Ritratti d’autore

Federico Palmieri, ideatore e insegnante del Teatro dei Balbuzienti, racconta a Persinsala il suo modello di teatro inclusivo.

Qual è la vostra specifica formazione e come nasce l’idea di un Teatro dei balbuzienti ?
Federico Palmieri: «Questo gruppo è nato dall’esigenza di condividere una mia esperienza personale. Dopo anni di terapie specifiche sulle balbuzie, gli unici progressi tangibili sono riuscito a ottenerli con la recitazione. Sono convinto che studiando recitazione si possano raggiungere molti risultati e miglioramenti nel parlare e non solo. Quando la mia voglia di diventare attore e di comunicare è diventata più forte della paura dei blocchi, ho preso coscienza di me stesso e di quello che volevo fare; per lavoro dovevo essere fluente, ho studiato il metodo Strasberg con Michael Margotta e Joseph Ragno e mi sono impegnato per raggiungere il mio obiettivo. E oggi so che posso essere fluente per svolgere al meglio il mio lavoro di attore.
Circa tre anni fa per la prima volta ho pensato che avrei potuto mettere a disposizione degli altri le mie conoscenze e quest’anno, fondando il Teatro dei Balbuzienti a Roma, ci sono riuscito. Si tratta di un corso di recitazione specifico per adolescenti e adulti con problemi di balbuzie, che ha lo scopo di far vincere le mille paure legate alla comunicazione unendo la passione per il teatro, il cinema e l’arte e organizzando varie attività artistiche per il teatro e per il web.
Abbiamo scelto come nome del gruppo quello di Teatro dei balbuzienti perché una delle prime difficoltà per chi balbetta è proprio quello di ammettere di essere un balbuziente».

Ammesso che distinguiate le due cose o che sia possibile farlo: la sua valenza è prettamente artistica o terapeutica?
FP: «Questa è una domanda complessa. Noi del Teatro dei Balbuzienti non ci occupiamo in maniera terapeutica di balbuzie anche se siamo un corso esclusivo per balbuzienti. Mi piace pensare che siamo una terapia non terapia” Non abbiamo metodo e non ne seguiamo alcuno.
La recitazione e il teatro a prescindere aiuta tutti, ogni tipo di persona, perché comunque ti porta sempre davanti a un confronto con te stesso ed è fondamentale per superare alcuni ostacoli sia psicologici che fisici. Nello specifico il balbuziente è ben predisposto alla recitazione, proprio perché odia talmente tanto la propria situazione che il poter pensare di essere qualcun altro diventa un modo per “dimenticare” di essere balbuziente, o meglio essere balbuziente non è più il problema principale: il balbuziente è sul palco o davanti alla telecamera, deve interpretare il suo ruolo, sa che deve essere fluente e farà di tutto per farlo al meglio e in modo credibile. Sicuramente possiamo andare contro la vecchia scuola di pensiero che qui in Italia viene adottata, ovvero quella di affermare che dalle balbuzie non si può guarire. Noi invece pensiamo che il problema si può risolvere, ma non in maniera tecnica e assoluta; noi puntiamo sul fatto che ogni balbuziente prendendo coscienza e consapevolezza di quello che è, superando gli ostacoli dei blocchi e della vergogna, può arrivare a parlare in modo fluente quando vuole.
Ho deciso di mettere i miei ragazzi da subito sul palco e davanti una telecamera proprio per questo. I loro video diventano un esempio anche per gli altri. Il vero problema dei balbuzienti è diventato l’uso eccessivo del web per comunicare. La chat in particolare, con il suo parlare senza relazionarsi direttamente con l’altro, non sta aiutando oggi a migliorare i propri rapporti sociali, anzi produce l’effetto contrario. Crescono il numero delle chat chiuse di gruppi di balbuzienti, che amplificano la ghettizzazione e spingono a comunicare solo dietro la tastiera e non nella vita reale. Per questo chiedo ai miei ragazzi di non aver paura di mostrarsi e di parlare in pubblico, perché quello che loro stanno facendo qui a Roma può essere di esempio per gli altri che sono chiusi in casa. Anche noi usiamo la tecnologia e i social per diffondere i nostri video e messaggi, ma non ne rimaniamo intrappolati. Anzi, spesso organizziamo diverse attività culturali fuori dall’orario delle lezioni, come vedere insieme una mostra in un museo o uno spettacolo a teatro, proprio per rafforzare l’idea della condivisione e della relazione di gruppo. Dietro il problema delle balbuzie c’è il dramma della solitudine e anche su questo cerchiamo di lavorare facendo varie attività ed esperienze insieme».

