Assolo per operaio

Un lavoro di teatro civile che rischia lo scivolone nostalgico: all’Ambra Teatro di Roma è di scena FIATo sul collo, in cui Ulderico Pesce rievoca i 21 giorni di picchetto operaio alla Fiat di Melfi nel 2004

Sono passati sette anni, o settanta, dall’assedio degli operai alla Fiat-Sata di Melfi? L’attore e regista Ulderico Pesce ha un merito: con il suo monologo FIATo sul collo, in programma questi giorni all’Ambra Teatro alla Garbatella, ricompone un frammento di storia operaia recente, che la memoria collettiva ha già polverizzato. Nell’aprile del 2004, Il ciclone della protesta, nata nello stabilimento lucano e sostenuta dalla Fiom-Cgil per ottenere condizioni di lavoro migliori e stipendi equiparati a quelli torinesi, mise in crisi l’intero sistema Fiat, bloccando Mirafiori e Termini Imerese. Fino agli scontri con i vertici e la polizia, e alla vittoria finale degli operai, che conquistarono la parità salariale e l’abolizione dell’odiosa “doppia battuta” – le 12 notti consecutive di lavoro. Sul palco, a ripercorrere un decennio di vita e di fabbrica, tra ricordi buffi e momenti drammatici, è Antonio, un ingenuo e bonario lavoratore della Sata, interpretato da Pesce, che dal 1994 al 2004 assiste alla disgregazione del “mito operaio” e del rapporto con la moglie Angela, tra difficoltà domestiche, umiliazioni dei superiori e tremende «culacchiate» nell’abitacolo delle auto da montare. I due giovani vivono ad Acerenza, in provincia di Potenza, quando nel 1994, ancora fidanzati, vengono selezionati alla Fiat con un ridicolo test di velocità nel ricomporre un puzzle di Bambi («Io sapete quanto ci misi? Solo 32 secondi», gongola col pubblico Antonio). Sono finiti i tempi per fare l’amore nel grano della piana di Melfi. Ora lì sorge la Fiat-Sata, la più giapponese delle fabbriche Fiat. Un contratto di formazione lavoro, lo stipendio fisso: sembra un sogno che si realizza. Antonio e Angela si sposano, hanno due bambine, fanno il mutuo per una piccola casa e una Fiat Punto. Ma i ritmi insostenibili della catena di montaggio, la fatica fisica e i salari striminziti provocano focolai di protesta e conseguenti licenziamenti. Antonio e Angela si dividono. Lei, karateka e “comunista”, lo lascia e va a presidiare la fabbrica, rischiando il licenziamento. Lui invece si adegua al rimbrotto conservatore del padre: «contro la Fiat non si sciopera, si resiste!». La coppia si ricongiunge proprio partecipando alla lotta vittoriosa dei 21 giorni.
Il lavoro di Pesce ha vinto il premio Marisa Fabbri 2005 per «il racconto irridente e appassionato, in forma di monologo e nel solco del teatro di narrazione, di una vita costruita sulla speranza di un lavoro che mina ogni legame e sicurezza». Ma dall’Ambra, bel teatro popolare, si esce insoddisfatti. A che pro raccontare questa storia, e in questo modo? Il testo è quasi orfano di testimonianze reali, dati storici, notizie di cronaca, di cui il teatro di denuncia si nutre per graffiare (forse è così in altri recital di Pesce: Asso di Monnezza lo scorso agosto gli è costato ritorsioni malavitose). In FIATo sul collo soffre anche il ritmo drammaturgico e la credibilità del protagonista: senza qualità, cechoviano, un Candido “nel peggiore dei mondi possibili”. Gli si preferisce di gran lunga l’arzillo nonno che ha combattuto i fascisti e che il 25 aprile ancora infila il cappottone nero della Resistenza, in cui tiene la Carta della Costituzione, e canta i canti partigiani strimpellando la chitarrina. Perché affidare il messaggio dello spettacolo a un operaio che non sembra sentirla, la lotta di classe? Il racconto annaspa nel sentimentalismo del protagonista, ripiegato su se stesso (se non alla fine quando, nel ricongiungersi ad Angela e ai “compagni”, assume improbabili toni concitati da comizio).
Ulderico Pesce è figlio di sindacalisti, ma forse questa non è retorica. Si esce da teatro con il sospetto che il personaggio di Antonio sia stato annacquato volontariamente. Come se nell’attuale economia impazzita la disoccupazione, il big bang delle mille precarietà, l’assenza di tutele rendessero inattuale quel modello di lotta corporativa, come se fosse ineluttabile la solitudine contro l’insicurezza. Infatti i momenti più lirici del monologo sono quelli in cui Antonio canta e, attraverso la musica, recupera l’unità perduta col mondo rurale ed eroico dell’amato nonno, un mondo più coraggioso e innocente. «Nel 1994 io diventavo operaio Fiat, e il nonno mi cantava la canzone dei braccianti agricoli: “Mo’ me zapp’ l’urticeddu…”».
Attore di lungo corso, che ha recitato a fianco di Carmelo Bene e Luca Ronconi, Ulderico Pesce dimostra il suo impegno civile anche a sipario chiuso: per ogni spettacolo pubblica una petizione ad hoc sul suo sito (www.uldericopesce.it). Stavolta si tratta di portare un medico e acquistare un defibrillatore per lo stabilimento Sata di Melfi.

Lo spettacolo continua:
Ambra Teatro
piazza Giovanni da Triora, 15 – Roma (zona Garbatella)
fino a domenica 6 novembre
orari: da martedì a sabato ore 21.00, domenica ore 17.00

Centro Mediterraneo delle Arti, Legambiente, Teatro dei Filodrammatici diretto da Ulderico Pesce presentano
FIATo sul collo
di e con Ulderico Pesce
regia Ulderico Pesce
indagini sonore Têtes de Bois
biglietti: ridotto 12 Euro, intero 15 Euro

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