Il cuore è nudo. Viaggio negli “habitat” di Flavia Mastrella

SONY DSCPerfetta metà dell’anima Rezza-Mastrella, in tournée con il nuovo geniale Fratto_X, l’artista “venuta dallo spazio” racconta i suoi habitat meravigliosi, raffinati e crudeli, stimolo estetico per l’attore e lo spettatore.

I costumi di scena coprono il corpo. Ma gli esoscheletri mutanti di Flavia Mastrella, surreali, ingegnosi, mostruosamente belli, il corpo lo rivelano fino al midollo: un corpo disincarnato e maligno, quello di Antonio Rezza, che trasforma il movimento in una disumana centrifuga dell’io.
La manipolazione dell’individuo è smaccata e completa, e può compiersi solo nell’ “habitat” perverso ed esilarante di Mastrella.
Si ride tanto, sì, ma per esorcismo, e per non morire di paura. È di nuovo un pugno allo stomaco essere spettatori di Rezza e Mastrella, insieme per l’arte da vent’anni, tra spettacoli, installazioni, film e progetti per la tv. La loro ultima performance teatrale, Fratto_X, dopo il debutto e il successo di un mese al Teatro Vascello di Roma, prosegue a Firenze, Padova e Milano fino a fine marzo.
Sul palco, l’incrocio a X di due teli bianchi definisce un punto di passaggio schizofrenico: cigolanti macchine pseudospaziali, personaggi assurdi, false voci e identità telecomandate con il robot-palloncino Timothy.
Incontrata dietro le quinte dello spettacolo, Flavia Mastrella si mostra timidamente tra le creature e i congegni complicati, e insieme eterei, nati dalla sua fantasia. Lo sguardo è puro e impaurito, malinconico e spietato. Che fosse un’artista extraterrestre, lo sapeva Achille Bonito Oliva, che, incontrato l’eclettico duo nel 1996, portò più volte le opere di Flavia e le performances di Antonio nel Museo della Certosa di San Lorenzo Padula, dove è esposta una loro collezione permanente, e persino a Pechino con il loro film Il piantone.
«Il mio habitat è un giocattolo della serie evolutiva, grazie al quale Antonio può sprigionare sé stesso» spiega l’artista. «Nel lavoro con Rezza sono attenta alla sperimentazione dell’atto performativo attraverso l’influenza dell’ambiente sulla persona. Dalla competizione tra queste due entità, scaturisce un messaggio estetico che stimola gli spettatori».
Affinché il corto circuito porti alle estreme conseguenze e rivelazioni, è quindi indispensabile questo cosmo estremo, popolato di archetipi, mostri, macchine torturatrici fatte di acciaio e stoffe impalpabili, di fibra sintetica mista a cotone e taffetà di seta tagliati a volo.
Dirompe la mitologia: il teatro come atto, come catarsi; o, più probabilmente, come nemesi. «Il colore, la forma, il riso fanno di questo “evento” uno scambio naturale», riflette Mastrella. «Usiamo un linguaggio contemporaneo, ma il nostro è un teatro antico più che moderno, per lo spazio che hanno l’emozione e l’azione vissuta». Come il duo spiega a Rossella Bonito Oliva nel libro-intervista La noia incarnita (Barbès Editore, 2011), Mastrella costringe Rezza a un “realismo interiore”, da “tarantolato” che da uno stato di noia porta al movimento e alla trance.
Il diabolico scenario urbano di Mastrella, con la sua bianca “X” di stoffa, nasce da una ricerca fotografica di due anni, in cui l’artista ha fissato «il movimento reciproco dei fari delle auto in corsa sull’autostrada: fasci luminosi, come strisce di carne o fiori mostruosi» (altro tema amato, protagonista della serie sui fiori capovolti, «violenti e tragici»). La città torna anche nei veicoli: il petulante triciclo di «Mario, so’ sempre Mario» e altre macchine-giocattolo come nel taxi “La Città”.
Le «sculture» si rifanno alla costante ricerca di Mastrella sulla metamorfosi, il fantastico e l’ibrido – dai Lattonauti del 1993 a oggi. Nell’irresistibile pastiche Rocco/Rita, così come nel feroce dialogo Peppe/ Mamma di Peppe/ Ansia di Peppe, o ancora nella scena del Cavaliere azzurro che acceca almeno dieci spettatori con lo specchio e li rinomina in un racconto miserabile, sono sempre i costumi-bozzolo a opprimere, potenziare e infine denudare l’attore. Come l’enorme tutù-spirale della Ballerina in taffetà, il lungo sudario blu che ammanta l’Ansia di Peppe, o l’armatura “Figlio del Cielo” da Brancaleone futurista. Se nell’habitat di Bahamut del 2006 Mastrella lavorava sulla frantumazione, con sculture che cadevano dalla tasca, in Fratto_X viceversa le sculture hanno scarso contatto con la terra: «nascono dal nomadismo, dallo scempio dell’ordine».
Non c’ è salvezza allora? Che posto hanno, allora, il colore, la bellezza, la fantasia, l’ironia, la volontà di far ridere, il bisogno di ridere? Una volta fratto l’individuo («Rita fratto Rita», «malato fratto malato») e rimasto lo zero, cosa resta se, come esclama Rezza «la spensieratezza va stroncata alla nascita», se partorire è «uno dei modi di ammazzare ‘na persona»? «La speranza è nella vitalità e nell’intelligenza. Ridere è una ginnastica per la mente» risponde Mastrella. E poi ecco il paradosso: «Resta la profondità, che è diversa dalla spensieratezza. L’ignoranza appesantisce. Ma più sei profondo, più riesci a essere leggero».
Andare a vedere lo spettacolo è, come sempre, l’unico modo di vedere anche l’habitat di Mastrella, irripetibile in quanto appartiene al solo ciclo di vita della performance.

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Lo spettacolo è in scena:
Teatro Puccini
via delle Cascine 41 – Firenze
venerdì 15 e sabato 16 febbraio, ore 21.00

Teatro Verdi
via Livello 32 – Padova
da venerdì 1° a domenica 3 marzo, ore 20.45

Teatro Outoff
via Mac Mahon 16 – Milano
da martedì 5 a domenica 24 marzo
orario: da martedì a sabato ore 20.45, domenica ore 16.00)

Rezza/Mastrella e Fondazione TPE-TSI La Fabbrica dell’Attore presentano
Fratto_X

di Flavia Mastrella, Antonio Rezza
con Antonio Rezza, Ivan Bellavista
habitat di Flavia Mastrella
assistente alla creazione Massimo Camilli
disegno luci Mattia Vigo
organizzazione generale Stefania Saltarelli

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