La vita non è uguale per tutti

Liliana Cavani, famosa regista dai temi impegnati, porta in scena uno tra i capolavori del maestro Eduardo De Filippo, Filumena Marturano.

La commedia più famosa di Eduardo, datata 1946, portata in tournée in tutto il mondo e tradotta in varie lingue, è stata scelta da Liliana Cavani come primo esperimento di regia teatrale in quanti, dalle sue stesse parole, “mai avrebbe pensato di potersi cimentare anche con il teatro”.
La Cavani, sin dalle sue prime pellicole, ha sempre trattato temi socialmente impegnati e argomenti ardui da approfondire o scomodi, specialmente nei suoi numerosi documentari giovanili a tema Stalin, il Terzo Reich, le donne della Resistenza, la burocrazia.
Tematiche difficili, attraverso le quali indagare la vera natura dell’uomo, i suoi istinti, le sue perversioni, le sue debolezze. La scelta di Filumena Marturano, come suo primo lavoro teatrale, è sicuramente da avvicinare al filone dei soggetti sociali e ai suoi numerosi anfratti. In questo caso è la famiglia, o almeno il concetto filosofico della stessa, a muovere la curiosità e il lavoro della regista.
Filumena non è una donna comune: arriva da un quartiere povero di Napoli, dove ogni giorno anche un pasto frugale è una benedizione di Dio. Figlia femmina di una famiglia numerosa, appena diciassettenne, per caso o per necessità e soprattutto senza convinzione, si lascia andare a un rapporto sessuale a pagamento, veloce espediente, nella sua condizione di povera analfabeta, per raccogliere qualche lira contribuendo al sostegno della famiglia. Si vergogna molto del suo gesto, ma a casa, con molto sbigottimento, viene accolta come una dea, una salvatrice. Una vita miserabile, fino al momento in cui arriva a casa, come governante, di uno dei suoi abituali clienti, Don Mimì Soriano, interpretato brillantemente da Geppy Gleijeses – in alcuni momenti somigliante per postura a Toni Servillo. Dialetto napoletano stretto, forse troppo per la diversa tipologia di spettatori nella sala di un teatro, la commedia scorre velocissima, con battute serrate e rarissimi silenzi o rallentamenti, con molta ironia tipicamente napoletana, che smorza con leggerezza la serietà dell’argomento-cuore dell’opera eduardiana.
Filomena ha tre figli, avuti da uomini diversi e in una notte d’amore comprato da Don Mimì, mentre crede alle parole di lui sussurrate forse per scaldare ancora di più l’atmosfera: «Però ci vogliamo bene, vero?». Lei sì, sente davvero quel sentimento, anche se lui, razionalmente, le fa più comodo per la situazione economica agiata; il suo scopo principale è crescere quei figli in maniera decorosa – uno dei quali è proprio figlio di Domenico Soriano, ignaro della loro esistenza e soprattutto della sua paternità.
Il pensiero borghese, esemplificato in maniera emblematica da Don Mimì, emargina le donne e, in special modo, coloro che non si conformano ai comportamenti virtuosi della madre di famiglia e ai ristretti regimi morali di fine Ottocento, dettati proprio dal ceto cardine della nuova società capitalistico-industriale.
Don Mimì, single avvezzo alle giovani donne e alla vita da dandy, disprezza Filumena e sta per sposarsi con una ventenne tutta svolazzi e falsi convenevoli. Filumena, donna dal cuore impietrito dalle sofferenze della vita, non ha più forza di resistere alla situazione.
In fondo, pur nei suoi numerosi difetti, ancora crede a quella specie di verità amorosa che lui le proferì in gioventù. Adesso è il momento di prendere una decisione per riscattare la propria vita. I figli ormai sono uomini e lei non vuole più aspettare per raccontare loro la verità; una verità che pare romperle il petto dalla voglia di amore e di protezione, che la vita finora non le ha regalato. La paura, la determinazione di crescere bene quei figli e il silenzio sopportato per tanti anni l’hanno trasformata in una paladina dei valori della famiglia, la stessa che in fondo desidera anche Domenico Soriano, smascherato dal desiderio di farsi chiamare ‘papà’ dai figli di Filumena -appena ripresosi dallo sgomento di essere davvero il padre di uno di loro.
Una commedia tragica e comica, allo stesso tempo, in una eccellente interpretazione di Mariangela D’abbraccio (Filumena). Ma anche seria e commovente, che se mette al centro il problema dei figli illegittimi – vero dilemma delle donne in tempi ormai superati – prende già posizione in favore di un’idea di famiglia allargata, con una insospettabile anticipazione del futuro nostro contemporaneo.
La famiglia, borghese o allargata, rimane sempre il nucleo primario della società, argomento dibattutto e sempre attuale, che corre parallelo con l’evolversi dei tempi.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro De Filippo

via G. B. Vico, 1 Cecina (LI)
sabato 18 febbraio

Filumena Marturano
di Eduardo De Filippo con Mariangela D’Abbraccio, Geppy Gleijeses, Nunzia Schiano, Mimmo Mignemi e con Ylenia Oliviero, Elisabetta Mirra, Agostino Pannone, Gregorio Maria De Paola, Eduardo Scarpetta e Fabio Pappacena scene e costumi Raimonda Gaetani musiche Teho Teardo regia di Liliana Cavani
produzione Gitiesse Artisti Riuniti

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