Come si sviluppa concretamente il lavoro dell’attore e a quali metodologie drammaturgiche vi ispirate?
FP: «La durata del corso è di sette mesi con la frequenza di un incontro settimanale da tre ore. Il laboratorio si articola seguendo parallelamente tre percorsi. Il primo, specifico sulle balbuzie, ha come obiettivo quello di permettere al balbuziente di sapere esattamente quello che vuole dire e allo stesso tempo come e quando dirlo; attraverso alcuni esercizi basati sulla divisione dei suoni all’interno di una parola, sull’estetica della frase e sulla respirazione, i partecipanti hanno imparato a “stare dentro al suono”, a controllare i blocchi, le ripetizioni e i prolungamenti dei suoni stessi, acquisendo così una maggiore sicurezza e fluidità nel linguaggio. Il secondo percorso, oltre alle basilari regole dello stare in scena, verte a rafforzare nel balbuziente la consapevolezza del proprio corpo; il corpo e la postura, infatti, precedono la parola. I partecipanti lavorano sulla sensazione di “perdita di controllo” durante il discorso attraverso varie tecniche di recitazione – compreso il metodo Strasberg – e attraverso alcuni esercizi sull’uso del corpo in uno spazio scenico, quali esercizi di postura, rilassamento, sensoriale e analisi dello spazio scenico. Il terzo e ultimo prevede l’organizzazione e la realizzazione di uno spettacolo conclusivo con un testo inedito, che stiamo per presentare in teatro a giugno. Non nego la mia voglia di trasformare questo gruppo in una compagnia teatrale a tutti gli effetti.
Inizialmente avevo pensato di costruire il corso solo puntando allo spettacolo finale, ma naturalmente ogni laboratorio può cambiare e articolarsi in base alla capacità e passione dei partecipanti. Sono stato fortunato in questo! Abbiamo già girato cinque spot di informazione sulle balbuzie, scritti, interpretati e prodotti dal Teatro dei Balbuzienti, visibili sul nostro canale YouTube e presentati alla Casa del Cinema di Roma il dicembre scorso. In questi ultimi mesi abbiamo girato un corto, Go-Stutters, sempre scritto, interpretato e prodotto dal Teatro dei Balbuzienti, che stiamo ultimando per presentarlo in vari concorsi e festival estivi. Inoltre, sulla nostra pagina Youtube, sono pubblicati diversi video delle lezioni con improvvisazioni e piccole scene tratte da film famosi. Questo serve agli iscritti per sbloccarsi e abituarsi a stare davanti alla telecamera, superando così la sensazione di vergogna nel parlare e nel mostrarsi».

Esiste una selezione, dei requisiti minimi, delle caratteristiche per poterne fare parte?
FP: «No, solo essere balbuziente! Siamo un gruppo di dodici persone, tutti diversi per età (dai 19 ai 54 anni) e professioni. Il confronto tra generazioni differenti che presentano uno stesso problema è un punto chiave di questo laboratorio teatrale, che crede nella capacità di migliorare attraverso la cooperazione e il confronto con l’altro. Oltre agli iscritti, abbiamo deciso di aprire a tutti le nostre lezioni. Molti balbuzienti, anche di fuori Roma, sono passati e hanno partecipato ad alcune lezioni, altri invece ci seguono e scrivono sui social network».

Come svolgete la vostra attività e chi è il vostro pubblico di riferimento?
FP: «Noi non abbiamo un pubblico specifico. Sui social network ci seguono i balbuzienti o gruppi di balbuzienti, molti terapisti con cui siamo in contatto, ma poi ci segue chiunque, perché abbiamo deciso di rivolgerci a tutti, a chi balbetta e a chi no. Ultimamente, anche in previsione della preparazione dello spettacolo Ga-Gallery, mi avvalgo della presenza di esperti del settore, che vengono a fare lezione con i miei ragazzi e a volte li invitano a partecipare come attori nelle loro produzioni. Per me questa è una cosa importante, perché vedere che altri attori e registi vedono quello che vedo io, ovvero dodici valide e coraggiose persone che hanno deciso di mettersi in gioco, mi rende soddisfatto del percorso che stiamo facendo insieme».

Quali sono i prossimi progetti che vi vedranno protagonisti?
FP: «Come ho già accennato, stiamo per pubblicare un nuovo corto, Go-Stutters, che ironizza sull’uso eccessivo della tecnologia nella relazione con l’altro.
Il 20 giugno presenteremo lo spettacolo Ga-Gallery, con la regia di Marianna Galloni, nella rassegna estiva Couture del Comune di Roma, presso la Bibliotechina. Questo spettacolo è stato scritto durante il corso con i ragazzi, i quali daranno vita ad alcuni capolavori conservati presso la TATE di Londra, il MOMA di New York e la GNAM di Roma.
A luglio, dal 6 al 12, saremo in Salento per Summer Short Film, una settimana intensiva di recitazione finalizzata alla realizzazione di un cortometraggio insieme al regista, sceneggiatore e produttore Giulio Mastromauro. Sono ancora aperte le iscrizioni per partecipare.
E poi mi auguro di poter ampliare il nostro corso e diventare una scuola di recitazione a tutti gli effetti, aprendo le iscrizioni anche ai bambini. Abbiamo già molte persone che ci scrivono e sostengono. Mi piacerebbe creare tre livelli di studio e formare più gruppi che come questo fanno diverse attività artistiche per il teatro e per il web».

Per contattare Federico Palmieri sono disponibili i canali facebook, youtube e email.

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