anno poi l’operazione che abbiamo provato a realizzare era anche quella di una sorta di “spoliazione” della direzione artistica del festival, provando invece a “cedere” parte di questo potere decisionale agli artisti stessi, che sono diventati co-curatori del progetto e avevano a disposizione un piccolo budget aggiuntivo per fare degli inviti ad altri artisti o intellettuali la cui presenza poteva aiutarli a compiere un discorso durante la loro presenza al festival. Pensiamo che interrogarsi sui meccanismi del potere, per quanto poco rilevante, sia un esercizio sempre più necessario per il mondo dell’arte, perchè il futuro non può che venire dalla capacità di immaginare soluzioni collettive e di uscire dalla logica dell’individualismo.
Non siamo esenti invece dalla logica sempre più ferrea del conteggio, dei numeri, degli impatti da misurare e rendicontare in modo sempre più preciso. Ovviamente pensiamo sia giusto e sacrosanto che un progetto artistico che riceve finanziamenti pubblici sia in grado di esplicitare il proprio operato e le proprie scelte, ma allo stesso tempo vorremmo rivendicare anche la necessità di salvaguardare uno spazio possibile di fallimento, che è una parola che fa paura, ma quando si lavora con l’innovazione e con la ricerca, il rischio è uno dei fattori che accompagnano i processi e bisogna iniziare a inventare nuovi processi di valutazione che ne tengano conto».

Tra le maestranze è molto diffusa l’opinione di difficoltà estreme nel reperimento delle risorse economiche e nel rapporto con il Pubblico. Voi dove trovate i finanziamenti e, nello specifico, come valutate l’attuale situazione del teatro italiano?
FR, GDB, ST: «Periferico è sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena attraverso un bando annuale che finanzia le attività teatrali in città e al quale noi partecipiamo grazie a un partenariato con altre quattro realtà indipendenti della città raccolte nell’associazione di secondo livello Andante. Nel triennio 2015-2017 questo stesso gruppo di realtà teatrali è stato anche destinatario di un contributo dal FUS nell’ambito dei festival, che però non è stato purtroppo riconfermato dalla nuova commissione per il triennio 2018-2020.
Inoltre, il festival è sostenuto dalla Regione Emilia Romagna e dal Comune di Modena. Si tratta di sostegni purtroppo non strutturali e che ogni anno vanno ri-negoziati. Questo è il limite maggiore alla capacità di programmazione a lungo termine, che non riguarda solo noi ma di fatto è comune a quasi tutto il settore teatrale».

Un sogno nel cassetto per la prossima edizione del Festival Periferico?
FR, GDB, ST: «Forse per un progetto come Periferico l’unico sogno nel cassetto, da rinnovare di edizione in edizione, è la possibilità di cambiare in maniera inattesa, facendosi forti della strada già percorsa ma restando in grado di sorprendere e innovare i luoghi in cui lavoriamo, i pubblici che intercettiamo e soprattutto sorprendere gli artisti, facendo in modo che qui possano trovare non un più frequente spazio di “replica” ma un’occasione di “creazione” o “co-creazione”, come preferiamo indicare noi per buona parte dei progetti site-specific che riusciamo a realizzare. In questo senso ci piacerebbe continuare a lavorare sulle dinamiche di co-curatela insieme agli artisti ospiti, ampliando e approfondendo ulteriormente questa modalità di lavoro e costruendo una piattaforma di discussione e di dialogo con le figure invitate che includa ancora di più la comunità locale, i proprietari degli spazi dismessi in un processo di costruzione collettiva del rituale del festival».

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